ROMA – Ha pagato il suo dazio al tavolo dell’alleanza, la nazionalista Giorgia Meloni. Ha perfino finto di esultare al taglio del traguardo dell’autonomia differenziata targata Calderoli-Salvini: «Un passo avanti per costruire un’Italia più forte e più giusta», ha tagliato corto. Ma è proprio sulla riforma pseudo-federalista che la premier affronterà nei prossimi mesi il più rischioso degli azzardi politici. Ben più pericoloso di quanto possa essere per la sua tenuta la “madre delle riforme”, quella che le sta più a cuore: il premierato. È sugli undici articoli passati nelle ultime ore che la leader di FdI si giocherà la partita forse più delicata.
Già, perché contro la legge “spacca Italia” approvata a tappe forzate e “col favore delle tenebre” (copyright Giuseppe Conte) si sta già mobilitando l’intera oppos…
ROMA – Ha pagato il suo dazio al tavolo dell’alleanza, la nazionalista Giorgia Meloni. Ha perfino finto di esultare al taglio del traguardo dell’autonomia differenziata targata Calderoli-Salvini: «Un passo avanti per costruire un’Italia più forte e più giusta», ha tagliato corto. Ma è proprio sulla riforma pseudo-federalista che la premier affronterà nei prossimi mesi il più rischioso degli azzardi politici. Ben più pericoloso di quanto possa essere per la sua tenuta la “madre delle riforme”, quella che le sta più a cuore: il premierato. È sugli undici articoli passati nelle ultime ore che la leader di FdI si giocherà la partita forse più delicata.
Già, perché contro la legge “spacca Italia” approvata a tappe forzate e “col favore delle tenebre” (copyright Giuseppe Conte) si sta già mobilitando l’intera opposizione al governo. Stavolta inclusi i bizzosi Matteo Renzi («Follia istituzionale») e Carlo Calenda («Pronti a unirci alla battaglia»). La raccolta delle firme porterà dritti al referendum abrogativo. Sarà la «battaglia» principale, appunto. Ma non l’unica. Con i ricorsi alla Consulta che i governatori stanno promuovendo - sono loro legittimati a proporli - la tagliola sul progetto di riforma potrebbe scattare anche prima della consultazione popolare.
Ancora. Ci sono i due terzi del Paese - tutto il Mezzogiorno e l’Italia centrale - che temono di essere abbandonati al loro destino, proprio nella gestione dei servizi pubblici essenziali, a cominciare dalla sanità. Ed è una frattura trasversale che, da Siena a Ragusa, non conosce in questo caso distinzione o colore politico. Quando entrano in gioco le vite (oltre che la qualità della vita) dei cittadini, non c’è appartenenza o bandiera che tenga. Non è un caso se gli amministratori e i dirigenti di Forza Italia sul pacchetto Autonomia siano a dir poco defilati. I loro elettori, quelli moderati più in generale, sulle nuove competenze delle regioni sono più che perplessi. Finanche nelle aree più produttive del Nord. Figurarsi altrove.
Del resto, basta scorrere i tabulati delle votazioni registrate nella notte in cui i cingolati della maggioranza hanno asfaltato le file delle opposizioni a Montecitorio per scoprire come parlamentari forzisti e perfino qualche Fratello d’Italia si sono dileguati misteriosamente approfittando del buio, pur di non essere complici. Dopo il responso più che soddisfacente delle Europee, il via libera agli undici articoli dell’Autonomia segnano una sconfitta per il leader e vicepremier Antonio Tajani. Sul dossier federalista il partito gli si sta sfaldando sotto i piedi. Citofonare al suo governatore Roberto Occhiuto, in Calabria, per capire il clima. Ancor più espliciti altri forzisti, a microfoni spenti. Tajani da 24 ore barcolla sulle montagne russe. I quattro ordini del giorno fatti passare in aula, con tanto di caveat e precisazioni, non hanno condizionato né frenato il percorso e l’impatto del testo.
Fuori dal Palazzo, sono già in trincea tutti i sindacati. Ma c’è di più. A poche ore dall’approvazione della riforma, al commento sarcastico del presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi («Si vede che non ci hanno preso sul serio. Che dobbiamo fare?»), si è affiancato quello preoccupato del Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Il suo «non si creino ulteriori squilibri tra una parte e l’altra dell’Italia» segna un cambio di passo nel posizionamento della Chiesa tutta. A questo punto non sono solo i “soliti” vescovi ostili al governo di destra a muovere critiche. È il Vaticano che, in ultima istanza, sta venendo allo scoperto e non è un dettaglio di poco conto.
Il quadro che si sta componendo è sufficiente per disegnare un futuro meno roseo del previsto, per la presidente del Consiglio. Mentre la consultazione sul premierato potrebbe essere affrontata sulle ali del populismo e del decisionismo e sull’idea della donna forte che affascina forse una buona fetta di elettorato, il referendum sull’Autonomia potrebbe trasformarsi per lei nella stessa trappola politicamente mortale sulla quale il 4 dicembre 2016 è inciampato l’allora premier Matteo Renzi. Un recente sondaggio di Antonio Noto, pubblicato da questo quotidiano, ha registrato il 45% di italiani contrari all’Autonomia, il 35 favorevole, il 20 senza opinione. Ora, al di là dell’esito della consultazione che verrà, per il centrosinistra la campagna che si è aperta di fatto col voto di ieri diventa la “grande occasione” per un cambio di passo.
Forse, la leva sulla quale iniziare a costruire dal basso l’alternativa al governo delle destre.