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Schlein chiude la campagna elettorale a Padova sul palco di Berlinguer: “Noi popolari senza essere populisti”

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Quarant’anni dopo il drammatico comizio la segretaria lo ricorda: “Il suo esempio, la politica come missione per la collettività”. Su elezioni e premierato: “Non lasciamo l’internazionalismo ai nazionalisti. Indebolire il Parlamento non è più democrazia ma il suo contrario, e non vanno indeboliti i poteri del Quirinale”
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PADOVA — Piazza della Frutta, Padova, ore 21.52 del 7 giugno 1984. Enrico Berlinguer parla da un palco ammantato di bandiere con il simbolo del Partito comunista italiano. Mancano pochi giorni alle elezioni europee di quell’anno. Il leader comunista chiede il voto per il Pci invitando i presenti a uno sforzo finale per la campagna elettorale, lo fa con uno slogan che ha fatto storia: «Strada per strada, casa per casa». La sequenza dei minuti successivi è drammatica e indimenticabile per chi c’era, per chi la vide poi in tv, per chi ne ha recuperato la visione negli anni. Berlinguer si ferma, la voce inciampa, lui con un fazzoletto si deterge il sudore dalla fronte. La piazza ondeggia. Qualcuno urla: Basta! Basta! Ancora pochi istanti e Berlinguer viene portato a braccia giù dal palco. Colpito da un ictus. Morirà pochi giorni dopo.

Alle ore 18 del 7 giugno di 40 anni dopo, in Piazza della Frutta ci sono di nuovo migliaia di persone. Tutto è cambiato, il mondo, l’Italia e pure il m…

PADOVA — Piazza della Frutta, Padova, ore 21.52 del 7 giugno 1984. Enrico Berlinguer parla da un palco ammantato di bandiere con il simbolo del Partito comunista italiano. Mancano pochi giorni alle elezioni europee di quell’anno. Il leader comunista chiede il voto per il Pci invitando i presenti a uno sforzo finale per la campagna elettorale, lo fa con uno slogan che ha fatto storia: «Strada per strada, casa per casa». La sequenza dei minuti successivi è drammatica e indimenticabile per chi c’era, per chi la vide poi in tv, per chi ne ha recuperato la visione negli anni. Berlinguer si ferma, la voce inciampa, lui con un fazzoletto si deterge il sudore dalla fronte. La piazza ondeggia. Qualcuno urla: Basta! Basta! Ancora pochi istanti e Berlinguer viene portato a braccia giù dal palco. Colpito da un ictus. Morirà pochi giorni dopo.

Alle ore 18 del 7 giugno di 40 anni dopo, in Piazza della Frutta ci sono di nuovo migliaia di persone. Tutto è cambiato, il mondo, l’Italia e pure il meteo, ieri c’erano trenta gradi, allora molti meno e una leggera pioggia. Non è cambiato l’affetto e il ricordo che più generazioni di italiani continuano a riservare a Berlinguer. Per la commemorazione di quel tragico comizio il palco è allestito proprio dove stava otto lustri prima, e così lo schermo, che nel 1984 era una primizia, alla destra dell’oratore. Questa cerimonia laica è anche l’ultima simbolica tappa della campagna elettorale di Elly Schlein, la segretaria che ha deciso di stampare gli occhi di Berlinguer sulle tessere del Partito democratico insieme a quell’antico slogan di una politica fu: strada per strada, casa per casa. Sono tre le frasi del comizio di Schlein che recuperano l’essenza del berlinguerismo proiettandola nel 2024. La prima: «Berlinguer ci ha insegnato che si può essere popolari senza mai essere populisti». La seconda: «Non permetteremo a nessuno di riscrivere la nostra storia». Infine la terza, quella più legata all’imminente voto: «Non lasciamo l’internazionalismo ai nazionalisti». Monito legato a un’evidenza degli ultimi anni, e cioè la capacità delle forze sovraniste e di ultradestra di fare asse in Europa più e meglio di socialisti e conservatori.

Schlein sente che questa non è una piazza elettorale come le decine di altre che ha battuto in questi mesi: «So - dice al pubblico - che molti di voi erano qui quella sera di 40 anni fa». Ed è così. Dario, 70 anni, si aggira per la piazza da un’ora prima del comizio con una bandiera del Pci: «C’ero, sì, ero consigliere comunale del partito a Padova. Vedevo sul palco il neurologo Giuliano Lenci, che era con me in Consiglio, che si agitava e chiedeva di interrompere il comizio». Nerino, bandiera del Pci anche per lui: «Avevo 30 anni pure io, facevo l’agente di commercio. A casa eravamo tutti comunisti, quella serata fu terribile». Rolando, 75 anni, ex operaio, all’epoca segretario di una sezione del Pci di Vicenza, nel 1984 era venuto in pullman, organizzato con altre decine di compagni. Gira con un cartello. C’è scritto: Berlinguer 40 anni nel futuro. Racconta: «Ricordo che risalimmo in pullman sconvolti e preoccupati. Non c’erano telefonini, non c’era Internet. La sola cosa che potevamo fare era svegliarsi prima dell’alba per comprare l’Unità. Scoprimmo così che Berlinguer era in fin di vita». Hanno preso strade diverse, qualcuno vota Pd, qualcuno no, ma non cambia il senso della loro presenza. Sventolano bandiere di più partiti del centrosinistra, ci sono reduci ma anche molti ragazze e ragazzi, in numero insolito rispetto alle normali piazze elettorali.

Prima dell’intervento di Schlein viene presentata l’anteprima di un documentario, Prima della fine, che con materiali di archivio anche inediti ricostruisce gli ultimi giorni di vita dal comizio alla morte. Interviene l’ex sindaco di Padova Flavio Zanonato, che 40 anni fa accolse Berlinguer in città. Poi tocca a Schlein tendere il filo della memoria e dell’esempio: «Berlinguer ci ha lasciato l’esempio di una dedizione totale, di una politica intesa come missione per la collettività. Il noi viene sempre prima». C’è fiducia intorno a Schlein sul risultato delle Europee. A bordo palco la scortano i candidati dem nella circoscrizione nord est, Alessandro Zan, Alessandra Moretti e Annalisa Corrado. Per Schlein questa è soprattutto l’occasione per eleggere Berlinguer a nume tutelare della battaglia contro l’introduzione del premierato. «Non esiste in alcun Paese al mondo, riteniamo che indebolire il Parlamento non sia più democrazia ma il suo contrario, riteniamo che non vadano indeboliti i poteri del presidente della Repubblica, la figura che ha assicurato stabilità in questi anni difficili, così come ci opponiamo al cinico baratto in corso con l’autonomia differenziata».

Schlein ricorda l’anniversario dell’omicidio di Giacomo Matteotti - «Non c’è un prima e un dopo del fascismo. Il fascismo è sempre stato violenza, sopraffazione politica e limitazione delle libertà» - e insiste sulla modernità di Berlinguer: «Penso all’aprirsi di Berlinguer all’ecologia, agli ambientalismi, alla pace come meta da costruire, come obiettivo da inseguire con il dialogo e il multilateralismo e allo stesso tempo come una lotta alle diseguaglianze». Attacca Meloni: «Non me ne faccio nulla di una premier donna se non difende i diritti delle donne», così come prima dell’intervento dal palco commenta il caso del portavoce del ministro Francesco Lollobrigida, cioè la chat fascista e antisemita con l’ex capo degli ultrà laziali e narcotrafficante Fabrizio Piscitelli, poi assassinato: «Quello di Signorelli non è il primo caso. C’è un problema nella classe dirigente che oggi governa questo Paese». Anche per questo, forse, la chiusa del comizio è questa: «Viva Enrico Berlinguer. Viva l’Italia antifascista».

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