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Schlein fuori dagli schemi. Quando i punti deboli diventano una forza

(fotogramma)
La leader si fida di pochi, parla più tra la gente che nel partito. Dove altri vedono problemi, non si pone la questione. Ignora i propri inciampi, come gli affondi di Conte
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La particolarità di Schlein è che non è facile distinguere i suoi punti di forza da quelli di debolezza, anche perché spesso coincidono. Un anno e mezzo fa, quando era impegnata nella campagna per le primarie del Partito democratico, in un colloquio privato le chiesero se non la preoccupasse l’idea di diventare il primo segretario del Partito democratico eletto contro la volontà della maggioranza degli iscritti, che nella conta dei circoli le avevano preferito Stefano Bonaccini. Schlein rimase interdetta. Non capiva il senso della domanda. «E poi – disse per chiudere la questione – Zingaretti mi ha detto che è successo anche quando fu eletto lui». Non era possibile: Zingaretti era diventato segretario del partito vincendo sia tra gli iscritti che nei gazebo. In realtà, l’ex governatore del Lazio le aveva raccontato di aver vinto una tornata elettorale locale nello stesso giorno in cui il centrosinistra aveva perso a livello nazionale. Un equivoco, insomma. Ma il punto non è questo: gl…

La particolarità di Schlein è che non è facile distinguere i suoi punti di forza da quelli di debolezza, anche perché spesso coincidono. Un anno e mezzo fa, quando era impegnata nella campagna per le primarie del Partito democratico, in un colloquio privato le chiesero se non la preoccupasse l’idea di diventare il primo segretario del Partito democratico eletto contro la volontà della maggioranza degli iscritti, che nella conta dei circoli le avevano preferito Stefano Bonaccini. Schlein rimase interdetta. Non capiva il senso della domanda. «E poi – disse per chiudere la questione – Zingaretti mi ha detto che è successo anche quando fu eletto lui». Non era possibile: Zingaretti era diventato segretario del partito vincendo sia tra gli iscritti che nei gazebo. In realtà, l’ex governatore del Lazio le aveva raccontato di aver vinto una tornata elettorale locale nello stesso giorno in cui il centrosinistra aveva perso a livello nazionale. Un equivoco, insomma. Ma il punto non è questo: gli altri vedevano un problema dove Schlein non si poneva la questione. Esiste un problema se non lo vedi?

Per capire Schlein, i suoi successi, i suoi inciampi, è fondamentale tenere presente questa distonia. Prendete pure la questione dell’armocromia («Ho una armocromista che mi consiglia», disse la neosegretaria del Pd a Vogue, per i due lettori che non sapessero il fatto). È stato un tormentone che ha funestato i primi mesi alla guida del partito, e certamente tolto serenità al suo portavoce Flavio Alivernini, uno dei consiglieri più ascoltati. Battute, vignette, editoriali. Altri leader non c’avrebbero più dormito. Schlein se l’è fatta scivolare addosso. E ora che a illuminare il profilo della leader c’è il bagliore di un 24 per cento delle Europee, d’incanto persino la storia dell’armocromista non pare più un dramma nemmeno a chi all’epoca voleva abolire il pantone e bruciare la tiratura di Vogue.

Dicono: Schlein non si fida di nessuno. Di pochi, è vero. Non lo è invece la leggenda che studi la linea del partito in lunghe telefonate con Roberto Saviano o in cene con l’amica Chiara Valerio. Più facile che chieda consigli al riservatissimo Gaspare Righi, ombra della segretaria da ormai quasi tre lustri, che la sera del comizio finale a Padova se ne è andato allo spettacolo di Margherita Vicario allo Sherwood Festival, storica kermesse dei centri sociali del nord est, anziché con la segretaria e Alessandro Zan a sentire i Ricchi e poveri alla serata inaugurale del Pride. «Elly cambiata da segretaria? Direi proprio di no, forse è cambiato come la vedono gli altri», dice Righi.

È il lato pop di Schlein, alla quale non ha mai pesato troppo neanche la campagna sul suo presunto elitismo cosmopolita. La sera dello spoglio ha portato al Nazareno carte e fiches per ingannare il tempo con una partita di Texas Hold’em, variante del poker. Manca la foto del tavolo verde, come quella che immortalò Matteo Renzi e Matteo Orfini che giocavano alla Playstation in analoga situazione, ma il nuovo responsabile dei social, Guglielmo Masin, preso dallo staff dell’amico Zan, deve aver pensato che non fosse il caso. Per la cronaca, ha vinto il tesoriere Michele Fina, uno che Schlein tiene in grande considerazione.

Dicono anche: Schlein non parla con nessuno. Ed è abbastanza vero. «Non sarà mai una da struscio in Transatlantico», dice Alivernini, che racconta di quella volta che a mezzanotte in un autogrill vicino Campobasso Schlein si fermò un’ora a parlare con gli operai di un cantiere stradale mentre lo staff crepava di stanchezza. Come a dire: parla con le persone, non nei caminetti di partito. Può essere un problema, se di mestiere fai il leader politico. Ma esiste un problema se non lo vedi?

Nei caminetti, del resto, parla per lei Igor Taruffi, l’uomo chiave nella gestione della macchina. Ex rifondarolo, Taruffi ha condiviso con Schlein l’avventura elettorale di Coraggiosa, la civica con cui la leader dem ha partecipato alle Regionali in Emilia Romagna. Travolto di critiche e ironie per la vicenda lucana, una morìa di candidati presidenti alla Regione dopo settimane di vane trattative di coalizione, a Taruffi va riconosciuto il merito di aver messo la firma sulla compilazione delle fortunate liste per le Europee, baudiana miscela di big e nuove proposte. Ora la missione è proteggere Schlein dallo schleinismo dell’ultim’ora, tipo quelli che chiamano “cacicchi” i recordman di preferenze alla Antonio Decaro, come se Decaro prendesse valanghe di voti in quanto feudatario e non perché, se si fulminava un lampione a Bari, si metteva davanti al palo fino a che non arrivava l’operaio a sostituire la lampadina (controllare il numero di preferenze dei campioni della società civile, prego). Una generosità, nel rapporto con la gente, che a Schlein non manca in generale, come la sera in Sicilia che fece marcia indietro con la macchina dopo aver già lasciato Monreale perché il giornalista di una tv locale che l’aveva intervistata in piazza si era accorto di non aver acceso la telecamerina.

Con Schlein succede che funzionino cose impreviste e non funzionino copioni consolidati. In campagna elettorale con Giuseppe Conte ha seguito la linea che i social media manager riassumono nel motto: don’t feed the troll. Non dare corda ai provocatori. Ha funzionato, anche se talvolta la linea accomodante dopo gli attacchi del capo dei 5S ha causato attacchi di bile alla base. Ecco, Conte è uno dei problemi che Schlein vede bene. Ma quando hai preso il 24%, pure le grane diventano opportunità.

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