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L’Ue si blinda per arginare Le Pen: “Va tenuta fuori dalle nomine”

L’obiettivo è fermare la sua corsa alla presidenza francese nel 2027, perciò si cerca subito l’intesa sui vertici europei. Si proverà a chiudere il 17 giugno l’accordo tra Ppe, Pse e Renew su Von der Leyen, Costa e Metsola. Incognita Meloni
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BRUXELLES – «Il problema non è tanto adesso, ma nel 2027». L’Unione europea inizia a mettere i sacchetti di sabbia davanti alle finestre. Si attrezza per arginare l’eventuale ascesa definitiva dell’estrema destra in Francia, ossia la vittoria di Marine Le Pen. Ma lo sguardo della struttura che da sempre guida e organizza le istituzioni comunitarie è rivolto più alle presidenziali che non alle elezioni politiche di fine mese.

«Bisogna fare in modo - è il ragionamento che accompagna in queste ore le discussioni tra Commissione, Consiglio e Parlamento - che l’Eliseo non venga espugnato dai sovranisti». Il sistema costituzionale d’Oltralpe, infatti, conserva ampi poteri al presidente della Repubblica anche in presenza di un Parlamento di colore diverso. Da due anni del resto il governo di Parigi va avanti senza maggioranza ricorrendo costantemente all’articolo 49.3 che permette di far approvare le leggi con una sorta di questione di fiducia che non richiede un voto. Però la paura che il “…

BRUXELLES – «Il problema non è tanto adesso, ma nel 2027». L’Unione europea inizia a mettere i sacchetti di sabbia davanti alle finestre. Si attrezza per arginare l’eventuale ascesa definitiva dell’estrema destra in Francia, ossia la vittoria di Marine Le Pen. Ma lo sguardo della struttura che da sempre guida e organizza le istituzioni comunitarie è rivolto più alle presidenziali che non alle elezioni politiche di fine mese.

«Bisogna fare in modo - è il ragionamento che accompagna in queste ore le discussioni tra Commissione, Consiglio e Parlamento - che l’Eliseo non venga espugnato dai sovranisti». Il sistema costituzionale d’Oltralpe, infatti, conserva ampi poteri al presidente della Repubblica anche in presenza di un Parlamento di colore diverso. Da due anni del resto il governo di Parigi va avanti senza maggioranza ricorrendo costantemente all’articolo 49.3 che permette di far approvare le leggi con una sorta di questione di fiducia che non richiede un voto. Però la paura che il “dopo-Macron” sia drammatico è davvero un brivido che corre lungo la schiena di molta della classe dirigente brussellese.

Non a caso raccontano che quando l’altro ieri era circolata la voce che il presidente francese avrebbe potuto dimettersi in caso di risultati negativi ai ballottaggi del 7 luglio, si è scatenata una corsa a chiedere informazioni e rassicurazioni. A lanciare inviti alla calma verso l’Eliseo. La stessa presidente uscente della Commissione preparando l’incontro di ieri con Macron aveva analizzato questa ipotesi predisponendosi a esortare il leader francese «a non dimettersi in ogni caso». È evidente infatti che una svolta lepenista alle presidenziali assesterebbe un colpo all’Ue e per questo nei prossimi tre anni l’Unione proverà ad aiutare la Francia a uscire da questo possibile cul de sac.

Nello stesso tempo l’intenzione è comunque quella di blindare i vertici comunitari. «Fortunatamente le nostre istituzioni sono solide - è il ragionamento - e c’è ancora una maggioranza nettamente europeista». A scanso di equivoci, però, si cercherà di chiudere la partita dei “top jobs” in tempi brevi: Von der Leyen, Costa (Consiglio europeo) e Metsola ( Parlamento). L’idea è di arrivare all’elezione del capo di Palazzo Berlaymont il prossimo 17 luglio. I numeri dell’Eurocamera sono chiari: senza popolari e socialisti non è possibile trovare soluzioni. Nello scacchiere dei “voti aggiuntivi” che dovrebbero rinforzare la maggioranza Ppe-Pse-Renew, si oscilla tra il contributo dei Verdi e quello delle delegazioni italiana e ceca dei Conservatori dell’Ecr. Entrambe le soluzioni presentano delle controindicazioni: la prima può irritare una parte dei Popolari, che in più non vedono di buon occhio la concreta possibilità che la delega al discusso “Green Deal” venga affidata alla socialista spagnola Ribeira. La seconda può indispettire una quota alta di socialisti (in primo luogo gli eletti del Pd) e di liberali.

Eppure c’è un filo invisibile che può legare questa trattativa all’Eliseo e alle elezioni che si terranno il prossimo anno in Germania. È ormai scontato che nel 2025 la guida del governo tedesco spetterà alla Cdu ma non avrà comunque i seggi sufficienti a formare autonomamente una squadra. A chi si rivolgerà per tenere fuori i neonazisti di Afd? Probabilmente all’Spd. Ma basterà? Nessuno esclude che anche la futura Cancelleria sia costretta ad una coalizione semaforo pure con i Verdi replicando così lo schema di Bruxelles. Fino al 2027, dunque, l’Unione cercherà di sistemare tutte le posizioni di forza. Persino in questo periodo di transizione stanno proseguendo tutte le nomine che riguardano l’alta amministrazione brussellese e le decisioni relative alla guerra in Ucraina. Un modo per allontanare la paura del potenziale terremoto francese ma anche per far capire che il processo di integrazione va avanti.

Con un elemento in più che sta scuotendo e innervosendo tutti gli attuali 27 governi, incluso quello italiano. L’instabilità francese sta agitando i mercati finanziari. E la tensione più che su Parigi si riflette sui Paesi più deboli, a partire dal nostro che deve fronteggiare l’aumento dei tassi sui titoli di Stato. La dimostrazione che chi investe nei debiti pubblici elevati, valuta prima la tenuta degli Stati e solo dopo i governi.

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