Salvini tra Le Pen e Trump si aggrappa a Vannacci: “Superiamo Forza Italia”
di Emanuele LauriaROMA —Dice di aver sbirciato, in queste ore, fra le carte «dei sondaggi segreti sui tavoli delle redazioni». E asserisce che «la Lega è il partito in più forte crescita». Di più: a chi gli sta vicino, sotto il palco, Matteo Salvini conferma che il traguardo più ricercato è a un passo: «Siamo davanti Forza Italia». La sensazione è quella dello scampato pericolo, la voglia di rivincita è forte: «Celebrano da anni il funerale del partito da me guidato. Ma sopravviveremo anche stavolta… ».
Una piazza Santi Apostoli non piena, malgrado la posizione del palco ne lasci aperta solo la metà, saluta l’ultimo miglio della corsa solitaria del leader che per non affondare, nella diffidenza dei big, si è aggrappato alla sagoma di un esterno, Roberto Vannacci. È una serata di facili metafore: lui il Capitano, l’altro il generale. «Ma senza la fanteria non saremmo niente», dice Salvini al suo pubblico.
È una serata di ammiccamenti a destra e simboli controversi. A partire dalla playlist del comizio: …
ROMA —Dice di aver sbirciato, in queste ore, fra le carte «dei sondaggi segreti sui tavoli delle redazioni». E asserisce che «la Lega è il partito in più forte crescita». Di più: a chi gli sta vicino, sotto il palco, Matteo Salvini conferma che il traguardo più ricercato è a un passo: «Siamo davanti Forza Italia». La sensazione è quella dello scampato pericolo, la voglia di rivincita è forte: «Celebrano da anni il funerale del partito da me guidato. Ma sopravviveremo anche stavolta… ».
Una piazza Santi Apostoli non piena, malgrado la posizione del palco ne lasci aperta solo la metà, saluta l’ultimo miglio della corsa solitaria del leader che per non affondare, nella diffidenza dei big, si è aggrappato alla sagoma di un esterno, Roberto Vannacci. È una serata di facili metafore: lui il Capitano, l’altro il generale. «Ma senza la fanteria non saremmo niente», dice Salvini al suo pubblico.
È una serata di ammiccamenti a destra e simboli controversi. A partire dalla playlist del comizio: «Give peace a chance» e «Blowing in the wind», sembra Woodstock e ti trovi il ministro Valditara che agita lo spettro del ritorno del voto in condotta e delle sospensioni per gli studenti che occupano. Il cortocircuito è totale quando dagli altoparlanti risuonano le note di Roberto Vecchioni e Vannacci confessa di amare Guccini.
Salvini, nella chiusura della campagna elettorale, alza il tiro. Chiede un mandato «chiaro e assoluto»: «Mai nessun proiettile, bomba o missile dovrà essere usato per attaccare la Russia». La Lega non voterà più un decreto armi del governo di cui fa parte se sarà utilizzato per scopi non difensivi. Pace, pace, pace: Salvini si appropria del tema, sostiene che «tanti uomini di Chiesa» lo chiamano in privato per dirgli «vai avanti».
Insulta Macron: «Se vuoi la guerra prendi l’elmetto e la fionda e vai tu, non rompere le palle». I toni sono tutt’altro che miti quando si parla delle istituzioni europee. All’indice finiscono «i trafficoni e i trafficanti di Bruxelles» e c’è un messaggio minaccioso per i vertici della Bce: «I popoli europei riprendano il controllo» della Banca centrale, Christine Lagarde non può più essere libera di portare povertà e miseria in giro per l’Europa». Il leader leghista porta sul palco un pantheon di viventi: Donald Trump («Spero che vinca le elezioni americane e porti ordine e pace»), Marine Le Pen («Sarà la vera trionfatrice di queste europee») e persino Giovanni Toti, il governatore agli arresti domiciliari: «Tornerò in Liguria, fiero di poter abbracciare un galantuomo che qualcuno ha pensato di arrestare a pochi giorni dal voto». L’incubo dell’astensionismo lo induce ad avvisare gli elettori: «Sarà complice chi non andrà alle urne, io odio i vigliacchi. Per la prima volta può vincere il centrodestra e nessuno dovrà lamentarsi poi se ciò non accadrà».
La miccia, d’altronde, l’accende Vannacci, che nel suo intervento estende l’armamentario di enfasi, linguaggio militare e richiami destrorsi. La grammatica incerta («I romani hanno sopravvissuto anche ai lanzichenecchi») si mischia con le citazioni latine piazzate un po’ a casaccio («Alea iacta est»), l’ormai abusato riferimento alla X Mas («Nelle urne mettete la decima sul mio nome») è preceduto da una dedica mistificata ai caduti del Carso: «I centomila nonni di Redipuglia gridano presente, presente, presente...». E naturalmente la Russia amica: «Putin non è peggio di Stalin».
L’abbraccio fra il Capitano e il generale, a uso di fotografi e telecamere, è il suggello all’azzardo del segretario: sfilarsi dal confronto diretto con le urne e liberarsi dalle pressioni interne puntando tutto su un candidato che non fa parte della Lega. La classe dirigente del partito fa buon viso a cattivo gioco. A Roma c’è il ministro Calderoli ma non Giorgetti, non ci sono i governatori, viene “precettato” il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari che sul palco parla prima di Vannacci, non cita mai l’ufficiale. Se la scelta di Salvini di appaltare all’esterno la rappresentanza della Lega avrà funzionato, lo dirà lo spoglio. Di certo il generale non ha alcuna intenzione di legarsi troppo al Carroccio: «Vuole sapere se prenderò la tessera... Non lo so. Non basta condividere gli ideali?».