Meloni, l’attacco a Zuppi per indebolire la Cei nella partita delle riforme
di Tommaso CiriacoROMA – Non un colpo di testa, ma un attacco lucido e pianificato. Da diversi giorni, Giorgia Meloni aveva in mente di “punire” la Conferenza episcopale italiana per le recenti prese di posizione contro le riforme del governo. Il bersaglio polemico non è casuale, ma ha un nome e cognome: Matteo Zuppi. Una strategia che si alimenta di antichi rancori e recenti sospetti nel cerchio magico meloniano. Per storia personale e pastorale, infatti, il presidente dei vescovi italiani — almeno nel chiuso di Palazzo Chigi — non è considerato un alleato. Conta la sua appartenenza a Sant’Egidio e l’arcidiocesi di provenienza: Bologna, epicentro del cattolicesimo democratico. Pesa, in questa logica di contrapposizione totale che domina al vertice dell’esecutivo, l’attivismo di alcuni movimenti ecclesiali in una regione chiave come il Lazio, che è anche culla di Fratelli d’Italia, dunque centro nevralgico degli interessi elettorali del partito.
ROMA – Non un colpo di testa, ma un attacco lucido e pianificato. Da diversi giorni, Giorgia Meloni aveva in mente di “punire” la Conferenza episcopale italiana per le recenti prese di posizione contro le riforme del governo. Il bersaglio polemico non è casuale, ma ha un nome e cognome: Matteo Zuppi. Una strategia che si alimenta di antichi rancori e recenti sospetti nel cerchio magico meloniano. Per storia personale e pastorale, infatti, il presidente dei vescovi italiani — almeno nel chiuso di Palazzo Chigi — non è considerato un alleato. Conta la sua appartenenza a Sant’Egidio e l’arcidiocesi di provenienza: Bologna, epicentro del cattolicesimo democratico. Pesa, in questa logica di contrapposizione totale che domina al vertice dell’esecutivo, l’attivismo di alcuni movimenti ecclesiali in una regione chiave come il Lazio, che è anche culla di Fratelli d’Italia, dunque centro nevralgico degli interessi elettorali del partito.
Sezionando le parole della Meloni contro Zuppi, è possibile rintracciare il senso di questa offensiva. Ha detto la presidente del Consiglio: «Non so cosa esattamente preoccupi la Cei, visto che la riforma del premierato non interviene nei rapporti tra Stato e Chiesa. Non mi sembra che lo Stato Vaticano sia una repubblica parlamentare: nessuno ha mai detto che si preoccupava per questo. E quindi facciamo che nessuno si preoccupa». Il piano più superficiale riguarda come detto l’ostilità a Zuppi. Tra le colpe del cardinale, quella di aver permesso alla Cei di criticare in passato l’esecutivo sui migranti. E di aver bocciato personalmente i due pilastri della maggioranza nel campo delle riforme istituzionali: l’autonomia e, soprattutto, il premierato caro a Meloni.
Da questa molla scatta l’attacco della presidente del Consiglio, che brucia i ponti con la Cei alla vigilia del voto delle Europee. Una mossa che racconta di un timore, spiegano fonti vicine alla presidente del Consiglio: che il sostegno del mondo cattolico di base, storicamente radicato nelle grandi città e alimentato da esperienze come quelle di Sant’Egidio e dei movimenti d’area, si concentri sulle forze politiche ostili al governo. Tanto più che, sottolineano le stesse fonti, questa galassia si starebbe spendendo informalmente per alcuni nomi di centrosinistra. Che questo accada dove Meloni ha costruito il suo potere, nel Lazio, aggrava il risentimento.
Ma non basta. A rendere pesantissimo l’affondo di Meloni è soprattutto il passaggio dedicato allo “Stato Vaticano” e al paragone (grossolano, va detto) tra la Santa Sede e il modello italiano di repubblica parlamentare. Perché chiamare direttamente in causa papa Francesco, con il quale il rapporto si è andato consolidando? Perché citare direttamente il Vaticano, visto che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano — pur partendo da posizioni ultra conservatrici — è riuscito a costruire nel tempo un dialogo solido con la segreteria di Stato di Pietro Parolin? La ragione è legata sempre al ruolo della Cei. Di fatto, Palazzo Chigi — con una mossa al limite del brutale — spera di provocare un’azione di “contenimento” della Santa Sede rispetto ai vescovi. Il timore è che si oppongano al premierato, complicando il referendum.
Certo, la forma è sostanza. E quella scelta da Meloni ha sfidato le gerarchie vaticane. Intanto, per il palcoscenico scelto per criticare Zuppi: non una trasmissione “neutra”, ma l’arena di Paolo Del Debbio su Rete 4. Sono segnali, appunto, di una tensione. In controtendenza rispetto a quanto pianificato mesi fa: il 12 giugno il Pontefice interverrà nella sessione di lavoro del G7 dedicato all’intelligenza artificiale. Una novità fortemente voluta da Meloni e da Mantovano, che — si apprende in ambienti diplomatici — ha anche generato alcuni dubbi nella diplomazia americana: segnata da un approccio pragmatico tipicamente anglosassone, ha letto questa scelta come la volontà di privilegiare l’aspetto filosofico del problema dell’IA rispetto al piano operativo. A maggior ragione, nulla lasciava presagire un’offensiva di Meloni contro la Cei. E invece, la premier apre un nuovo fronte. Con quali conseguenze, si vedrà. A partire dal 9 giugno.