Il silenzio di Meloni, irritata per gli attacchi di Salvini a Macron: danni al governo alla vigilia del G7
di Emanuele LauriaROMA — «Grazie a Dio è finita. Ora andiamo a raccogliere i cocci». Prima di salire sul palco per l’ultimo comizio, un ministro di Fratelli d’Italia riassume così il clima che si respira nell’inner circle meloniano per il crescendo di attacchi di Matteo Salvini al presidente francese Emmanuel Macron. Le tensioni pre-elettorali, dalle parti di Palazzo Chigi, erano messe nel conto. Ma il leader della Lega, che sconfina nell’insulto e scatena i social contro il capo del governo d’Oltralpe, ha oltrepassato il segno: questa è l’opinione della premier, alla vigilia del voto.
Non è che Meloni abbia avuto, nel corso della sua navigazione, un rapporto idilliaco con l’inquilino dell’Eliseo. Un anno fa, si ricorda sempre in ambienti dell’esecutivo, il ministro degli Interni francese Gerald Darmanin accusò «gli amici della signora Le Pen in Italia» di incapacità nel gestire l’emergenza migranti. Ma oggi la questione è diversa, le espressioni di Salvini sono più pesanti e soprattutto mettono i…
ROMA — «Grazie a Dio è finita. Ora andiamo a raccogliere i cocci». Prima di salire sul palco per l’ultimo comizio, un ministro di Fratelli d’Italia riassume così il clima che si respira nell’inner circle meloniano per il crescendo di attacchi di Matteo Salvini al presidente francese Emmanuel Macron. Le tensioni pre-elettorali, dalle parti di Palazzo Chigi, erano messe nel conto. Ma il leader della Lega, che sconfina nell’insulto e scatena i social contro il capo del governo d’Oltralpe, ha oltrepassato il segno: questa è l’opinione della premier, alla vigilia del voto.
Non è che Meloni abbia avuto, nel corso della sua navigazione, un rapporto idilliaco con l’inquilino dell’Eliseo. Un anno fa, si ricorda sempre in ambienti dell’esecutivo, il ministro degli Interni francese Gerald Darmanin accusò «gli amici della signora Le Pen in Italia» di incapacità nel gestire l’emergenza migranti. Ma oggi la questione è diversa, le espressioni di Salvini sono più pesanti e soprattutto mettono in difficoltà tutto il governo. Anche perché, passate le elezioni, la premier con i partner europei di ogni colore politico dovrà continuare a dialogare. E con Macron, fra cinque giorni, Meloni dovrà sedersi al tavolo del G7. Il pensiero è già alla cena di giovedì sera, nel castello svevo di Brindisi, dove il capo dello Stato Sergio Mattarella, con la premier al fianco, riceverà i leader.
Non si fa fatica a comprendere, in questo venerdì che chiude una campagna segnata dal nervosismo nella maggioranza, perché fonti parlamentari di FdI parlino apertamente di «imbarazzo» e «irritazione» per le uscite di Salvini. Lei, la prima ministra, preferisce il silenzio sul tema. Bocche cucite anche al Quirinale. Mattarella e Meloni, in serata, siedono in prima fila all’Arena di Verona, per celebrare l’opera italiana. Non c’è ovviamente conferma all’ipotesi che, a margine, si sia parlato di una campagna elettorale che ha superato il livello di guardia.
L’unica certezza è una sensazione generale di fastidio. Che, nel principale partito della coalizione, viene confermata dal ministro della Difesa Guido Crosetto, cui non va proprio giù il continuo riferimento di Salvini alle armi da utilizzare contro la Russia e a una temuta partecipazione dei soldati italiani a un conflitto: «È inutile continuare a chiedere quali armamenti forniamo a Kiev. Sono informazioni segrete. Di cui però - rimarca Crosetto - dispone il Copasir. Le ha Conte come le ha Salvini. I soldati da mandare a combattere? Ma io, Meloni o Tajani l’abbiamo mai detto?». Una stilettata che non lascia presagire nulla di buono per il dopo-voto.
Su un altro fronte della maggioranza, il segretario di Forza Italia non le manda a dire. Tajani perde definitivamente la pazienza, risponde a muso duro all’altro vicepremier. E ricorda, appunto, che lui «non può usare parole volgari nei confronti di un presidente di un altro Stato». Con un altro paio di graffi: «Io l’inno nazionale lo canto sempre e non ho mai parlato di secessione. Non accetto lezioni da nessuno quando si parla di Patria», dice il ministro degli Esteri.
Polemiche senza freni, innescate probabilmente anche da un possibile recupero di una Lega «vannaccizzata». Negli ultimi giorni Salvini va ripetendo che il generale salirà sul podio dei più votati: una dichiarazione che, in ambienti forzisti, ha il sapore di una provocazione. Significa che Vannacci arriverà prima di Tajani. È una pista di rollerball, con concorrenti che non si risparmiano colpi, quella in cui il centrodestra chiude la sua campagna. L’appuntamento, per la resa dei conti, è a lunedì.
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