Michele Emiliano: “L’Autonomia è una secessione camuffata, ora avremo un modello di Stato conflittuale”
di Giuliano FoschiniPresidente Michele Emiliano, lei aveva detto: l’Autonomia differenziata è uno scambio politico. Una contropartita per il presidenzialismo. È ancora convinto sia così?
“Sì e oggi lo sono ancora di più viste le tempistiche di approvazione dei due provvedimenti, al Senato e alla Camera. La corsa fatta con una lunghissima seduta notturna dimostra che Fratelli d’Italia e Lega ormai si stanno marcando stretti e quindi, indipendentemente dalla coerenza dei provvedimenti, è in atto un accordo politico scellerato che prevede questo tipo di scambio”.
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Perché ritiene la riforma pericolosa per il Paese?
“Perché mina il principio di unità e indivisibilità della Repubblica, sancito dall’articolo 5 della Costituzione. Le prime avvisaglie le avevamo avute già con la riduz…
Presidente Michele Emiliano, lei aveva detto: l’Autonomia differenziata è uno scambio politico. Una contropartita per il presidenzialismo. È ancora convinto sia così?
“Sì e oggi lo sono ancora di più viste le tempistiche di approvazione dei due provvedimenti, al Senato e alla Camera. La corsa fatta con una lunghissima seduta notturna dimostra che Fratelli d’Italia e Lega ormai si stanno marcando stretti e quindi, indipendentemente dalla coerenza dei provvedimenti, è in atto un accordo politico scellerato che prevede questo tipo di scambio”.
MetropoliS - Autonomia, Giannini: "Meloni pagherà il grande baratto che spacca la nazione dei suoi Fratelli d'Italia"
Perché ritiene la riforma pericolosa per il Paese?
“Perché mina il principio di unità e indivisibilità della Repubblica, sancito dall’articolo 5 della Costituzione. Le prime avvisaglie le avevamo avute già con la riduzione macroscopica del fondo per la perequazione infrastrutturale. Il modello regionale che il Costituente aveva delineato era solidaristico e cooperativo. Questo processo, invece, trasforma radicalmente la forma di Stato in un modello competitivo e conflittuale, in cui ogni sorta di dumping diventerà regola, in violazione di numerosi fondamentali e inviolabili principi di sistema. Che si tratti, dunque, anche di una riforma costituzionale vera e propria, fatta senza utilizzare le garanzie del procedimento di revisione costituzionale si evince dalla chiara de-costituzionalizzazione dell’assetto delle competenze Stato-Regioni, per tutte le Regioni coinvolte dal processo di differenziazione. Non solo. Pochi si sono accorti che a valle di questo processo, le Regioni, conquistata la differenziazione e quindi senza il controllo dello Stato, potranno disporre solamente con una legge regionale ‘intese tra loro per migliorare l’esercizio delle proprie funzioni, anche con individuazione di organi comuni’. Questo prelude alla costituzione di macroregioni di fatto. Siamo di fronte all’inizio di una sorta di secessione mite di cui non tutti hanno piena consapevolezza. Questa legge pone le basi per la sistematica violazione del principio di uguaglianza tra enti e tra cittadini e riduce la portata dell’articolo 53 della Costituzione secondo cui tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in chiave perequativa e solidaristica. Inutile dire che non promuoverà lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale per rimuovere gli squilibri economici e sociali come l’articolo 119 della Costituzione impone a tutti gli enti della Repubblica; e che queste violazioni costituzionali impatteranno sulle aree più depresse del nostro Paese. Con l’odierna riforma, il guardiano dell’osservanza dei principi costituzionali inviolabili che ho menzionato diventa solo il Governo. E questo è difficilmente tollerabile in una democrazia parlamentare. Con la riforma, il Parlamento ha un ruolo del tutto marginale così come gli organi di concertazione delle differenti istanze territoriali e cioè le Conferenze e, in particolare, la Conferenza unificata. Anche qui, qualche parere che potrà comunque essere ignorato dal Governo. Il Governo è il signore del negoziato. Il Governo stabilirà i Lep. Il Governo li aggiornerà”.
Cosa rischia il Mezzogiorno? Perché non si sente garantito dal sistema dei Lep?
“La riforma definisce solo l’individuazione dei Lep e non anche il finanziamento degli stessi, quindi nella migliore delle ipotesi una grande occasione persa. Ma il vero problema è la devoluzione immediata delle materie che non hanno Lep; si tratta di 9 materie con 181 funzioni che incidono in maniera profonda nell’organizzazione amministrativa. Per queste materie si cristallizza la spesa storica che al Sud è di gran lunga inferiore a quella del Nord. L’investimento della pubblica amministrazione nel Mezzogiorno è infinitamente più basso che nel nord e ciò vuol dire chiudere per sempre la possibilità che la pubblica amministrazione meridionale riceva le risorse che riceve quella del nord. A questo quadro desolante si aggiunge la norma della legge che prevede la possibilità che le regioni trattengano parte della fiscalità generale oggi di spettanza dello Stato centrale. Ed il 40 per cento del gettito fiscale nazionale sta solo nelle tre Regioni del nord che chiedono l’autonomia. Venuto meno il principio solidaristico che i più ricchi aiutano i più poveri attraverso la fiscalità nazionale, viene meno l’Unità della Nazione”.
Il suo collega Zaia dice: finalmente il Sud dovrà spendere meglio i fondi pubblici che vengono messi loro a disposizione. È d’accordo?
“Questa storia della responsabilizzazione degli amministratori del Sud è una vera bufala. Ci sono centinaia di amministratori in tutto il Sud che spendono anche meglio del Nord. Il vero tema è che un amministratore del Mezzogiorno deve garantire le stesse prestazioni di un suo collega del Nord avendo trasferimenti inferiori, non si tratta quindi di essere più responsabili, ma di essere doppiamente virtuosi nel dover affrontare le stesse questioni complesse con risorse inferiori”.
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Lei aveva sempre ritenuto che la presidente Meloni fosse tiepida su questa riforma. Cosa è cambiato?
“La Meloni sta investendo tutto sulla riforma del premierato; mi sembra di rivedere l’ossessione di Renzi nei confronti della sua riforma, sta spingendo in quella direzione e pur di raggiungerla è disposta ad accettare una riforma che è quella dell’autonomia che secondo me lei e il suo partito politico, in fondo, non condividono”.
Come affronterà il Pd le sue contraddizioni interne? In molti, a partire dal presidente Bonaccini, negli anni scorsi si erano detti favorevoli a questa riforma.
“Il quadro di devoluzione chiesto dall’Emilia Romagna era completamente diverso; non si metteva in discussione il tema dell’unità del paese, non c’era la possibilità di trattenere il gettito fiscale e soprattutto non c’era in discussione la possibilità di condividere o di avere l’attribuzione esclusiva di materie come la scuola, il welfare o altre sensibili, la cui gestione deve essere necessariamente garantita dallo Stato”.
A proposito di Pd: come spiega l’exploit al Sud alle ultime Europee? Tutto merito dei cacicchi?
“Quando il Pd pugliese e quello del Sud colgono successi elettorali e politici, qualcuno tira fuori la storia dei cacicchi. Decaro ha avuto moltissimi voti che non erano voti al Pd, riportando un successo personale evidentissimo. Ma non può certo essere definito cacicco da chi non riuscirebbe a prendere i voti neppure nel quartiere dove vive. Ma a parte le battute, al Sud c’è stata una flessione dell’antipolitica che il Pd ha saputo sostituire, almeno al momento; il partito democratico, in Puglia, con il sostegno decisivo delle esperienze civiche strutturate e indipendenti, ha recuperato l’attenzione degli elettori. Mi sembra un ottimo segnale”.