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Da Bergamo a Perugia, l’orgoglio delle sindache: “Ma la politica è un lusso”

Da sinistra: Bugetti, Ferdinandi, Funaro, Carnevali, Nargi 
Sono il 14% del totale, le ultime amministrative le hanno viste protagoniste: “Siamo ancora considerate eccezioni. Il problema è il welfare”
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ROMA - «Perché lo faccio? Non certo per i soldi. Sa quanto guadagno? Duemila euro netti. Meno di un consigliere comunale di Palermo, che ne prende 2600». La voce di Maria Terranova giunge allegra dalla Sicilia. Parlando con lei si percepisce una passione profonda per il suo mestiere: il sindaco di Termini Imerese, la sua città. Non sono tante in Italia, appena il 14 per cento.

Un indice della nostra eterna arretratezza. Ma nell’ultima tornata amministrativa qualcosa è cambiato. Ben otto donne ce l’hanno fatta, di destra e di sinistra, a farsi eleggere sindache nelle città capoluogo: Laura Nargi ad Avellino, Elena Carnevali a Bergamo, Marialuisa Forte a Campobasso, Sara Funaro a Firenze, Adriana Poli Bortone a Lecce, Vittoria Ferdinandi a Perugia, Ilaria Bugetti a Prato, Valeria Cittadin a Rovigo. Nei capoluoghi erano appena otto. Ora sono sedici. Sedici su 112. Per i cittadini delle loro città è una prima volta: una donna sindaco fa ancora notizia.

È l’effetto dell’esempio che of…

ROMA - «Perché lo faccio? Non certo per i soldi. Sa quanto guadagno? Duemila euro netti. Meno di un consigliere comunale di Palermo, che ne prende 2600». La voce di Maria Terranova giunge allegra dalla Sicilia. Parlando con lei si percepisce una passione profonda per il suo mestiere: il sindaco di Termini Imerese, la sua città. Non sono tante in Italia, appena il 14 per cento.

Un indice della nostra eterna arretratezza. Ma nell’ultima tornata amministrativa qualcosa è cambiato. Ben otto donne ce l’hanno fatta, di destra e di sinistra, a farsi eleggere sindache nelle città capoluogo: Laura Nargi ad Avellino, Elena Carnevali a Bergamo, Marialuisa Forte a Campobasso, Sara Funaro a Firenze, Adriana Poli Bortone a Lecce, Vittoria Ferdinandi a Perugia, Ilaria Bugetti a Prato, Valeria Cittadin a Rovigo. Nei capoluoghi erano appena otto. Ora sono sedici. Sedici su 112. Per i cittadini delle loro città è una prima volta: una donna sindaco fa ancora notizia.

È l’effetto dell’esempio che offrono Giorgia Meloni e Elly Schlein?

Terranova è stata eletta quattro anni fa, a 34 anni. Avvocato, impiegata al legislativo della Regione, cinquestelle. «Noi fummi tra i primi a fare l’alleanza col Pd, espugnando un bastione storico del centrodestra». Termini Imerese è una frontiera. Per avere fatto sgomberare alcune occupazioni abusive di suolo pubblico ha ricevuto pesanti minacce. Quando esce di casa per andare in Comune deve avvertire i carabinieri. «È un servizio, fare il sindaco. Impegna h 24. E la politica resta un mondo difficile. Io non ho famiglia, non ho figli, e vivo in un Paese dove una donna non può dividersi contemporaneamente tra il lavoro e la vita privata». Sa di cosa parla: è vicepresidente dell’Anci, delegata nazionale alle pari opportunità.

Lo sguardo delle donne è più concreto, meno mediato. Non a caso ieri la neosindaca di Perugia, Vittoria Ferdinandi, una donna di sinistra, ha detto che la prima incombenza sarà «restituire decoro e sicurezza alle nostre strade». A Prato, che ha 200mila abitanti, la terza città più popolosa del centro Italia, ce l’ha fatta Ilaria Bugetti, 50 anni, Pd, che al primo turno ha sconfitto il candidato di Fratelli d’Italia. Chiede di essere chiamata sindaca.

«A trent’anni sono diventata sindaca di Cantagallo, tremila anime. Ho fatto la campagna elettorale con mia figlia Tosca, che aveva nove mesi. Poi mia figlia è cresciuta, e ricordo che i colleghi fissavano le riunioni alle 8,30 del mattino. Ma io a quell’ora accompagnavo mia figlia a scuola. Ho detto di no. Così come ho chiesto di fare in modo che gli incontri della sera non finissero all’una di notte. Non è stato così facile, anche nella nostra parte politica. Certi percorsi culturali sono lunghi, ma ho imparato che non bisogna arretrare di un millimetro. I tempi delle donne sono importanti».

Bugetti è stata segretaria provinciale, poi consigliere regionale (sempre sconfiggendo uomini). «Quando Tosca aveva cinque anni mi sono separata, lì mi hanno dato una mano i miei, mia sorella. Ho goduto di una rete, sono stata fortunata. Ora da dieci anni ho un nuovo compagno, che è anche il mio spin doctor».

È mai possibile che se al giorno d’oggi una giovane mamma non dispone dell’aiuto dei genitori, o dei suoceri, non possa di fatto dedicarsi alla vita pubblica? «È la grande questione, perciò servono politiche di welfare più incisive. Siamo il Paese nel quale una donna su cinque abbandona il lavoro alla nascita del primo figlio», dice la neosindaca di Bergamo, la Pd Elena Carnevali. «A 35 anni ho fatto l’assessore comunale, i miei due figli avevano cinque e sei anni, senza il sostegno di mio marito e delle nostre famiglie forse non ce l’avrei fatta», ammette. Tra il 2013 e il 2022 è stata deputata.

«Giorgia» ed «Elly» quindi hanno messo in moto un cambiamento che è forse più profondo di quello che immaginiamo? Non solo politico, ma anche culturale, civile?

«Le cose stanno cambiando, ma la strada non è ancora spianata», ragiona Carnevali.

Torniamo in Sicilia, da Maria Terranova. «Oggi mi sento meno sola rispetto a quattro anni fa», ammette. «La sottorappresentanza delle donne porta fatalmente a politiche che non tengono conto dei loro bisogni». Lo scorso inverno ha portato tremila studenti a vedere il film di Paola Cortellesi, C’è ancora domani. L’importanza del voto femminile e della violenza familiare in un Paese meno libero di quel che si pensi. «Senza di noi non esiste il processo democratico», dice Maria Terranova quando ci saluta.

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