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I negoziatori Ue avvertono: “È l’Italia a isolarsi, ma così rischia sui conti”

Giorgia Meloni a Palazzo Madama

 
“Ho informato Meloni ma non vuole discutere”, riferisce ai colleghi il greco del Ppe Mitsotakis. Voleva coinvolgerla in quanto premier, non conservatrice
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BRUXELLES - «Io l’ho informata, ma lei non ha voluto discutere». Tre giorni fa uno dei “negoziatori” del Ppe, il premier greco Mitsotakis (che pure era sensibile ad un dialogo con la destra), era stato incaricato di parlare con la presidente del Consiglio italiana per descrivere la situazione. Per farle capire l’accordo raggiunto tra le tre grandi “famiglie” politiche dell’Unione: Popolari, Socialisti e Liberali. Si trattava di un atto di rispetto nei confronti del governo italiano e non della parte politica rappresentata da Giorgia Meloni. E il leader di Atene ha poi riferito così l’esito della telefonata.

Il punto è proprio questo: la premier italiana si è sottratta ad una vera trattativa sui cosiddetti “top jobs” Ue e si è isolata. Ha sovrapposto il ruolo politico di Fratelli d’Italia e dell’Ecr (I Conservatori) con quello istituzionale dell’esecutivo del nostro Paese. Senza prendere atto che i risultati delle elezioni europee avevano riconsegnato le chiavi di Palazzo Berlaymont e …

BRUXELLES - «Io l’ho informata, ma lei non ha voluto discutere». Tre giorni fa uno dei “negoziatori” del Ppe, il premier greco Mitsotakis (che pure era sensibile ad un dialogo con la destra), era stato incaricato di parlare con la presidente del Consiglio italiana per descrivere la situazione. Per farle capire l’accordo raggiunto tra le tre grandi “famiglie” politiche dell’Unione: Popolari, Socialisti e Liberali. Si trattava di un atto di rispetto nei confronti del governo italiano e non della parte politica rappresentata da Giorgia Meloni. E il leader di Atene ha poi riferito così l’esito della telefonata.

Il punto è proprio questo: la premier italiana si è sottratta ad una vera trattativa sui cosiddetti “top jobs” Ue e si è isolata. Ha sovrapposto il ruolo politico di Fratelli d’Italia e dell’Ecr (I Conservatori) con quello istituzionale dell’esecutivo del nostro Paese. Senza prendere atto che i risultati delle elezioni europee avevano riconsegnato le chiavi di Palazzo Berlaymont e dell’Europa Building alla coalizione tradizionale formata da Ppe, Pse e Renew. E che permaneva il “cordone sanitario” nei confronti della destra sovranista.

Un isolamento che sta spostando Roma nelle braccia di Paesi considerati ormai “paria” in Europa come l’Ungheria di Orbán e la Slovacchia di Fico. Gli unici tre membri che ancora non hanno aderito al “pacchetto” di nomine. Con un’aggravante: Budapest e Bratislava sono ormai su una linea dichiaratamente filorussa. Un fattore in netta contraddizione con l’unico elemento di certezza in politica estera della squadra meloniana: l’atlantismo.

Tra l’altro nei palazzi di Bruxelles, tutti fanno notare che l’Ecr non ha presentato nemmeno lo spitzenkandidat, ossia il candidato alla presidenza della Commissione escludendosi di fatto dal gioco e dalle regole europee per la designazione dei “grandi” incarichi. Una sottovalutazione che viene legata a un atteggiamento di sospetto e sfiducia da parte italiana delle procedure europee. E le conseguenze sono queste.

Ovviamente tutti si aspettano che nel Consiglio europeo che prende il via oggi pomeriggio ci sia alla fine una convergenza. Non solo sulle nomine ma anche sull’agenda strategica. Ossia sugli obiettivi Ue dei prossimi cinque anni. Ma nessuno dei “big”, dalla Francia alla Germania fino alla Spagna, è intimorito dall’eventualità che l’Italia confermi la sua scelta di tenersi fuori dagli accordi.

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Anzi, gli apprezzamenti di Palazzo Chigi nei confronti della lettera inviata da Ursula von der Leyen nella parte che riguarda la lotta alla immigrazione illegale, ha aperto un spiraglio. Nello stesso tempo ha sorpreso l’attenzione insistente di Meloni su una questione importante ma che ha uno sviluppo lungo nel tempo anziché concentrarsi sulle emergenze del nostro Paese. Nelle interlocuzioni informali, infatti, è sistematicamente emerso un dato che potrebbe diventare esplosivo se la posizione italiana di autoisolamento proseguisse nei prossimi mesi: la situazione economica. Il nostro Paese, infatti, al di là della propaganda, continua a camminare su un crinale scivolosissimo. Lo spread sui nostri titoli di Stato dalle elezioni europee in poi ha avuto dei costanti rialzi. Soprattutto nessuno esclude che la tensione sul nostro debito pubblico possa aumentare nei prossimi mesi. In primo luogo perché a settembre il governo dovrà presentare, in base al nuovo Patto di stabilità, un piano di rientro dal deficit con tagli di almeno 12 miliardi ogni anno per i prossimi sette. Lacrime e sangue, insomma. E poi perché la curva del debito non si riduce. Le risorse del Pnrr nei prossimi due anni si basano prevalentemente su prestiti e non sulle gratuità (sfruttate in questa prima parte del Pnrr) e quindi peseranno sui conti. In particolare se i fondi non saranno pienamente utilizzati. E allora, in questo contesto, l’avvertimento che i “negoziatori” di Ppe, Pse e Renew - ossia dei capi di stato e di governo di Germania, Francia, Spagna, Polonia. Grecia e Olanda - hanno lanciato verso Palazzo Chigi è anche questo: isolarsi non conviene. Mettersi in un angolo verrebbe percepito dai mercati come un elemento di debolezza. E l’Italia rimane, sotto questo punto di vista, un osservato speciale.

Un quadro complessivo che sta obbligando Ursula von der Leyen ad essere meno disponibile nei confronti dell’Italia rispetto ai mesi scorsi. La presidente della Commissione sa che un passo in avanti di troppo verso Meloni le farebbe perdere i voti dei socialisti nel Parlamento europeo. Con lei vuole dunque trattare riservatamente e sul piano istituzionale, non su quello politico. Prima dell’inizio del summit di oggi l’intenzione di von der Leyen è di chiamarla o di avere un chiarimento faccia a faccia. L’unico elemento possibile di trattativa è il portafoglio da assegnare al Commissario italiano che rispetterà il peso dell’Italia e non di FdI. La premier italiana vorrebbe una vicepresidenza esecutiva. Richiesta su cui permangono molti dubbi. Tra oggi e domani, però, la scelta definitiva per Meloni è un’altra: uscire dall’isolamento o crogiolarsi in esso.

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