Meloni l’esclusa si scaglia contro l’Ue: “Sulle nomine non si sta tenendo conto dei voti dei cittadini”. Mattarella: “Non si può prescindere dall’Italia”
di Lorenzo De CiccoNel gran match delle nomine Ue le hanno incartato il pallone. E Giorgia Meloni, alla vigilia del Consiglio europeo di oggi e domani, va in Parlamento e si mostra offesa. «È una mancanza di rispetto», dice. «Verso i cittadini che hanno votato». Mica verso di lei, finita all’angolo. In quasi due ore d’intervento tra relazione e repliche a Camera e Senato, la premier sfodera toni da comizio anti-Europa. E trapela un senso di risentimento per essersi ritrovata ai margini, altro che “pacchia finita”.
Tra un colpo di tosse e l’altro (è alle prese con una brutta influenza), Meloni non dice come si esprimerà in Consiglio sui top jobs dell’Unione. Né cosa voteranno i suoi Conservatori all’Europarlamento. Ma il senso dei suoi ragio…
Nel gran match delle nomine Ue le hanno incartato il pallone. E Giorgia Meloni, alla vigilia del Consiglio europeo di oggi e domani, va in Parlamento e si mostra offesa. «È una mancanza di rispetto», dice. «Verso i cittadini che hanno votato». Mica verso di lei, finita all’angolo. In quasi due ore d’intervento tra relazione e repliche a Camera e Senato, la premier sfodera toni da comizio anti-Europa. E trapela un senso di risentimento per essersi ritrovata ai margini, altro che “pacchia finita”.
Tra un colpo di tosse e l’altro (è alle prese con una brutta influenza), Meloni non dice come si esprimerà in Consiglio sui top jobs dell’Unione. Né cosa voteranno i suoi Conservatori all’Europarlamento. Ma il senso dei suoi ragionamenti è fin troppo chiaro. L’Ue che tratteggia in Aula Meloni è mostrificata: un «gigante burocratico», «invasivo», intriso di «ideologia», come sul capitolo Green. E le sue classi dirigenti, che la tagliano fuori, non avrebbero capito il responso delle urne. Starebbero prevalendo «logiche di caminetto». Questo perché Socialisti, Popolari e Liberali hanno siglato un patto sui nuovi assetti, senza coinvolgere lei e il suo gruppo, Ecr, «che è diventato il terzo partito» nell’Eurocamera, superando i macronisti, come ricorda battibeccando col dem Graziano Delrio.
Meloni ammette l’esclusione. Alla Camera parla, testuale, di «una “conventio ad excludendum” che contesto». Arriva quasi a confidare nei franchi tiratori anti-Ursula, con cui per un anno e mezzo è andata in tour per l’Europa e pure in Africa. «Nascondono la polvere sotto al tappeto, ma stanno facendo un errore, che porterà a una maggioranza fragile». Di pomeriggio, in Senato, Meloni alza i toni di qualche altro decibel. Andando avanti così, sostiene, «ci facciamo male. Chi non vuole trattare con me esclude l’Italia». Ma «non farò la cheerleader di nessuno». E se la prende con l’opposizione: «Parlate solo di Orbàn e Mes. Mi dite di piegarmi a decisioni prese da una presunta maggioranza? Ma signori, questo è outing». L’unica timida apertura a von der Leyen è quando parla della della nuova «agenda strategica» in cui ci sarà un passaggio sull’immigrazione. Per il resto, sembra tornata “Meloni 1”, quella dei comizi strillati dall’opposizione. E che a Palazzo Madama ribadisce: «Io non faccio inciuci con la sinistra, neanche in Europa».
Giorgia Meloni alla Camera ricorda Satnam Singh e sollecita Salvini e Tajani: "Raga,' alzateve pure voi"
Quando i leader dell’opposizione replicano alla Camera, Meloni non c’è. È il sottosegretario Mantovano ad alzarsi dai banchi del governo per spiegarlo a Giuseppe Conte, stringendogli la mano: la premier, gli riferisce, è a pranzo al Quirinale. Dove dal presidente Sergio Mattarella arriva un messaggio significativo, in queste ore di trattative tormentate: «Non si può prescindere dall’Italia». Un sostegno del Colle agli interessi del Paese, che da fondatore dell’Ue deve avere un ruolo e non può finire in un cantuccio. Ma potrebbe anche essere letto come un invito alla premier, perché non interrompa il dialogo coi partner dell’Unione. Mentre Meloni è al Quirinale, Elly Schlein in Aula replica tra punzecchiate e sortite ironiche: «Trovo positivo - esordisce la segretaria del Pd - che la presidente del Consiglio si accodi a chi come noi l’Europa vuole cambiarla e non dica più di uscire dall’Euro. Ora mi aspetto che in Ue porti le priorità del Paese e non della sua famiglia politica, perché le due cose non coincidono». Quanto ai presunti inciuci sventati dalla premier, la dem rovescia la tesi: «Siamo noi a non essere disponibili. Se poi i socialisti in Europa hanno più voti di voi, non vi lamentate se non vogliamo allearci con gli antieuropeisti». Anche il capo dei 5 Stelle, Conte, un po’ se la ride: «Meloni vada in Europa a prendersi un posto di prestigio nella Commissione. Ma non lo affidi a un parente». I grillini si sganasciano.
In maggioranza, i due vice-premier si presentano in Aula con atteggiamenti opposti (Tajani, per dire, applaude quando Meloni parla di sostegno a Kiev, Salvini no). Il leghista poi piccona, addirittura più di Meloni, la maggioranza Ursula: «L’inciucio è un’offesa all’Italia». Ma poi ai cronisti che gli chiedono se gli sia piaciuto il discorso di Meloni risponde così: «Buon lavoro». Tajani invece è crucciato. «È chiaro che Meloni deve puntare i piedi», ma «deve tenere conto di tutte le forze di maggioranza: noi voteremo sì al pacchetto attuale, non credo che l’Italia possa votare no».