Meloni non condanna la violenza in Aula: “Sono stati provocati”. Sdegno della sinistra
di Tommaso CiriacoBARI — Avrebbe potuto dire semplicemente: quei pugni in Aula contro un deputato delle opposizioni sono una vergogna, un intollerabile sopruso, un atto di violenza (squadrista no, probabilmente non l’avrebbe detto comunque). E invece Giorgia Meloni, davanti alla stampa del globo che valuta il tasso di estremismo di una premier che ha frenato sui diritti e tratta con Marine Le Pen, bacchetta i parlamentari di maggioranza per essere caduti nella “provocazione” delle opposizioni. La gragnuola di pugni diretta verso il deputato cinquestelle Donno, insomma, si trasforma — almeno a prenderla in parola — in un deprecabile tic generato però dalla trappola degli avversari. «Trovo molto grave — scandisce Meloni, al termine del G7 — che ci siano esponenti della maggioranza che cadono nelle provocazioni. Prevedo che aumenteranno».
È un fotogramma ribaltato, quello mostrato dal podio della conferenza stampa finale. Uno stravolgimento dei fatti. Perché tutti hanno visto questa sequenza: Donno c…
BARI — Avrebbe potuto dire semplicemente: quei pugni in Aula contro un deputato delle opposizioni sono una vergogna, un intollerabile sopruso, un atto di violenza (squadrista no, probabilmente non l’avrebbe detto comunque). E invece Giorgia Meloni, davanti alla stampa del globo che valuta il tasso di estremismo di una premier che ha frenato sui diritti e tratta con Marine Le Pen, bacchetta i parlamentari di maggioranza per essere caduti nella “provocazione” delle opposizioni. La gragnuola di pugni diretta verso il deputato cinquestelle Donno, insomma, si trasforma — almeno a prenderla in parola — in un deprecabile tic generato però dalla trappola degli avversari. «Trovo molto grave — scandisce Meloni, al termine del G7 — che ci siano esponenti della maggioranza che cadono nelle provocazioni. Prevedo che aumenteranno».
È un fotogramma ribaltato, quello mostrato dal podio della conferenza stampa finale. Uno stravolgimento dei fatti. Perché tutti hanno visto questa sequenza: Donno che lascia il suo posto, si incammina verso i banchi del governo, porge un tricolore al ministro Roberto Calderoli, a significare l’Italia unita nonostante la riforma dell’autonomia in discussione alle Camere. Lo fa in modo del tutto pacifico, senza forzare, senza aggredire. Il leghista fa un passo indietro e rifiuta la bandiera, quindi va in scena un assalto coordinato dei parlamentari della maggioranza. Volano spintoni, urla, pugni. La presidente del Consiglio, però, racconta un altro film: «Penso che i cittadini si debbano interrogare su quale sia l’amore per la nostra nazione di esponenti politici che cercano di provocare per ottenere un risultato, dileggiando e occupando banchi del governo». Parla dunque di Donno, non di chi è inquadrato a cercare di colpire il grillino, ad esempio il leghista Igor Iezzi. Poi la premier aggiunge: «Per tutti quelli che sono bravi a darci lezioni sul rispetto delle istituzioni, dico che forse se si parte dal rispetto per la propria nazione si arriva anche al rispetto delle istituzioni, che non ho visto». E dunque, nel commentare un’aggressione fisica nell’Aula della Camera, la premier si concentra invece sullo sventolare pacifico del tricolore in Aula, che di solito produce al massimo a un richiamo della Presidenza.
C’è indubbiamente coerenza, perché Meloni sostiene quello che pensa: giorni fa, privatamente, si è lamentata con il suo capogruppo alla Camera Tommaso Foti per l’atteggiamento dei deputati caduti appunto in quella che giudica una provocazione capace di sporcare la vigilia del G7 di Borgo Egnazia. Non a caso, dal palco ripete con un sorriso soddisfatto: «Neanche tutto questo è riuscito a rovinare l’ottima riuscita di questo vertice».
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Sono parole e omissioni che provocano lo sdegno delle opposizioni. Parla Giuseppe Conte, tra i primi: «Martedì sventoleremo il tricolore tutti insieme a Roma — annuncia — Se per Meloni e soci la bandiera dell’Italia è una provocazione, allora la sventoleremo più forte. Mi sarei aspettato delle scuse da parte di chi guida una maggioranza che aggredisce con violenza inaudita, con calci e pugni, un parlamentare. Abbiamo un presidente del Consiglio che non condanna neppure la violenza». Anche la vittima dell’aggressione, Donno, si fa sentire: «Nel nostro Paese sta ritornando un clima di odio che aumenta il rischio di emulazione». E l’Alleanza Verdi e sinistra chiede alla leader di «condannare gli attacchi squadristi». Anche dal Pd giunge condanna unanime: «Secondo la premier, che guida un partito che si chiama Fratelli d’Italia — rileva Andrea Orlando — la consegna ad un ministro di una bandiera tricolore è una provocazione. Buono a sapersi». E pure la capogruppo Chiara Braga si indigna: «Meloni fa finta di non vedere chi prima ha provocato, poi aggredito. Sono quelli della sua maggioranza, quelli del “presente” e della “decima”. Chieda scusa lei per quegli uomini violenti che hanno offese le istituzioni sotto gli occhi del mondo». Meloni sostiene che le provocazioni aumenteranno. Speriamo non significhino nuove reazioni violente, urla, spinte, pugni in Aula.