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Costa propone un’altra tagliola per i gip: solo 60 giorni per valutare la richiesta d’arresto fatta dal pm

Enrico Costa

 (ansa)
La proposta di legge alla Camera del responsabile Giustizia di Azione dopo il caso Genova. Prevista una proroga, ma solo in casi eccezionali. E con il via libera del capo dell’ufficio
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ROMA - Rischia di diventare sempre più difficile la vita dei giudici per le indagini preliminari. Coloro che, nei palazzi di giustizia, valutano le richieste dei pm e decidono sugli arresti. Il Guardasigilli Carlo Nordio vuole che siano in tre, e non uno solo come oggi, a fare questa scelta (ma se ne parlerà tra due anni). Il senatore forzista Pierantonio Zanettin affida ai gip il gravoso via libera sul sequestro degli smartphone. E adesso Enrico Costa, il responsabile Giustizia di Azione, impone proprio al gip tempi certi sulle richieste d’arresto dei pm. Se la sua proposta di legge, che ha depositato due giorni fa alla Camera, dovesse passare - ed è assai probabile che accada perché di sicuro piace alla maggioranza - il gip avrà solo 60 giorni per valutare una richiesta d’arresto del pm e rispondere con un sì o con un no. Potrà ottenerne altri 30 solo se l’indagine è particolarmente complessa. Ma a decidere sarà il presidente dei gip. Una sola deroga ammessa, non di più. Alla scaden…

ROMA - Rischia di diventare sempre più difficile la vita dei giudici per le indagini preliminari. Coloro che, nei palazzi di giustizia, valutano le richieste dei pm e decidono sugli arresti. Il Guardasigilli Carlo Nordio vuole che siano in tre, e non uno solo come oggi, a fare questa scelta (ma se ne parlerà tra due anni). Il senatore forzista Pierantonio Zanettin affida ai gip il gravoso via libera sul sequestro degli smartphone. E adesso Enrico Costa, il responsabile Giustizia di Azione, impone proprio al gip tempi certi sulle richieste d’arresto dei pm. Se la sua proposta di legge, che ha depositato due giorni fa alla Camera, dovesse passare - ed è assai probabile che accada perché di sicuro piace alla maggioranza - il gip avrà solo 60 giorni per valutare una richiesta d’arresto del pm e rispondere con un sì o con un no. Potrà ottenerne altri 30 solo se l’indagine è particolarmente complessa. Ma a decidere sarà il presidente dei gip. Una sola deroga ammessa, non di più. Alla scadenza dei 60 o al massimo 90 giorni l’ordinanza sarà “nulla”. Cioè decadrà. Come se l’arresto non fosse mai stato richiesto.

Tempi draconiani, dunque. Sfruttando un caso di cronaca. Quei sei mesi che la giudice genovese ha utilizzato prima di decidere gli arresti dell’inchiesta Toti. Troppi per Costa. Che nella breve relazione che precede le poche righe della sua nuova legge spiega perché l’attesa e il troppo tempo trascorsi tra la richiesta e gli arresti, infrangono proprio i tre presupposti della necessità dell’arresto stesso. E cioè, il rischio d’inquinamento delle prove, il pericolo di fuga, la commissione di un nuovo reato. Tre “pericoli”, anche valutati singolarmente, che a suo dire cadono se poi il giudice se la prende comoda nel decidere.

Illustrati i noti presupposti,Costa teorizza che “il lasso di tempo che intercorre tra la richiesta del pm e l’emissione dell’ordinanza non è indifferente“. Perché “se la richiesta d’arresto è fondata, ogni giorno trascorso può tradursi nella concretizzazione dei rischi sottesi a tali esigenze“. Dal suo punto di vista il ragionamento è stringente. Gli si potrebbe obiettare, in chiave garantista, che una maggiore ponderazione dell’effettività di quei presupposti, potrebbe solo giovare all’imputato anziché danneggiarlo. Ma il suo ragionamento va avanti in altro modo per arrivare a dire che “se il giudice non ritiene di provvedere con urgenza, concedendosi molto tempo prima di provvedere, può far optare per un progressivo affievolimento delle esigenze cautelari“.

È evidente dove vuole approdare Costa, che nelle sue proposte non ha mai la mano dolce né con i giudici né con i giornalisti. Suo il ben noto “bavaglio alla stampa”, con il divieto di pubblicare integralmente l’ordinanza di custodia, sua la prima “pietra” della presunzione d’innocenza in salsa italiana, suo il ritorno alla prescrizione pre Bonafede, sua pure la separazione delle carriere. Ma tant’è. Stavolta, nella sua stretta sui tempi concessi ai gip, gli è facile dire che “se l’atto è emesso a distanza di molti mesi dalla richiesta, il ritardo ha certamente messo a repentaglio le esigenze previste dal codice di procedura penale”. E ancora: “È altrettanto evidente che se nel lungo lasso di tempo trascorso non si sono concretizzati i pericoli su cui il pm ha fondato la richiesta, ciò pone legittimi dubbi sulla sussistenza delle esigenze cautelari”.

E qui ovviamente Costa attinge alla cronaca, che “fa emergere molto spesso casi in cui tra la richiesta del pm e l’ordinanza del giudice intercorrono molti mesi, talvolta più di un anno“. Ed ecco la sua chiosa: “Al di là della comprensibile complessità di taluni procedimenti e del carico di lavoro che molti giudici devono svolgere, è singolare che un provvedimento “cautelare” e come tale “urgente”, sia disancorato cronologicamente all'emergere dei rischi sui quali si fonda”. Facile giungere alla conclusione che “c’è un evidente lacuna normativa perché il legislatore non assegna al giudice un termine perentorio per esprimersi su una richiesta di misura cautelare che proviene dal pm”.

Alla fine del ragionamento si arriva alla sua proposta di legge, composta da un solo capoverso, e che cambia l’articolo 292 del codice di procedura penale e “introduce un termine di sessanta giorni, prorogabile una sola volta per ulteriori trenta giorni nei casi di particolare complessità”. Se il termine viene sforato diventa “nulla” la stessa ordinanza. Considerato l’affanno in cui lavorano i gip italiani, gravati dai tanti compiti piovuti sulla loro testa dalla riforma del processo penale dell’ex Guardasigilli Marta Cartabia, e se l’ormai resta resta quello attuale, e se la proposta passa, c’è da scommettere che molte inchieste finiranno nel nulla.

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