Meloni, la sfida sovranista: posa da vittima e trasforma le Europee in un referendum
di Lorenzo De CiccoSampietrini roventi, quasi 30 gradi, Carlo Nordio si avvicina alle transenne confidando nell’ombra del retropalco. Ma neanche fosse un privé della Costa Smeralda a ferragosto, il servizio d’ordine di FdI lo “rimbalza”. «Ma io sono un ministro...». «E i ministri non possono entrare». Tutti in piazza, alte cariche incluse, è l’ordine di scuderia. Ignazio La Russa, per dire, si acciambella sul selciato: «Oggi sono solo Ignazio». Ci sono tutti: Lollobrigida, Fitto, Santanché, Sangiuliano. Spunta pure Antonio Angelucci, che in teoria sarebbe della Lega: «Ma fatevi i c... vostri», risponde con grazia ai cronisti. Nell’area «vip» accede solo lo staff di Palazzo Chigi e Arianna Meloni, che poi giura di non avere raccomandato Stefano De Martino in Rai. L’ovale della piazza, però, si riempie solo a metà. Il pienone non c’è. La telecamera montata sulla gru è costretta a stringere l’inquadratura, per camuffare i buchi. Via della Scrofa spara: siamo 30mila! La Questura, che appare comunque generos…
Sampietrini roventi, quasi 30 gradi, Carlo Nordio si avvicina alle transenne confidando nell’ombra del retropalco. Ma neanche fosse un privé della Costa Smeralda a ferragosto, il servizio d’ordine di FdI lo “rimbalza”. «Ma io sono un ministro...». «E i ministri non possono entrare». Tutti in piazza, alte cariche incluse, è l’ordine di scuderia. Ignazio La Russa, per dire, si acciambella sul selciato: «Oggi sono solo Ignazio». Ci sono tutti: Lollobrigida, Fitto, Santanché, Sangiuliano. Spunta pure Antonio Angelucci, che in teoria sarebbe della Lega: «Ma fatevi i c... vostri», risponde con grazia ai cronisti. Nell’area «vip» accede solo lo staff di Palazzo Chigi e Arianna Meloni, che poi giura di non avere raccomandato Stefano De Martino in Rai. L’ovale della piazza, però, si riempie solo a metà. Il pienone non c’è. La telecamera montata sulla gru è costretta a stringere l’inquadratura, per camuffare i buchi. Via della Scrofa spara: siamo 30mila! La Questura, che appare comunque generosa, arrotonda a 20mila. A occhio, sembrano meno. Forse è un segnale di come andranno le Europee: questo è l’unico comizio di «Giorgia» (dappertutto è citata solo così, col nome) in tutta la campagna elettorale. Forse no, i “Fratelli” scaramantici potranno sempre rovesciare il detto di Nenni: piazze piene, urne vuote. Si vedrà.
Meloni interviene dopo una batteria di candidati nazionali e locali. C’è pure Adriana Poli Bortone che promette di cacciare «i leninisti da Lecce». Intorno al palco roteano i cartonati di Annunziata, Formigli e Fazio, quelli che dovrebbero «restarci male» se FdI fa il botto. Le casse annunciano la premier col tormentone anti-deluchiano: «Sono quella stronza della Meloni». «Sono una donna che non si sottomette», rincara lei dal podio. Sul palco, parla un’ora secca, sempre leggendo dal gobbo. Discorso preparato. Un filotto di attacchi a misteriose «forze della conservazione dello status quo» che orchestrerebbero «trappole e sgambetti» contro FdI. Frecciate continue alla «sinistra delle cattiverie», più a Schlein che a Conte. E soprattutto all’Europa della «farina degli insetti», delle «regole cervellotiche», dell’«indottrinamento gender», dell’«islamizzazione» come la chiamano i suprematisti bianchi. E quindi l’8 e 9 giugno sarà «un referendum fra due visioni opposte». Per la premier, assomiglia a un all in. Seguono infatti accorati appelli agli elettori. Agli indecisi, o ai delusi: «Ho rinunciato a tutto, vi chiedo in cambio solo 5 minuti, siate al mio fianco. Finché ci siete voi, ci sono io».
Meloni: "Secondo Schlein non sono democratica? Non scappi e risponda"
Non si sentono annunci mirabolanti. Nessun «aboliremo l’Ici». L’unica promessa riguarda la sanità, tema su cui il Pd martella il governo da mesi, soffiando sul malcontento. Promessa vaga: «Monitoreremo le liste d’attesa, le visite si potranno fare anche il sabato e la domenica. E aboliremo il tetto di spesa per l’assunzione dei medici». Quando? Al prossimo Cdm, pre-elettorale. Quanto all’agenda di governo, scorrono difese d’ufficio al premierato, alla separazione delle carriere «contro le correnti politicizzate dei magistrati», alla presunta compattezza della maggioranza. «Mandiamo un abbraccio a Salvini e Tajani». Pochissima politica estera.
Al di là dei toni - solito cocktail di vittimismo e ruvidezza - il discorso schiera Meloni a destra anche in Ue. Altro che svolta moderata. «Non andremo mai al governo dell’Europa con la sinistra, sono nostalgici dell’Urss, li manderemo all’opposizione, l’obiettivo è meno lontano». Nel sotto-palco, intanto, Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo dei Conservatori, liquida già von der Leyen: «Non sarà la prossima presidente della Commissione». Giorgia però non cita mai Ursula. Preferisce bersagliare lo sfidante, «tale Schmit», che sarebbe il socialista Nicolas Schmit, colpevole di avere definito i Conservatori «non democratici». Qui Meloni arriva a evocare la lotta armata. «Se non sono democratica, cosa sono? Un dittatore? E se sono un dittatore, si fa la lotta armata per depormi? Elly, non scappare, rispondi: condividi? Voi fornite alibi agli estremisti».
La premier non fissa asticelle per le Europee. Promette retoricamente che l’Italia non sarà più isolata a livello internazionale, come «quando governava la sinistra». E che non si presenterà «col piattino in mano». Ora che il 30% pare più lontano, anche i ministri evitano rilanci incauti. «L’obiettivo è confermare il 26%», dice Arianna Meloni. La sorella la butta sul calcio: «Dopo lo scudetto delle Politiche, ora vinciamo la Champions». Immancabile coretto di un sostenitore: «Vincere e vinceremo».