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Stallo sulle nomine Ue, veti incrociati tra leader. Von der Leyen in bilico

(ansa)
Nulla di fatto nella cena informale di ieri a Bruxelles: i capi di Stato e di governo fanno slittare la decisione al vertice del 27. I popolari frenano sul portoghese Costa alla guida del Consiglio
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Bruxelles - La prima è da ripetere. Perché l’accordo sui “top jobs” europei, ossia sulle massime cariche istituzionali dell’Ue, ancora non c’è. Anche su Ursula von der Leyen.

La situazione si è incrinata ieri pomeriggio. Il negoziato tra popolari ha improvvisamente imboccato la strada in salita. Le richieste e i veti reciproci stanno provocando uno stallo. Un braccio di ferro che ha portato anche il governo italiano a tirarsi fuori dall’intesa e a sfilarsi. Certo la partita non è chiusa ma rischia di essere rinviata al Consiglio europeo formale del prossimo 27 giugno senza una rete di protezione.

Tutto inizia con una prima dichiarazione del premier polacco, Donald Tusk, “negoziatore” per conto del Ppe. Al vertice dei…

Bruxelles - La prima è da ripetere. Perché l’accordo sui “top jobs” europei, ossia sulle massime cariche istituzionali dell’Ue, ancora non c’è. Anche su Ursula von der Leyen.

La situazione si è incrinata ieri pomeriggio. Il negoziato tra popolari ha improvvisamente imboccato la strada in salita. Le richieste e i veti reciproci stanno provocando uno stallo. Un braccio di ferro che ha portato anche il governo italiano a tirarsi fuori dall’intesa e a sfilarsi. Certo la partita non è chiusa ma rischia di essere rinviata al Consiglio europeo formale del prossimo 27 giugno senza una rete di protezione.

Tutto inizia con una prima dichiarazione del premier polacco, Donald Tusk, “negoziatore” per conto del Ppe. Al vertice dei popolari dice a chiare lettere: «Non ci servono i voti della Meloni, la maggioranza è quella solita, composta da Ppe, Pse e Liberali». Uno schiaffo al governo italiano che sperava di fare asse con proprio con il partito di Tusk e Von der Leyen. Si è smascherato così l’inganno: Fratelli d’Italia non è determinante in Europa.

Poi arriva una stoccata anche ai socialisti: «Ci sono dubbi su Costa alla presidenza del Consiglio europeo». L’accordo complessivo su cui si tratta, infatti, prevede la popolare Ursula in Commissione, il socialista portoghese Costa al Consiglio, la popolare maltese Metsola al Parlamento e la liberale Kallas come Alto Rappresentante (il ministro degliEsteri Ue). Antonio Tajani, ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia, rincara la dose: «Costa non offre garanzie piene sulla linea filo-Ucraina».

I socialisti non possono accettarlo. Se non c’è Costa, non c’è neppure Von der Leyen. Il “pacchetto” insomma è unico: si chiude e si respinge in blocco. Si rincorrono gli incontri e le telefonate. Prima della cena tra i leader (a cui non partecipa la presidente uscente della Commissione), i “negoziatori” dei due principali partiti si rivedono. Il Cancelliere tedesco Scholz, il primo ministro spagnolo Sanchez, Tusk e il premier greco Mitsotakis. I due socialisti (Scholz e Sanchez) apprezzano il muro alzato contro Ecr e la presidente del consiglio italiano. Era una loro condizione. Sul resto però la lite è costante. Ed è una lotta di potere vera e propria. Lo sbarramento contro Costa si sostanza con una clausola capestro: per lui solo due anni e mezzo di mandato al fine di consegnare la seconda metà a un popolare. Non solo. Chiedono che il “cambio della guardia” a metà legislatura non riguardi invece Metsola al Parlamento. Tutte condizioni che il Pse considera irricevibili. Ma anche i liberali di Macron devono fare i conti con la tendenza decisamente egemonica dei popolari. I dubbi, infatti, riguardano anche Kaja Kallas, premier estone, come Alta rappresentante. Una situazione che irrita gli alleati che intravvedono una modalità di dominio delle poltrone per i prossimi cinque anni. Soprattutto con la possibilità di utilizzare le “geometrie variabili”: accordarsi con le destre quando serve.

La conseguenza è che per ora tutto è bloccato. Von der Leyen è al momento ancora la candidata unica al vertice della Commissione, ma la sua posizione è sottoposta ad un possibile logoramento.

Dopo l’eventuale designazione al prossimo Consiglio europeo, la presidente uscente della Commissione dovrà cercare i voti sufficienti per raggiungere la maggioranza assoluta di 361 eurodeputati. In teoria la coalizione Ppe-Pse-Renew ne ha poco più di 400. Ma potrebbero non bastare vista l’alta percentuale di franchi tiratori. Si potrebbe rivolgere a piccoli gruppi di eletti inseriti tra i cosiddetti “non iscritti” come i Cinquestelle. Ma si tratta di una conta pericolosa nella quale nessuno può ad oggi assicurare il successo finale.

Non è un caso che Meloni abbia di fatto ritirato la sua disponibilità a votare il “pacchetto”. Si lamenta di non essere stata coinvolta nella decisione. Sostanzialmente non ha ottenuto il riconoscimento politico che chiedeva.

I Verdi, al contrario, sono pronti a sostenere Ursula. Ma su di loro c’è il veto del Ppe. Insomma il sentiero al momento è molto stretto per la “spitzenkandidat” popolare. Tanto che sta cercando ogni mezzo pur di accontentare i suoi interlocutori. Sta provando perfino a rinviare la comunicazione delle procedure per deficit eccessivo. La sanzione dovrebbe essere annunciata domani. Lei vorrebbe uno slittamento a dopo le elezioni francesi anche per fare un favore a Macron e alla stessa Meloni. La sua richiesta, però, ha lasciato molto perplessi il resto dei commissari.

La partita dunque è appena iniziata e continuerà il prossimo 27 giugno al Consiglio europeo. Ma certo è molto meno agevole di quanto qualcuno potesse pensare. E non a causa del ruolo del governo italiano che invece è sempre più schiacciato sulla destra sovranista orbaniana.

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