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Al Csm vince la destra, finisce sei a due sulle presidenze delle commissioni. Il meloniano Giuffrè conquista l’ufficio studi

Il laico di Italia viva Ernesto Carbone al vertice della quinta che nomina i capi degli uffici: si è schierato contro la separazione delle carriere. Penalizzato Andrea Mirenda, la toga favorevole al sorteggio
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ROMA - Sei a due. Finisce così, al Csm, la partita delle commissioni che detteranno legge sulla vita del Consiglio per i prossimi sedici mesi. Per usare un gergo calcistico, possiamo dire che sei commissioni strizzano l’occhio al centrodestra per presidenze e per composizione, mentre solo due guardano a sinistra. Il meloniano catanese Felice Giuffrè in compenso non riesce a conquistare, come avrebbe voluto, il vertice della sesta commissione, strategica nel giudicare le leggi del governo soprattutto in tempi di separazione delle carriere. Però il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli, avvocato in quota Lega, non solo gli affida il posto di numero due di quella commissione, ma soprattutto il vertice dell’ufficio studi, una poltrona decisamente strategica perché proprio lì vengono scritti i pareri sui magistrati che poi incidono sulla loro carriera e soprattutto sono determinanti in vista di possibili conflitti davanti al Tar e al Consiglio di Stato. Dalle mani del costituzionalista emer…

ROMA - Sei a due. Finisce così, al Csm, la partita delle commissioni che detteranno legge sulla vita del Consiglio per i prossimi sedici mesi. Per usare un gergo calcistico, possiamo dire che sei commissioni strizzano l’occhio al centrodestra per presidenze e per composizione, mentre solo due guardano a sinistra. Il meloniano catanese Felice Giuffrè in compenso non riesce a conquistare, come avrebbe voluto, il vertice della sesta commissione, strategica nel giudicare le leggi del governo soprattutto in tempi di separazione delle carriere. Però il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli, avvocato in quota Lega, non solo gli affida il posto di numero due di quella commissione, ma soprattutto il vertice dell’ufficio studi, una poltrona decisamente strategica perché proprio lì vengono scritti i pareri sui magistrati che poi incidono sulla loro carriera e soprattutto sono determinanti in vista di possibili conflitti davanti al Tar e al Consiglio di Stato. Dalle mani del costituzionalista emerito Roberto Romboli, scelto dal Pd per palazzo Bachelet, ecco la magistratura italiana passare in quelle del giurista di Catania Giuffrè.

Pinelli realizza anche una “vendetta” personale perché “confina” in una sola commissione il togato Andrea Mirenda, l’ex Md oggi indipendente, fermo fautore del sorteggio per il Csm, ma che ha criticato più volte Pinelli per i voti “doppi” di cui si è avvalso determinando così la vittoria di alcuni capi degli uffici, primo tra tutti il procuratore di Firenze Filippo Spiezia. Ed ecco allora Mirenda sistemato solo nella prima commissione, quella che procede ai trasferimenti d’ufficio. Lui aveva chiesto di non restare nella quinta che nomina i capi degli uffici, dove ha sostenuto la battaglia del rigido rispetto del Testo unico sulla dirigenza in chiave anti correnti.

Ma guardiamo ancora alla sesta commissione, che nei sedici mesi passati, presieduta da Marcello Basilico di Area, ha provocato più di un grattacapo a Pinelli per pareri come quello sul decreto Caivano (che proprio il vicepresidente voleva rinviare) e sulla prescrizione che hanno criticato nettamente le scelte del governo. Al vertice arriva Roberto D’Auria di Unicost, e poi Romboli, e ancora Antonello Cosentino di Area, Eligio Paolini di Mi, e l’indipendente progressista Roberto Fontana. Una composizione che non fa affatto presagire buone nuove per il governo, visto che il piatto forte sarà quello della separazione delle carriere, che vede contraria tutta la magistratura, compresa la corrente di Mi.

Ma c’è un’altra casella che la destra non guadagna. Anche se non si può dire che l’abbia “vinta” la sinistra. Ed è quella del vertice della quinta commissione, proprio laddove vengono scelti i capi degli uffici. Anche lì c’erano le forti aspirazioni della Lega e di Magistratura indipendente. Ma il futuro presidente sarà Ernesto Carbone, il laico di Italia viva che in più di un’uscita si è schierato contro la separazione delle carriere. Da ultimo tre giorni fa sulla Stampa. E già da componente della stessa commissione, in più di un caso, non ha votato con la destra del Consiglio. La commissione, per com’è composta, non si può leggere in chiave anti giudici. Due poltrone vanno alla destra delle toghe, con Eligio Paolini di Magistratura indipendente che sarà il vice presidente, e la consigliera della Lega Claudia Eccher, ex avvocato di Matteo Salvini, che invece aspirava alla presidenza. Mentre a sinistra ci sono Maurizio Carbone di Area e Mimma Miele di Magistratura democratica, e poi Michele Forziati di Unicost. Un parterre che non dovrebbe portare a scelte pregiudiziali di destra.

Ed eccoci alle altre commissioni, partendo da quelle in cui invece la destra della politica e della magistratura appaiono favorite. Parliamo delle commissioni terza, quarta, settima e nona. Vediamo perché. La terza commissione ha grande potere, perché gestisce i magistrati fuori ruolo, pubblica i posti, ma soprattutto cura le nomine in Cassazione, comprese quelle alla procura generale, che poi gestisce le pratiche disciplinari. Eccola sbilanciata a destra, con la presidente Paola D’Ovidio, ex segretaria generale di Mi, che è al vertice anche della seconda commissione, che lavora sul regolamento interno del Csm e non cambia mai nei quattro anni. La vice presidente della terza commissione sarà Daniela Bianchini di FdI. Con lei Edoardo Cilenti di Mi. Per Unicost Antonino Laganà. A cui si aggiungono Michele Papa, laico di M5S, e Marcello Basilico di Area. Per la cronaca Bianchini, legata al sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano, e componente del Centro studi Rosario Livatino, come ricorda il suo stesso curriculum al Csm, figura in ben altre due commissioni, la quarta e la nona sulla formazione di cui è presidente.

Decisamente “a destra” invece la quarta commissione, determinante per le valutazioni di professionalità dei magistrati nonché per il “fascicolo” delle singole toghe, l’innovazione della legge Cartabia voluta da Enrico Costa di Azione che ha poi lamentato un’applicazione troppo blanda di Nordio, questioni che stanno particolarmente a cuore al centrodestra intenzionato a seguire criteri molto rigidi e punitivi. Ebbene, ecco la presidenza per Isabella Bertolini, l’ex deputata di Forza Italia portata al Csm da FdI. E ancora la vice presidente di Mi Maria Luisa Mazzola e Bernadette Nicotra della stessa corrente. Nonché Daniela Bianchini, anche lei meloniana. A sinistra “solo” Maria Francesca Abenavoli di Area. E poi Roberto D’Auria di Unicost. Ugualmente “a destra” la nona commissione che segue i rapporti istituzionali. La presidenza va alla Bianchini, la vice è Nicotra. C’è il forzista Enrico Aimi. E Dario Scaletta di Mi. Chiudono la rosa Tullio Morello e Antonello Cosentino di Area.

Per trovare due presidenze attribuite alla sinistra di Area dobbiamo guardare alla prima commissione che si occupa dei trasferimenti d’ufficio che vede al vertice Tullio Morello e all’ottava che segue la magistratura onoraria dove c’è Maurizio Carbone. Nella prima gli equilibri giocano a favore del centrosinistra con il vicepresidente Michele Papa, laico di M5S e Marco Bisogni di Unicost. Ecco poi Andrea Mirenda. E a destra Enrico Aimi laico di Forza Italia e il togato di Mi Edoardo Cilenti. Nell’ottava invece Miele di Md, e poi Bertolini di FdI, la leghista Eccher, Scaletta di Mi e Forziati di Unicost.

Dulcis in fundo la settima commissione che segue l’organizzazione degli uffici giudiziari, tra cui un tema delicatissimo come l’informatizzazione. E anche qui troviamo una presidenza a destra, quella di Maria Vittoria Marchianò di Mi, una vice di FdI come Rosanna Natoli che arriva da Paternò, terra di Ignazio La Russa, ancora Maria Luisa Mazzola di Mi, e poi Geno Chiarelli di Area e Bisogni di Unicost. Un quadro complessivo in cui il centrodestra, con sette consiglieri laici, tra cui il vicepresidente Pinelli e sette togati di Mi con cui fare “blocco”, può determinare nomine e pareri sulle leggi del governo. Vedremo gli effetti che produrrà la separazione delle carriere che può spaccare l’asse tra la destra della politica e quella della magistratura.

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