Meloni al G7 apre al bis di von der Leyen: “Ma l’Ue ci dia quel che ci spetta”
dal nostro inviato Emanuele LauriaFASANO – «Buon rientro». Giorgia Meloni scende dal podio ricavato da un tronco di ulivo e saluta la folta platea di giornalisti spiazzati: c’è persino chi applaude (e quando capitò in una conferenza di Draghi lei ironizzò sulla «commozione della stampa») e chi non esita a manifestare malcontento per l’esiguità di domande concesse (12) dopo un’introduzione-fiume, lunga 27 minuti. Il G7 di casa, del suo «borgo globale», per la premier finisce così, con la frettolosa archiviazione delle polemiche sui diritti civili attenuati nella dichiarazione finale e l’abbordaggio deciso alla questione dei top jobs europei: Meloni apre al bis di von der Leyen ma solo in cambio di un commissario di peso per l’Italia. Alzando il prezzo, in sostanza, nella previsione che le elezioni legislative francesi di fine mese possano indebolire l’accordo fra Ppe e socialisti.
«Un successo senza timore di smentita», rimarca la presidente del Consiglio guardando alla tre giorni che si è appena conclusa. E trapela un…
FASANO – «Buon rientro». Giorgia Meloni scende dal podio ricavato da un tronco di ulivo e saluta la folta platea di giornalisti spiazzati: c’è persino chi applaude (e quando capitò in una conferenza di Draghi lei ironizzò sulla «commozione della stampa») e chi non esita a manifestare malcontento per l’esiguità di domande concesse (12) dopo un’introduzione-fiume, lunga 27 minuti. Il G7 di casa, del suo «borgo globale», per la premier finisce così, con la frettolosa archiviazione delle polemiche sui diritti civili attenuati nella dichiarazione finale e l’abbordaggio deciso alla questione dei top jobs europei: Meloni apre al bis di von der Leyen ma solo in cambio di un commissario di peso per l’Italia. Alzando il prezzo, in sostanza, nella previsione che le elezioni legislative francesi di fine mese possano indebolire l’accordo fra Ppe e socialisti.
«Un successo senza timore di smentita», rimarca la presidente del Consiglio guardando alla tre giorni che si è appena conclusa. E trapela un pizzico di risentimento verso chi, lo dice apertamente, «ha tentato di rovinare il summit». Allude ai “provocatori” che a suo modo di vedere avrebbero innescato la rissa alla Camera alla vigilia dell’evento di Borgo Egnazia, ma anche - in modo più sfumato - a chi avrebbe tentato di sporcare l’esito del G7 additando le resistenze della leader della destra nel far inserire la parola “aborto” nella dichiarazione finale. Meloni dice che sarebbe stato ripetitivo menzionare di nuovo «il diritto a un aborto libero e sicuro» che era già sancito nelle richiamate conclusioni del precedente G7 di Hiroshima. L’argomento è liquidato come «polemica artefatta». Con ironia non si sa quanto fortunata: «In due anni di governo su aborto, diritti lgbt e compagnia cantante non sono stati fatti passi indietro. Capisco le ragioni per cui nasce questa narrazione - attacca Meloni - capisco perché da alcuni viene alimentata...». Un nuovo riferimento piuttosto chiaro a Emmanuel Macron.
La premier preferisce, nel suo lungo preambolo, trarre un bilancio che, come nel video diffuso venerdì sera, mette al centro l’accordo su un coordinamento del G7 nella lotta ai trafficanti di uomini, il riconoscimento del piano Mattei, lo standing comune dei Grandi nei confronti delle guerre in Ucraina e Medioriente. Ricorda l’accordo «non scontato» sui profitti degli asset russi, dice che «lo scongelamento dei beni» avverrà solo «con un processo di pace» e la prende decisamente larga sul prestito da 50 miliardi, garantito con i beni di Mosca, a Kiev: «Sarà fornito dagli Usa, anche Canada, Regno Unito e Giappone potrebbero partecipare. Attualmente - dice Meloni - non intervengono le nazioni europee». Ma in realtà il meccanismo non è ancora definito.
Era stato battezzato come il G7 delle «anatre zoppe», con Meloni nel ruolo di unica leader salda in sella al suo governo. Di certo la premier non è rimasta lontana dalla linea Biden, allontanando l’ombra di Donald Trump: «Non sono preoccupata da un eventuale suo successo ma non entro a gamba tesa nelle elezioni di altri Paesi». Quanto a Macron, venerdì sera è andato via senza neppure assistere all’esibizione di Bocelli a Borgo Egnazia. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz, prima di lasciare il vertice, ha fatto in tempo a lanciare un siluro alla padrona di casa, collocata senza infingimenti «all’estrema destra dello spettro politico».
Ma la premier vuole utilizzare anche il «successo senza timore di smentita» del G7 pugliese per rilanciare a Bruxelles. Meloni non dice no a un nuovo mandato di von der Leyen: «Quando arriverà la proposta del Ppe, e vedremo anche quali saranno le valutazioni sugli altri ruoli di vertice, faremo le nostre scelte». E i punti che espone sono due. Primo: «All’Italia venga riconosciuto il ruolo che le spetta, in termini di competenze delle quali ci si dovrà occupare quando si formerà la Commissione e ci saranno i commissari». Secondo: «L’Europa comprenda il messaggio chiaro che è arrivato dai cittadini europei, che chiedono pragmatismo e un approccio meno ideologico». Sui tempi necessari per sciogliere i nodi, Meloni non si sbilancia. «Aspettare le elezioni in Francia? Per ora non ne abbiamo ancora parlato, ho letto le dichiarazioni di Tajani in questa direzione e mi appaiono di buonsenso. Non è per noi un tema pregiudiziale ma ne parleremo lunedì», nella cena dei 27 capi di governo Ue a Bruxelles. Dove il piatto forte saranno appunto le nomine e non ci saranno i taralli per ingolosire i commensali.
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