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Meloni in Albania, Magi (+Europa) protesta e viene aggredito dalla sicurezza: “E chissà cosa accadrà ai poveri cristi qui". La premier spazientita: “Seh, poveri cristi”

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Lo scontro a Shengjin dove si è presentato a sorpresa il deputato che ha bloccato l’auto ed è stato strattonato. Poi il botta e risposta. In serata la presidente da Mentana: “Non avrei fatto piazzata”. In precedenza l’annuncio della presidente del Consiglio: “I due centri partono il primo agosto”
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SHENGJIN - “Sì, poveri cristi…”. Quando il clima si fa caldo, fuori dal nuovo centro di accoglienza di Schengjin, a Giorgia Meloni sfugge l’espressione più infelice. E ironizza così sui migranti: “Sì, poveri cristi…”, dice la premier rispondendo al deputato di +Europa Riccardo Magi, che aveva acceso la rissa mettendosi davanti all’auto della prima ministra con un cartello in mano: “Hotspot elettorale”. Maltrattato dalle forze dell’ordine, con la camicia sporca di sangue, Magi aveva appena detto: “Se accade questo a un parlamentare, con le telecamere, potete immaginare cosa accadrà a quei poveri cristi che saranno ospitati qui”. “Sì, poveri cristi…”, dice spazientita Meloni. Appunto. Poi in serata, ospite di Enrico Mentana al tg di La 7, la premier stigmatizza Magi: “Ho fatto molte campagne elettorali anche io, ma mai mi sarei sognata di andare a fare una piazzata quando il primo ministro italiano era con un omologo. Lì non è più una questione interna italiana tra i partiti, diventa un…

SHENGJIN - “Sì, poveri cristi…”. Quando il clima si fa caldo, fuori dal nuovo centro di accoglienza di Schengjin, a Giorgia Meloni sfugge l’espressione più infelice. E ironizza così sui migranti: “Sì, poveri cristi…”, dice la premier rispondendo al deputato di +Europa Riccardo Magi, che aveva acceso la rissa mettendosi davanti all’auto della prima ministra con un cartello in mano: “Hotspot elettorale”. Maltrattato dalle forze dell’ordine, con la camicia sporca di sangue, Magi aveva appena detto: “Se accade questo a un parlamentare, con le telecamere, potete immaginare cosa accadrà a quei poveri cristi che saranno ospitati qui”. “Sì, poveri cristi…”, dice spazientita Meloni. Appunto. Poi in serata, ospite di Enrico Mentana al tg di La 7, la premier stigmatizza Magi: “Ho fatto molte campagne elettorali anche io, ma mai mi sarei sognata di andare a fare una piazzata quando il primo ministro italiano era con un omologo. Lì non è più una questione interna italiana tra i partiti, diventa un tema di credibilità della nazione, ma questo è un problema che la sinistra non si fa molto spesso".

(reuters)

Finisce in gazzarra, insomma, la visita di Meloni in Albania, un blitz che per la leader era una scommessa: inaugurare una struttura di primissima accoglienza, quella nel porto della cittadina a nord del Paese, che però non può funzionare perché interconnessa a un’altra, in costruzione a Gjader (venti chilometri di distanza), dove i migranti dovrebbero essere trasferiti in attesa di rimpatrio. E che è ben lungi dall’essere completata. Eppure, secondo il discusso protocollo d’intesa fra Italia e Albania, l’attività dei due centri sarebbe dovuta cominciare il 20 maggio. Dopo una lunga riflessione, Meloni ha deciso di non rinunciare a un’inaugurazione a metà. Prevale l’ansia per il voto alle porte. E lei fa il periplo della polemica: “Spot elettorale? Ogni cosa che faccio ormai per l’opposizione è uno spot: se vado a Caivano, se vado in Albania, se firmo un accordo di coesione… Mi spiace, non posso scomparire…”. Le scadenze saltate? “Avremo due mesi di ritardo perché a Gjader bisogna rafforzare il terreno”. Quindi, dice, “si comincia il primo agosto”. Come mai allora il contratto di affitto della nave che dovrebbe trasportare i migranti ha validità dal 15 settembre? Meloni taglia corto: “Si inizierà con mille ospiti al mese, che a regime saliranno a tremila”. La premier sfida i dubbi. Quelli sui costi, lievitati a dismisura, sono robusti: fra realizzazione e gestione dei centri, trasporto, indennità per il distacco delle forze dell’ordine italiane in Albania, vengono stimati fra gli ottocento milioni e il miliardo, in un momento in cui le casse dello Stato non versano nelle migliori condizioni e si cercano risorse ad esempio per il cuneo fiscale. Meloni ha altre cifre: “I costi? Se calcoliamo le minori spese per l’accoglienza in Italia e l’effetto deterrenza, noi pensiamo ad un risparmio di 136 milioni”. E’ una narrazione non si sa quanto veritiera ma per ora utile alla premier che vuole sminare alla vigilia del voto le polemiche esplose sul modello albanese. Edi Rama, accanto a lei, spara a zero sulla stampa italiana, dopo alcuni servizi sull’influenza della criminalità sui territori interessati dall’accordo. “Sono stati versati fiumi di fango sul mio Paese solo per attaccare l’accordo”, dice. E Meloni, al fianco, non difende certo il lavoro dei giornalisti. Gli manifesta solidarietà.

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