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Forza Italia, sorrisi e sorpasso. Tajani vince la corsa a destra: “Silvio vive ancora”

(ansa)
Le proiezioni danno il partito al 9,2%. Un anno fa la morte di Berlusconi. Il sospiro di sollievo: “Ci davano per scomparsi, siamo vivi e vegeti”
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L’allegria dei reduci. Sotto al sorrisone del Cavaliere, stretto tra Putin e Bush, foto ricordo del 2002, il famoso «patto di Pratica di Mare», le truppe azzurre gongolano. La sede di San Lorenzo in Lucina, quartier generale scelto da Berlusconi nel 2013, quando cestinò il Pdl per resuscitare il vecchio brand forzista, negli anni si è ristretta, ha cambiato piano, non c’è più la portineria col tappeto rosso srotolato, però FI è viva. Eccome. «Alla faccia di chi ci vuole male e ci dava per morti», sprizza di entusiasmo Maurizio Gasparri, svicolando dall’ascensore. Arriva pure il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, seguito da un vassoio di cannoli e bignè: «Abbiamo bisogno di zuccheri per restare svegli». Sarà una lunga notte. Antonio Tajani imbocca il portone alle undici meno un quarto di sera, poco prima che i maxischermi svelino i primi exit poll. E poi le proiezioni.

L’allegria dei reduci. Sotto al sorrisone del Cavaliere, stretto tra Putin e Bush, foto ricordo del 2002, il famoso «patto di Pratica di Mare», le truppe azzurre gongolano. La sede di San Lorenzo in Lucina, quartier generale scelto da Berlusconi nel 2013, quando cestinò il Pdl per resuscitare il vecchio brand forzista, negli anni si è ristretta, ha cambiato piano, non c’è più la portineria col tappeto rosso srotolato, però FI è viva. Eccome. «Alla faccia di chi ci vuole male e ci dava per morti», sprizza di entusiasmo Maurizio Gasparri, svicolando dall’ascensore. Arriva pure il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, seguito da un vassoio di cannoli e bignè: «Abbiamo bisogno di zuccheri per restare svegli». Sarà una lunga notte. Antonio Tajani imbocca il portone alle undici meno un quarto di sera, poco prima che i maxischermi svelino i primi exit poll. E poi le proiezioni.

Da mezzanotte, è qui la festa. FI centra il bersaglio grosso di questo match: il sorpasso. Perché ai lati di Meloni, il cuore della sfida europea era questo, come nel vecchio film di Dino Risi: i post-berlusconiani puntavano alla seconda piazza nella coalizione di governo, ai danni di Matteo Salvini. «Arriveremo al 10% e supereremo la Lega», era la promessa di Tajani pre voto. Le proiezioni della Rai dicono che FI ha messo la freccia: 9,2%. Forse non andrà in doppia cifra, ma si piazza sopra i salviniani all’8,5. Tallona addirittura il M5S. Un risultato migliore di quello delle Politiche di un anno e mezzo fa, quando il partito di Berlusconi era all’8,1%. E meglio pure delle Europee del 2019: 8,8%. Anche se ai voti di FI stavolta va sommato l’uno percento scarso di Noi Moderati, che ora è gemellato. Intorno alle due di notte, appare Tajani. Parla subito dopo Meloni. Sorrisone: «Un risultato straordinario, ci davano per spacciati, invece siamo vivi e vegeti. Cresciamo. Non siamo un partito museo, occupiamo lo spazio tra Meloni e Schlein». Su Twitter, dedica il risultato, ovvio, «al presidente Berlusconi». Gasparri intanto si gode il voto di Bossi, «sono contento, Berlusconi gli è sempre stato vicino», e continua a sperare in un’alleanza coi Conservatori di Meloni: «Sarebbe ragionevole, anche con la Lega c’è un buon rapporto. Il problema erano i suoi alleati, come Afd, che hanno cacciato».

FI dunque non è scomparsa con la morte del suo fondatore. E certo, pare difficile pronosticare oggi che alle prossime Politiche, come ha sostenuto il vice-premier per tutta la campagna elettorale (e pure ieri) possa tornare «sopra il 20%» , perché i Fratelli non arretrano, anzi. Però la grande liquidazione della “casa azzurra” non è cominciata. E FI, prevedono nelle ore piccole dello spoglio, può puntare ad avere un ruolo negli equilibri di Bruxelles, molto più di Conservatori e Identitari. Contando su un aspetto che Tajani ha sempre rimarcato, in queste settimane: FI è l’unico partito italiano nella famiglia del Ppe. Partito europeista, che cercherà — come raccontava il segretario azzurro a Repubblica solo tre giorni fa — di riproporre il matrimonio coi Liberali usciti malconci dalle urne, ma anche coi Socialisti, odiati a destra, da Meloni e Salvini, e poco cordialmente ricambiati.

Guardando i primissimi dati delle preferenze, Tajani è in testa in tutti i collegi, tranne nelle Isole, dove non correva. Nel Nord Est, vola l’ex leghista Flavio Tosi, al Nord Ovest sarebbe solo terza Letizia Moratti, al Sud primeggia Fulvio Martusciello.

C’è poi un altro tema di cui si chiacchiera, davanti alle tartine, a San Lorenzo in Lucina. Ci si chiede: quanti grandi ex ora faranno anticamera, per risalire a bordo? Circolano malignamente soprattutto due nomi. Le «ex ministre», vale a dire Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, entrambe passate ad Azione di Calenda, che non ha scavallato quota 4% e che a questo punto rischia il crac. Illazioni, per ora. Però nel partito azzurro se ne parla, nella notte elettorale. Ma a sentire i fedelissimi di Tajani l’infornata di vecchie glorie (o di «ex traditori», per i più truci) si è chiusa prima del voto, vedi il ritorno di Moratti. «Ora il portone resterà chiuso».

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