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D’Alimonte sul rischio astensionismo: “Timori fondati. Il Sud potrebbe disertare le urne”

Roberto D'Alimonte, 77 anni 
Intervista al politologo della Luiss: “Alle ultime elezioni è andato a votare solo il 54 per cento degli elettori. Stavolta la soglia potrebbe scendere ancora”
2 minuti di lettura

Roberto D’Alimonte, politologo della Luiss, a chi fa paura l’astensionismo?

«In primo luogo a chi è forte al Sud. E quindi ai Cinquestelle».

Conte è quello che rischia più di tutti?

«In proporzione al totale i voti meridionali rappresentano per il Movimento il 65 per cento; il 49 per Forza Italia, il 35 per Fratelli d’Italia, il 34 per il Pd».

Il Sud diserterà le urne?

«Nel 2019 la differenza tra le regioni del Centro Nord e quelle del Centro Sud fu di 17 punti, stavolta la forbice si potrebbe allargare».

L’affluenza nazionale precipiterà sotto il 50 per cento?

«Non ho lo sfera di cristallo. Ma i timori di questi giorni mi sembrano fondati. Si rischia di scendere sotto il 54 per cento dell’ultima volta».

Meloni fa bene a preoccuparsi?

«Se conferma, o migliora di poco, il 26 per cento delle politiche potrà dirsi soddisfatta».

Lei sogna di sfondare il muro del 30 per cento.

«Ma già confermare la percentuale delle politiche, dopo quasi due anni al governo, sarebbe un risultato non s…

Roberto D’Alimonte, politologo della Luiss, a chi fa paura l’astensionismo?

«In primo luogo a chi è forte al Sud. E quindi ai Cinquestelle».

Conte è quello che rischia più di tutti?

«In proporzione al totale i voti meridionali rappresentano per il Movimento il 65 per cento; il 49 per Forza Italia, il 35 per Fratelli d’Italia, il 34 per il Pd».

Il Sud diserterà le urne?

«Nel 2019 la differenza tra le regioni del Centro Nord e quelle del Centro Sud fu di 17 punti, stavolta la forbice si potrebbe allargare».

L’affluenza nazionale precipiterà sotto il 50 per cento?

«Non ho lo sfera di cristallo. Ma i timori di questi giorni mi sembrano fondati. Si rischia di scendere sotto il 54 per cento dell’ultima volta».

Meloni fa bene a preoccuparsi?

«Se conferma, o migliora di poco, il 26 per cento delle politiche potrà dirsi soddisfatta».

Lei sogna di sfondare il muro del 30 per cento.

«Ma già confermare la percentuale delle politiche, dopo quasi due anni al governo, sarebbe un risultato non scontato».

Renzi prese il 40 per cento.

«E Salvini, che era l’uomo forte del 2019, il 34. È questo confronto a non lasciarla tranquilla».

Perciò è stata troppo aggressiva?

«È stata poco incisiva».

Perché i meridionali non votano per l’Europa?

«Per i meridionali l’Europa è distante. È un voto che non li tocca da vicino».

Il Sud si esalta nelle preferenze.

«Ma le preferenze si nutrono del contatto diretto. E del voto di scambio. Al Sud contano i pacchetti di voti. Solo che stavolta c’è poco da scambiare. E le circoscrizioni sono enormi».

La polarizzazione con Meloni favorirà Elly Schlein?

«Ho visto che Nando Pagnoncelli, un sondaggista serio, li stima sopra al 22 per cento. Potrebbero ripetere il risultato di Zingaretti di cinque anni fa, quando ottennero il 22,7 per cento».

E Conte ne pagherà il prezzo?

«Non ha radicamento. E ha candidati con scarso appeal, che faranno fatica a raccogliere preferenze».

Schlein ha fatto una campagna efficace?

«Non si è distinta in particolare. Come tutti gli altri».

In generale che campagna è stata?

«Deludente. Scialba. Moscia. Nessuno ha veramente educato ai temi europei. Si è parlato più di Vannacci che del futuro dell’Europa».

Vannacci sarà la sorpresa?

«Salvini non si è presentato per non fare brutta figura».

Non è un’idea vincente?

«A lungo termine no. Così ci fanno Zaia e Vannacci nello stesso partito? Posizionando il partito all’estrema destra ha regalato il Nord a Fratelli d’Italia e fatto sopravvivere Tajani».

Non ha ragione dal suo punto di vista?

«Dopo la morte di Berlusconi aveva una prateria. Invece ha perso il Nord e non ha conquistato il Sud».

La guerra influirà?

«Molto poco».

Di temi europei neanche a parlarne.

«Ma è anche colpa dei partiti che avrebbero il compito di educare ai temi».

Insomma, non dobbiamo aspettarci grandi sorprese.

«Il voto è diventato volatile. Giorgia Meloni è passata dal 4 al 26. Salvini dal 34 è sceso all’8. Quindi prudenza. Ma la sensazione è che stavolta mancherà l’effetto sorpresa».

Cosa intende con effetto sorpresa?

«In questo contesto poteva avere successo un partito dichiaratamente anti Europa. Purtroppo gli umori contro Bruxelles in una parte dell’elettorato sono ancora molto forti».

La Lega non prova a intercettare quell’elettorato?

«Sì, ma non smaccatamente. Non parla più di uscire dall’euro. Non se lo può permettere stando al governo con Giorgia Meloni. E poi lui sconta il fatto di non essere più così popolare».

L’Europa andrà a votare?

«Secondo una ricerca della Fondazione Bertelsmann ci andrà il 60 per cento. Mi sembra tanto».

Noi siamo in controtendenza?

«Sì. E lo eravamo già cinque anni fa: da noi diminuì, mentre nel resto dell’Unione l’affluenza aumentò di otto punti rispetto al 2014».

In America Trump può vincere?

«È un rischio concreto. Le elezioni americane sono una roulette».

Cioè?

«Trump nel 2016 vinse per 77mila voti, nel 2020 perse per 44 mila. Anche stavolta la distanza sarà di poche migliaia di voti».

Quali saranno gli Stati chiave?

«Michigan, Wisconsin, Pennsylvania».

E in Italia, la spunterà Meloni sul premierato?

«In Parlamento sì»

E il successivo referendum?

«Dipenderà dal contesto politico in cui si svolgerà».

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