Scholz: “Meloni è di estrema destra”. Sulle chance di Ursula pesa il veto del Pse sulla premier
di Claudio TitoBARI - «A noi Ursula va bene. Ma le nostre condizioni sono imprescindibili: allargare la maggioranza ai Verdi e tenere fuori i Conservatori dell’Ecr, compresa Giorgia Meloni». I due primi ministri socialisti, Olaf Scholz e Pedro Sanchez, che stanno negoziando per la definizione dei cosiddetti “top jobs” Ue, le massime cariche dell’Unione, sono stati chiari. E in particolare il Cancelliere tedesco le ha ribadite anche nel corso del G7 concluso ieri a Bari.
A margine del summit, infatti, i leader europei presenti – Meloni, Scholz, Macron, Von der leyen e Michel - hanno avuto più volte l’occasione di discutere quel che potrà accadere al vertice dei capi di stato e di governo europei convocato ad hoc domani a Bruxelles. E i “paletti” piantati dai rappresentanti del Pse - i cui voti sono indispensabili - risultano piuttosto profondi. Al punto da mettere in bilico la possibilità di arrivare in breve tempo ad un’intesa.
Basti pensare che proprio Scholz in pubblico abbia sottolineato di…
BARI - «A noi Ursula va bene. Ma le nostre condizioni sono imprescindibili: allargare la maggioranza ai Verdi e tenere fuori i Conservatori dell’Ecr, compresa Giorgia Meloni». I due primi ministri socialisti, Olaf Scholz e Pedro Sanchez, che stanno negoziando per la definizione dei cosiddetti “top jobs” Ue, le massime cariche dell’Unione, sono stati chiari. E in particolare il Cancelliere tedesco le ha ribadite anche nel corso del G7 concluso ieri a Bari.
A margine del summit, infatti, i leader europei presenti – Meloni, Scholz, Macron, Von der leyen e Michel - hanno avuto più volte l’occasione di discutere quel che potrà accadere al vertice dei capi di stato e di governo europei convocato ad hoc domani a Bruxelles. E i “paletti” piantati dai rappresentanti del Pse - i cui voti sono indispensabili - risultano piuttosto profondi. Al punto da mettere in bilico la possibilità di arrivare in breve tempo ad un’intesa.
Basti pensare che proprio Scholz in pubblico abbia sottolineato di considerare «Meloni di estrema destra». Una frase che ha provocato la reazione del ministro Tajani: «Accuse fuori luogo, usi un linguaggio consono». La frase del cancelliere tedesco rivela l’auspicio di chiudere la partita rapidamente sulla sua connazionale ma senza l’appoggio dell’«estrema destra». L’altro ieri - in una forbice che difficilmente non è stata concordata - il presidente francese, capo dei liberali europei, ha rimarcato le «differenze» con la presidente del consiglio italiana. Un modo per fare pressione e per costringere semmai il Ppe ad assumersi la responsabilità di far saltare il nome di Ursula come accadde 5 anni fa con Manfred Weber.
Ìn effetti proprio il muro alzato dai socialisti sta aprendo una crepa dentro il Ppe. Perfino nei confronti della loro “Spitzenkandidat”, Von der Leyen. I “negoziatori” popolari - altri due premier - il polacco Tusk e il greco Mitsotakis, di fronte all’aut aut socialista hanno iniziato a registrare più di una perplessità dentro il loro gruppo e dentro la loro nutrita truppa di capi di governo. Dubbi che si riflettono sulla “corsa” al secondo mandato intrapresa dalla presidente uscente della Commissione.
Tra gli scettici figurano ad esempio il premier croato, Andrei Plenkovic, lo stesso greco Mitsotakis, e il potente presidente del Ppe, il tedesco Weber. Perchè? Il motivo formale è che l’ingresso degli Ambientalisti nella coalizione di comando europea esporrebbe i popolari ad una condizione di minorità: ossia la somma degli eurodeputati ecologisti e socialisti supera il gruppo del Ppe. Sostanzialmente da vittoriosi delle ultime elezioni non vogliono diventare la “minoranza della maggioranza”. In più c’è un altro aspetto: la concorrenza interna. I tre nomi prima citati - Plenkovic, Mitsotakis e Weber - riservatamente non nascondono di poter essere la carta giusta per rimettere in equilibrio la situazione. Sono, insomma, gli “avversari” domestici di von der Leyen. Una battaglia intestina che va avanti da mesi. Dall’ultimo congresso di Bucarest in cui l’elezione a “spitzenkandidat” di Ursula non fu certo unanime. Per questo ieri Antonio Tajani si è ufficialmente tolto dal “toto-nomi”, per non entrare in una disputa fratricida.
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Il ragionamento che inizia a emergere tra i popolari è però questo: se la presidente uscente non è in grado di garantire una maggioranza ampia, perché insistere su di lei? In effetti la coalizione “classica” Ppe-Pse-Renew non offre garanzie. Il sogno di convergenza a destra è stata cancellata dai numeri (nonostante la propaganda il gruppo Ecr è cresciuto di poche unità). La “maggioranza Ursula” può contare su 402 eurodeputati. Il quorum è fissato a quota 361 ma il tasso di franchi tiratori è tradizionalmente molto alto. 402 insomma non bastano.
Da tenere presente anche che la procedura prevede prima la designazione del candidato alla presidenza della Commissione da parte del consiglio europeo con una maggioranza assoluta che deve rappresentare almeno il 65 per cento della popolazione del Vecchio Continente. E quindi senza un’intesa con Germania, Spagna, Francia e alcuni dei leader popolari - o senza alcuni di questi membri - difficilmente si arriverebbe a quella soglia. Altro aspetto: il “pacchetto” al momento prevede von der Leyen a Palazzo Berlaymont, il socialista portoghese Costa alla presidenza del consiglio europeo e la popolare maltese Metsola confermata al Parlamento. Uno schema preconfezionato che non accontenta tutti. il Ppe dunque inizia a monitorare la situazione e a studiare alternative.
Il veto su Fratelli d’Italia e Meloni è quindi chiaro. La premier italiana dovrebbe allora accontentarsi di offire “gratuitamente” i suoi voti, senza entrare in maggioranza. Non è un caso che la capa di FdI ieri abbia iniziato a prendere tempo. Vuole aspettare l’esito delle elezioni francesi nella speranza che una vittoria di Le Pen possa indebolire ulteriormente l’Eliseo e dare una chance in più a lei di aderire all’equipe di comando dell’Unione. I ballottaggi francesi però si terranno il 7 luglio, ben dopo il Consiglio europeo formale del 28 giugno. Se così fosse tutto slitterebbe e Ursula rischierebbe di ritrovarsi sulla graticola. La partita inizia domani ma ancora non si sa quando potrà finire.
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