Von der Leyen congelata. E Meloni è davanti a un bivio: riserva sovranista o resa incondizionata
dal nostro corrispondente Claudio TitoBRUXELLES – Come era chiaro dal giorno dopo le elezioni, il risultato delle Europee sta avendo un impatto più sulla politica interna dei diversi Paesi membri che non su quella comunitaria. Il nuovo Europarlamento presenta dei numeri da cui non si può prescindere: qualsiasi maggioranza non può fare a meno del Ppe, primo gruppo, e dal Pse, secondo gruppo. L’idea che stesse nascendo una nuova coalizione di centrodestra è stata smentita dai fatti e dalle cifre. Perché un’alleanza di quel tipo semplicemente non hai numeri. Ieri Giorgia Meloni ne ha dovuto prendere atto trovandosi dinanzi alla constatazione che i suoi voti non sono determinanti.
Il “pacchetto” di nomine, trattato da popolari socialisti e liberali, resterà quello su cui si concentrerà il Consiglio europeo la prossima settimana: von der Leyen per la Commissione, Costa per il Consiglio e Metsola per il Parlamento. Tra i tre partiti di maggioranza è in corso soprattutto un negoziato per misurare le rispettive forze e capac…
BRUXELLES – Come era chiaro dal giorno dopo le elezioni, il risultato delle Europee sta avendo un impatto più sulla politica interna dei diversi Paesi membri che non su quella comunitaria. Il nuovo Europarlamento presenta dei numeri da cui non si può prescindere: qualsiasi maggioranza non può fare a meno del Ppe, primo gruppo, e dal Pse, secondo gruppo. L’idea che stesse nascendo una nuova coalizione di centrodestra è stata smentita dai fatti e dalle cifre. Perché un’alleanza di quel tipo semplicemente non hai numeri. Ieri Giorgia Meloni ne ha dovuto prendere atto trovandosi dinanzi alla constatazione che i suoi voti non sono determinanti.
Il “pacchetto” di nomine, trattato da popolari socialisti e liberali, resterà quello su cui si concentrerà il Consiglio europeo la prossima settimana: von der Leyen per la Commissione, Costa per il Consiglio e Metsola per il Parlamento. Tra i tre partiti di maggioranza è in corso soprattutto un negoziato per misurare le rispettive forze e capacità contrattuali ma non sta mettendo in discussione l’essenza dell’accordo. Almeno per ora.
Semmai i problemi prenderanno forma a luglio, quando a Strasburgo il Parlamento europeo dovrà eleggere la presidenza della Commissione a maggioranza assoluta. Ursula von der Leyen deve trovare qualche voto in più per essere sicura di superare quota 361. Considerando che i franchi tiratori non saranno pochi. E considerando che qualcuno, dentro il suo stesso partito - il Ppe - potrebbe tirarle qualche scherzo per rimettere tutto in discussione. Certo un voto negativo sarebbe anche un colpo drammatico all’immagine dell’Unione europea. Eppure la fase di debolezza che sta attraversando il Vecchio Continente non consente di escludere anche esiti drammatici.
La presidente del Consiglio italiana adesso è davanti ad un bivio: tirarsi fuori del tutto dalle trattative e di fatto tornare tra le braccia del sovranismo più radicale o accettare la situazione e mettere “gratuitamente” a disposizione i suoi voti per non essere esclusa dal “grande gioco” europeo.
Nel primo caso Meloni farebbe un salto politico indietro di diversi anni e si ritroverebbe ancora nella ridotta sovranista. Nel secondo caso potrebbe successivamente giocarsi le sue carte almeno per conquistare un portafogli di valore per il suo commissario. Tenendo presente, però, che la lista dei suoi potenziali candidati è davvero risicata e – a meno di qualche coniglio da estrarre in extremis dal cilindro - si limita ad un solo nome davvero spendibile: l’attuale ministro Raffaele Fitto. Nelle difficoltà della destra c’è anche questo: un deficit di classe dirigente senza precedenti.