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Dopo Farnesina, Servizi e il G7 da sherpa, la terza vita di Elisabetta Belloni guarda all’Europa

Investita della guida dei lavori davanti e dietro le quinte, e a un passo dalla pensione nel suo ruolo ai Servizi, potrebbe approdare presto nell’arena politica
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Sta costruendo una “terza vita”. Dopo quella da diplomatica che l’ha condotta al vertice della Farnesina e l’esperienza nell’intelligence alla guida del Dis, il G7 di Borgo Egnazia potrebbe regalare una nuova vita ad Elisabetta Belloni. Investita della guida dei lavori davanti e dietro le quinte, e a un passo dalla pensione nel suo ruolo ai Servizi, potrebbe approdare presto nell’arena politica, spinta in questa direzione da una premier con un chiaro profilo identitario. Detto ancora più chiaramente: Giorgia Meloni pensa a lei per la casella di commissario europeo. E ogni singolo dettaglio, nella trattativa complessa e piena di chiaroscuri condotta da sherpa della presidenza italiana del G7, conferma questo schema.

Intanto la scelta stessa di nominarla sherpa, da capo dei Servizi in carica: anomala, anche fastidiosa secondo il parere espresso nemmeno troppo a mezzo a bocca da alcune Cancellerie, ma capace di rimodellare il suo profilo, appesantito dal ruolo nel comparto sicurezza. E a…

Sta costruendo una “terza vita”. Dopo quella da diplomatica che l’ha condotta al vertice della Farnesina e l’esperienza nell’intelligence alla guida del Dis, il G7 di Borgo Egnazia potrebbe regalare una nuova vita ad Elisabetta Belloni. Investita della guida dei lavori davanti e dietro le quinte, e a un passo dalla pensione nel suo ruolo ai Servizi, potrebbe approdare presto nell’arena politica, spinta in questa direzione da una premier con un chiaro profilo identitario. Detto ancora più chiaramente: Giorgia Meloni pensa a lei per la casella di commissario europeo. E ogni singolo dettaglio, nella trattativa complessa e piena di chiaroscuri condotta da sherpa della presidenza italiana del G7, conferma questo schema.

Intanto la scelta stessa di nominarla sherpa, da capo dei Servizi in carica: anomala, anche fastidiosa secondo il parere espresso nemmeno troppo a mezzo a bocca da alcune Cancellerie, ma capace di rimodellare il suo profilo, appesantito dal ruolo nel comparto sicurezza. E ancora, l’insistenza con cui la presidente del Consiglio le ha chiesto di far inserire nel documento finale il Piano Mattei e i passaggi sull’immigrazione, insistenza che fornisce un dettaglio decisivo del piano: Meloni potrebbe aver preparato il terreno per lanciarla verso il portafoglio degli Affari Interni, oppure chiedere per l’Italia un nuovo commissariato che si dedichi esclusivamente al dossier migratorio, o ancora promuoverla per il ruolo di Alto Rappresentante agli Affari Esteri o per la Difesa. Una cosa, a Palazzo Chigi, nessuno nega: è lei la prima soluzione. Certo, Belloni in privato ripete a tutti che questo scenario non esiste, che adesso avrà più tempo per tornare a gestire il Dis e che poi si occuperà del G20 di novembre. Ma le mosse di Meloni dicono altro. Il ruolo rivestito in Puglia disegna altre prospettive.

Belloni ha fumato molte sigarette, a Borgo Egnazia. Ha tirato fuori una bottiglia di vino alle tre di notte, per annegare con gli altri sherpa la tensione di una mediazione quasi deragliata sull’aborto, che ha compromesso una fetta del summit, indubitabilmente. Ha anche portato a casa due risultati, uno caro alla Casa Bianca e uno decisivo per la propaganda meloniana. L’accordo politico sugli asset era l’unico obiettivo che interessava a Joe Biden. E così, durante una delle sessioni tecniche notturne della vigilia, è stata proprio Belloni a chiudere un’estenuante mediazione su virgole e punti – tutto ruotava attorno alla formula migliore, «almeno 50 miliardi», oppure «non meno di 50 miliardi» – proponendo la soluzione poi accettata dagli altri: «circa 50 miliardi». A Meloni, invece, Belloni ha portato in dote lo slogan che la premier venderà in ogni salotto televisivo: «Il G7 parla finalmente di immigrazione e accetta la nostra impostazione».

Nelle lunghe notti di trattative alcune mosse sono state sbagliate, altre giuste. Sui diritti, non è riuscita a contrastare l’offensiva mediatica franco-americana, ma è anche vero che gestire la piattaforma di un summit del genere dovendo garantire una linea che Meloni ha mutuato senza particolari filtri da un conservatore cattolico come Alfredo Mantovano – omaggio alla presenza di Papa Francesco - lasciava margini limitati di manovra. E, infatti, su questi dossier il G7 ha traballato. Il documento finale, però, alla fine è stato siglato. E Meloni ha eternato sui social la propria soddisfazione.

Adesso, comunque, la prospettiva è un’altra. La premier pensa a lei per Bruxelles. Belloni attende, Non parla. E prepara la “terza vita’’.

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