Autonomia, Stirpe: “Esistono già quattro Italie. Le differenze non sono un bene”
di Filippo Santelli«Ci sono tematiche in cui neppure la dimensione nazionale è più sufficiente, figuriamoci quella regionale». Maurizio Stirpe è patron della PSC Components, multinazionale dei componenti in plastica per auto ed elettrodomestici con quartier generale a Frosinone, nove stabilimenti in Italia e nove all’estero, ed è stato fino a quest’anno vice presidente di Confindustria con la delega alle relazioni industriali. Il suo non è un no di principio all’autonomia differenziata, ma un campanello d’allarme che sembra essere condiviso nel mondo imprenditoriale: «Se fatta in modo affrettato o sbagliato rischia di aumentare la complessità e divaricare ancora di più l’Italia, un rimedio peggiore del male».
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«Ci sono tematiche in cui neppure la dimensione nazionale è più sufficiente, figuriamoci quella regionale». Maurizio Stirpe è patron della PSC Components, multinazionale dei componenti in plastica per auto ed elettrodomestici con quartier generale a Frosinone, nove stabilimenti in Italia e nove all’estero, ed è stato fino a quest’anno vice presidente di Confindustria con la delega alle relazioni industriali. Il suo non è un no di principio all’autonomia differenziata, ma un campanello d’allarme che sembra essere condiviso nel mondo imprenditoriale: «Se fatta in modo affrettato o sbagliato rischia di aumentare la complessità e divaricare ancora di più l’Italia, un rimedio peggiore del male».
Per il governo questa riforma farà funzionare meglio l’Italia, per le opposizioni la spaccherà in due. Chi ha ragione?
«Non do un giudizio politico, ma credo che si debba inquadrare bene il tema di quali competenze vengono devolute. Ci sono alcune materie che comprensibilmente le Regioni vogliono declinare secondo il loro punto di vista ed è giusto che possano farlo. Ma ce ne sono altre strategiche, penso a politiche industriali, infrastrutture, energia, ambiente, commercio con l’estero, in cui la direzione e il coordinamento a livello nazionale sono fondamentali e già oggi non vengono esercitati a pieno. Parlare di autonomia differenziata su questi temi è pericoloso. E poi c’è un altro grande aspetto critico».
Quale?
«Determinare in modo puntuale il livello essenziale delle prestazioni, a cominciare dalla sanità, e soprattutto di finanziarle in un Paese con un problema di debito molto elevato. Bisogna garantire una eguaglianza su cui già oggi siamo molto deficitari».
Vede il rischio che l’Italia si divarichi ancora di più? Anche molti imprenditori, specie al Sud, sembrano pensarlo.
«Ho l’impressione che esistano già non due ma quattro Italie, molto differenti l’una dall’altra: il Nord, il Centro-Nord, il Centro-Sud e il Sud. Sono curioso di capire bene come verrà affrontato questo aspetto delle prestazioni e delle relative risorse, perché il rimedio rischia di essere peggiore del male. Aggiungo che nel frattempo resta aperto anche il tema di Roma Capitale, che svolge una serie di funzioni di valenza nazionale senza che le siano state assegnate adeguate risorse per questo».
Una serie di competenze, per esempio sulla previdenza o sul commercio con l’estero, potranno essere richieste fin da subito dalle Regioni. Teme una moltiplicazione di regolamenti e un aumento della complessità?
«Per un imprenditore le differenze nelle regole generano solo confusione. Ma ripeto: si può affrontare il tema del commercio con l’estero a livello regionale».
Era davvero una priorità mettere mano all’architettura istituzionale del Paese?
«Lo può essere, ma io credo che in questo momento i temi centrali per il Paese siano rilanciare la competitività del sistema produttivo, con una politica industriale orientata all’innovazione, e di affrontare in modo strutturale il problema del debito».
Anche dal punto di vista dei conti pubblici l’esito di questa riforma è incerto, con la necessità di garantire risorse alle Regioni secondo schemi da rivalutare ogni anno. Non è un sistema farraginoso?
«Penso che si debbano creare dei meccanismi snelli, certo flessibili ma anche in facilmente intelligibili ed applicabili, soprattutto tenendo presente la stella polare riduzione del debito pubblico».
Intanto il primo risultato della riforma è aver unito le opposizioni, che annunciano un referendum. L’Italia si dividerà su questo tema?
«Io credo che riforme di questa portata non possano essere percepite come di parte, e anche che la soluzione non possa essere un referendum. Tutti, maggioranza e opposizione, devono sforzarsi per trovare una sintesi più ampia».
Pare di capire che consideri i rischi di questa riforma maggiori delle opportunità. È così?
«Se non la si fa bene i rischi possono essere maggiori».