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Decreto flussi, il sospetto dietro l’esposto di Meloni: una talpa nelle istituzioni che indirizza il click day per i migranti

(ansa)
La premier teme l’effetto boomerang sul superdecreto e denuncia all’Antimafia le infiltrazioni della criminalità organizzata anticipate da Repubblica. Le opposizioni attaccano: “Si accorgono di un sistema malato, bisogna abolire la Bossi-Fini”
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ROMA — Ci sono i dati del Viminale, inequivocabili (dalla Campania arrivano più domande che dall’industrialissimo Nord Est), ma c’è anche il sospetto di una manina nella stanza dei bottoni, dentro le istituzioni. Ingranaggio fondamentale, nella complicatissima e per di più inaccessibile macchina del decreto flussi, per consentire alle organizzazioni criminali, ai caporali o semplicemente a mediatori con le entrature giuste di mettere le mani su quelli che il governo sbandiera da mesi come la mossa strategica vincente per garantire ingressi legali e controllati dei lavoratori stranieri in Italia. E poi come mai i “prescelti” quasi tutti arrivano dal Bangladesh, Paese dove la compravendita di visti è all’ordine del giorno?

IL DOSSIER Fuggire per vivere

E così, a pochi giorni dalle Europee, Giorgia Meloni teme che il superdecreto flussi (450.000 posti in tre anni) può diventare un boomerang. E, con una mossa decisamente anomala, decide di andare a denunciare quello che nelle scorse setti…

ROMA — Ci sono i dati del Viminale, inequivocabili (dalla Campania arrivano più domande che dall’industrialissimo Nord Est), ma c’è anche il sospetto di una manina nella stanza dei bottoni, dentro le istituzioni. Ingranaggio fondamentale, nella complicatissima e per di più inaccessibile macchina del decreto flussi, per consentire alle organizzazioni criminali, ai caporali o semplicemente a mediatori con le entrature giuste di mettere le mani su quelli che il governo sbandiera da mesi come la mossa strategica vincente per garantire ingressi legali e controllati dei lavoratori stranieri in Italia. E poi come mai i “prescelti” quasi tutti arrivano dal Bangladesh, Paese dove la compravendita di visti è all’ordine del giorno?

IL DOSSIER Fuggire per vivere

E così, a pochi giorni dalle Europee, Giorgia Meloni teme che il superdecreto flussi (450.000 posti in tre anni) può diventare un boomerang. E, con una mossa decisamente anomala, decide di andare a denunciare quello che nelle scorse settimane Repubblica ha raccontato come evidente indice di rischio su cui già diverse Procure italiane e il nucleo ispettorato del lavoro dei carabinieri hanno già acceso i riflettori: e cioè che la maggior parte delle domande presentate proviene da Napoli e più in generale da Regioni del sud dove ci sono molte meno imprese e un tasso di disoccupazione ben più alto di quelle del Nord ove gli imprenditori chiedono manodopera straniera; e soprattutto che la maggior parte degli immigrati che si vedono accogliere la domanda (ben sette su dieci) entrano sì con un regolare visto ma poi non trovano ad attenderli il datore di lavoro. Niente contratto, niente permesso di soggiorno destino inevitabile da irregolare nelle mani delle organizzazioni criminali a cui molti di loro hanno già pagato una tangente per entrare in Italia.

Ce n’è abbastanza per vedere naufragare nel peggiore dei modi il maxidecreto flussi, deve aver pensato Meloni che ieri si è presentata con il sottosegretario Alfredo Mantovano negli uffici della Direzione nazionale antimafia. Mezz’ora di colloquio con il procuratore Giovanni Melillo per presentare un esposto prima di riferire al Consiglio dei ministri e annunciare anche un correttivo legislativo: «Consentiremo in Italia solo l’ingresso di chi ha già un contratto di lavoro».

Meloni in visita in Albania: i lavori dei centri migranti ancora in alto mare

«La criminalità organizzata si è infiltrata nella gestione delle domande e i decreti flussi sono stati utilizzati come meccanismo per consentire l’accesso in Italia, a persone che non ne avrebbero avuto diritto, verosimilmente dietro pagamento di somme di denaro fino a 15.000 euro per pratica», la denuncia della premier, che punta il dito sulla Campania aprendo un altro fronte col suo arcinemico Vincenzo De Luca. Non che la Dna abbia il potere di svolgere direttamente indagini, ma quello di coordinamento e impulso di quelle delle Procure sì e Giorgia Meloni era stata informata che di inchieste sulle manipolazioni del decreto flussi in Italia ne sono già state aperte parecchie, a cominciare proprio da Napoli, la città che con le sue 119.915 richieste ha superato quelle presentate da Veneto (71.176) ed Emilia Romagna(41.861) messe insieme. Come è possibile? Improbabile che una tale quantità di datori di lavoro campani (ben 231.000 su 702.000 totali) sia stato in grado di giustificare e richiedere un così alto fabbisogno di lavoratori stranieri e soprattutto improbabile che siano miracolosamente riusciti a passare le forche caudine dei click day, l’appuntamento telematico che per tre volte quest’anno ha visto centinaia di migliaia di imprenditori e famiglie contendersi nel giro di pochissimi minuti la possibilità di far venire dall’estero lavoratori che — in linea teorica — dovrebbero essere a loro sconosciuti.

Ma soprattutto Meloni ha finalmente scoperto l’acqua calda, eredità di quella legge Bossi-Fini alla quale fino ad ora il governo si è rifiutato di mettere mano: perché alla fine della fiera — come ha certificato anche il recentissimo report della campagna “Ero straniero” che da anni monitora i dati di sanatorie e decreti flussi, appena il 27 % dei lavoratori che riescono ad entrare in Italia con regolare visto per lavoro, alla fine trova il suo contratto di lavoro. Un “vulnus” enorme nelle procedure che ora il governo promette di colmare con un provvedimento che renderà obbligatoria la stipula del contratto di lavoro prima dell’ingresso in Italia.

La mossa della premier — che oggi sarà in Albania a visitare i cantieri dei centri che dovrebbero ospitare i migranti recuperati in mare dalle navi della marina italiana — tira la volata alle opposizioni: il Pd chiede che Meloni e Melillo vengano convocati in commissione antimafia, Angelo Bonelli (Avs) trova «paradossale che la premier presenti esposti invece di governare», Riccardo Magi di + Europa e la campagna Ero Straniero insistono: «Si accorgono di un sistema malato. Sui flussi solo propaganda, bisogna abolire la Bossi-Fini».

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