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Giustizia, l’Anm rilancia: “Pronti allo sciopero contro la riforma, anche più di un giorno se necessario”

Il presidente dell'Anm Santalucia durante l'intervento davanti ai colleghi 
Il presidente Santalucia: “Il no è di tutti”. Ma annuncia “un percorso lungo” con un’assemblea straordinaria per spiegare che non si tratta di “una chiusura corporativa”. E la protesta “quando la discussione parlamentare entrerà nel vivo”
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ROMA - Non uno sciopero, ma “anche più giorni di sciopero”. Per spiegare agli italiani i catastrofici danni che pioveranno su di loro dalla separazione delle carriere. In Cassazione, nell’aula Giallombardo - a pochi metri da quella dove, nel 2013, si svolse il processo Mediaset dov’era imputato e fu condannato a quattro anni per frode fiscale Silvio Berlusconi - si riunisce l’Associazione nazionale magistrati, e parla il presidente Giuseppe Santalucia, toga di Area. E dopo di lui Salvatore Casciaro di Magistratura indipendente. E via via tutti gli altri, di Unicost, di Magistratura democratica, di Articolo 101. Tutti d’accordo sulla linea dura. Sono presenti anche i rappresentanti delle altre magistrature, quella amministrativa, contabile, militare. Una solidarietà significativa. E ad ascoltarli tutti si comprende che le toghe italiane sono profondamente segnate dalla separazione delle carriere. Ferite. E costrette quindi a reagire. Un no, come vedremo dalle parole di Santalucia, basa…

ROMA - Non uno sciopero, ma “anche più giorni di sciopero”. Per spiegare agli italiani i catastrofici danni che pioveranno su di loro dalla separazione delle carriere. In Cassazione, nell’aula Giallombardo - a pochi metri da quella dove, nel 2013, si svolse il processo Mediaset dov’era imputato e fu condannato a quattro anni per frode fiscale Silvio Berlusconi - si riunisce l’Associazione nazionale magistrati, e parla il presidente Giuseppe Santalucia, toga di Area. E dopo di lui Salvatore Casciaro di Magistratura indipendente. E via via tutti gli altri, di Unicost, di Magistratura democratica, di Articolo 101. Tutti d’accordo sulla linea dura. Sono presenti anche i rappresentanti delle altre magistrature, quella amministrativa, contabile, militare. Una solidarietà significativa. E ad ascoltarli tutti si comprende che le toghe italiane sono profondamente segnate dalla separazione delle carriere. Ferite. E costrette quindi a reagire. Un no, come vedremo dalle parole di Santalucia, basato sui fatti.

A chi gli chiede se l’Anm rinuncia allo sciopero - “hanno paura del flop” è lo sfottò del centrodestra - ecco la replica di Santalucia: “Sciopero rinviato? Nient’affatto. Programmeremo un’azione collettiva per spiegare ovunque le ragioni del no alla separazione delle carriere. Una riforma che aggrava solo i problemi e che non rende un buon servizio ai cittadini. Come ne siamo certi? Perché siamo sul campo e ci rendiamo conto degli squilibri che essa provocherà”. Ma gli interrogativi fioccano, a partire dalla lettura esterna che partirà sul mancato sciopero come un segno di debolezza. E qui Santalucia sfata subito interpretazioni e dice: “Dalle mozioni si vede bene come tutta la magistratura sia unita. In tutte le componenti. Il no è di tutti. Ma lo sciopero deve comunicare le ragioni del dissenso, e non deve apparire, perché non lo è, una chiusura corporativa”. Il presidente dell’Anm delinea “un percorso lungo”. Che parte oggi e finirà sicuramente “non solo con uno, ma con un pacchetto di scioperi”. E il primo sarà fatto “quando la discussione parlamentare entrerà nel vivo”.

Poi, come sempre, da Santalucia arriva una parola di stima per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “sempre presente e vigile nel difendere l’indipendenza della magistratura, per tutti noi un riferimento certo”. Ma quell’aver già inviato il ddl istituzionale alle Camera non segna un momento di debolezza? Santalucia non esita: “L’invio non significa condividere il contenuto. Autorizzare la discussione in Parlamento non vuol dire validare la riforma o chiudere la porta al dissenso, noi stiamo esercitando il nostro diritto di cittadinanza”.

Respinge la tesi di chi cita Giovanni Falcone come favorevole alla separazione delle carriere. Perché “è solo un modo sbagliato per contrastare la riforma”, perché “valgono gli argomenti che si riescono a mettere in campo senza nascondersi dietro le parole decontestualizzate di Falcone”. E Licio Gelli allora? Perché ha valore il fatto che Gelli aveva proposto proprio questa riforma? Santalucia non vuole neppure questa citazione anche se “si tratta di qualcosa che però è segnato nella storia della nostra Repubblica”. E ci sono “milioni di argomenti per dire che questa riforma oggi, nel 2024, è sbagliata. Non devo ricorrere a suggestioni per affermarlo”. Una legge costituzionale che si risolve in “un ridimensionamento complessivo della magistratura per chiudere per sempre la stagione di Mani pulite e del controllo di legalità che non riconosce zone franche e immunità”.

Una “riforma cattiva, per ridimensionare e indebolire il potere giudiziario, colpevole di aver invaso gli spazi della politica e va ricondotta nei suoi confini”. E qui Santalucia cita se stesso e il suo “allarme” quando, aprendo ogni giorno la rassegna stampa, legge sui giornali “le espressioni brutali ed eversive nei confronti dei magistrati protagonisti dell’inchiesta su Genova”. E poi, cercando le “vere” ragioni della riforma, cita l’intervista della premier Giorgia Meloni in cui a chi gli fa una domanda sul decreto Cutro e sulla reazione dei magistrati, lei risponde “e qui facciamo la riforma della giustizia”.

Il dibattito e il documento finale

Parlano tutti, in una lunga assemblea che parte alle 10 e si chiude alle 17 con un durissimo comunicato. Che non fa un centesimo di sconto al governo e non richiede neppure una lunga mediazione. E vede le toghe tutte assieme. C’è scritto, per punti, non solo che l’Anm lancerà “una o più giornate di astensione dall’attività giudiziaria per sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericoli della riforma”, proprio come aveva annunciato subito Santalucia. E questo, nella storia della magistratura, è già un unicum perché si sono visti scioperi nei momenti di crisi, ma mai addirittura “grappoli” di astensioni. Sottoscritti da tutti. Una “mobilitazione culturale”, come recita il titolo del documento finale. Ma a questo si aggiunge anche altro. Una “strategia comunicativa” ricorrendo agli esperti. Iniziative assieme a“istituzioni locali, avvocatura, scuole, università, esponenti della società civile, sindacati e associazionismo”. E ancora “almeno una manifestazione nazionale da svolgersi in un luogo istituzionale significativo”. E infine, qualora davvero si arrivasse al referendum, “l’impegno a ogni forma di mobilitazione, inclusa la partecipazione a eventuali iniziative di comitati referendari”.

Un punto, quest’ultimo, che ha lanciato Eugenio Albamonte, l’ex segretario di Area, ipotizzando la nascita di un Comitato per il No “per favorire una più ampia diffusione delle proprie posizioni, una via indispensabile per coinvolgere tutte quelle risorse culturali, sindacali, politiche e sociali che siano sensibili alla tutela degli equilibri costituzionali e abbiano a cuore il ruolo della giurisdizione quale garante dei diritti di tutti, a partire dai più deboli”.

Contro la separazione delle carriere i magistrati parlano con una sola voce. Ecco l’attuale segretario dell’Anm Salvatore Casciaro che definisce “umiliante” la riforma, un “pretesto”, visto che poi nell’Alta corte disciplinare “tutti si mescolano”. L’unico obiettivo “è fare del Csm un luogo di sorteggiati all’insegna dell’uno vale uno”, cercando di “colpire al cuore l’associanismo giudiziario” visto che proprio con il sorteggio secco “i togati si riducono a una sorta di monadi”. La presidente di Unicost Rossella Marro vede davanti alle toghe “un percorso lungo che richiederà una magistratura compatta, proprio come il congresso di Palermo”. Sarà necessario spiegare ai cittadini che “queste modifiche costituzionali sono destinate a sbilanciare i loro diritti e a ridurre il potere di controllo sui pubblici amministratori”. Quindi stiamo parlando, come dice Marro, di una riforma “contro gli interessi dei cittadini e non contro magistrati”. Proprio per questo è indispensabile coinvolgere gli avvocati. È proprio quello su cui insite il giudice civile romano Giacomo Ebner, anche lui di Unicost, che chiede ai colleghi “slogan più aggressivi contro la separazione”.

La presidente di Md Silvia Albano ricorda tre azioni anti giudici della maggioranza, l’aggressione a Iolanda Apostolico, l’azione disciplinare contro i giudici del caso Uss, e al Csm il mancato riconoscimento della settima valutazione di professionalità per Emilio Sirianni. Singoli fatti che dimostrano come “la nostra democrazia stia correndo un serio pericolo”. Mentre le toghe “non difendono privilegi di alcun tipo , ma chiedono di poter continuare a difendere in diritti fondamentali delle persone”. Stefano Celli, di Md anche lui, consiglia ai colleghi “di uscire dai palazzi di giustizia, parlare con linguaggio comprensibile, sporcarsi le mani stringendo quelle dei cittadini, non per esibizionismo populistico, ma per la riguadagnata consapevolezza di essere parte di una comunità di uguali”. E chiudiamo questa carrellata con l’allarme di Rocco Maruotti di Area sul sorteggio per i togati del Csm: “Un’umiliazione inflitta alla magistratura ordinaria, e solo a questa e non anche alle altre, che si vede privata in un sol colpo sia dell’elettorato attivo sia di quello passivo, che normalmente è l’effetto dell’interdizione dai pubblici uffici cui va incontro chi viene condannato in un processo penale”.

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