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Meloni sempre più sola difende la guida dei sovranisti e punta su Le Pen e Trump

(agf)

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La leader FdI non esclude trattative sui voti dei suoi 24 Eurodeputati ma è pronta ad andare fino in fondo e chiedere anche a Tajani di dire “no” a Ursula. Meloni pensa a nuovi equilibri post-elezioni in Francia e Usa, di qui la scommessa contro von der Leyen. Se saltasse, ipotizza l’alternativa Metsola
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BRUXELLES – In una notte, ha bruciato molti ponti alle sue spalle. Il giorno dopo a Palazzo Chigi spiegano che Giorgia Meloni l’ha fatto per coerenza, lealtà all’ideale. La realtà è che l’isolamento nel quale si è cacciata in Europa è figlia per metà di un’impostazione politica radicale – nel governo la chiamano “fazzolarismo” – e per metà di una sequenza di errori tattici che l’hanno portata ad accettare l’angolo in cui l’hanno spinta Scholz e Macron. Adesso, comunque, Meloni è sola. Sola e consapevole di aver dato un dispiacere a Sergio Mattarella. Difficilmente otterrà un vicepresidente esecutivo dell’Ue (c’è chi spera che von der Leyen elimini la figura dell’“esecutivo”, per risolverle un problema). Al massimo strapperà un buon portafoglio che le avrebbero concesso in ogni caso. Basterà per dire all’Europarlamento “ci asteniamo” e poi dare mandato ai meloniani di votare a favore nello scrutinio segreto? Da Palazzo Chigi dicono: possibile, tratteremo, ma poi succeda quel che succed…

BRUXELLES – In una notte, ha bruciato molti ponti alle sue spalle. Il giorno dopo a Palazzo Chigi spiegano che Giorgia Meloni l’ha fatto per coerenza, lealtà all’ideale. La realtà è che l’isolamento nel quale si è cacciata in Europa è figlia per metà di un’impostazione politica radicale – nel governo la chiamano “fazzolarismo” – e per metà di una sequenza di errori tattici che l’hanno portata ad accettare l’angolo in cui l’hanno spinta Scholz e Macron. Adesso, comunque, Meloni è sola. Sola e consapevole di aver dato un dispiacere a Sergio Mattarella. Difficilmente otterrà un vicepresidente esecutivo dell’Ue (c’è chi spera che von der Leyen elimini la figura dell’“esecutivo”, per risolverle un problema). Al massimo strapperà un buon portafoglio che le avrebbero concesso in ogni caso. Basterà per dire all’Europarlamento “ci asteniamo” e poi dare mandato ai meloniani di votare a favore nello scrutinio segreto? Da Palazzo Chigi dicono: possibile, tratteremo, ma poi succeda quel che succeda. La verità è che per la premier, dall’altro ieri, è cambiato lo schema di gioco. Suo malgrado.

Opponendosi a Costa e Kallas ed astenendosi su von der Leyen, la leader ha scommesso sul caos: a questo punto, inizia a pensare davvero che sia quasi meglio sperare che la politica tedesca cada vittima di franchi tiratori, aprendo magari la strada a Roberta Metsola alla Commissione (con Weber a guidare il Parlamento). Anche perché due fattori politici esterni potrebbero modificare almeno parzialmente il quadro: la vittoria di Marine Le Pen e quella, a novembre, di Donald Trump. Un ribaltone traumatico capace di complicare la vita ai suoi nemici continentali – Francia e Germania - che per il momento l’hanno però costretta all’umiliazione di giovedì notte.

È proprio nel Consiglio di Bruxelles, quello della rabbia e della frustrazione, che Meloni si è sbracciata e ha perso. Quando l’ha capito era ormai troppo tardi. In un attimo, ha cercato di dare veste razionale agli antichi istinti isolazionisti: hanno deciso di non coinvolgermi – è l’analisi consegnata allo staff – e a quel punto ho scelto la battaglia solitaria per difendere una posizione di “coerenza”. Detta più brutalmente: visto che la sfida era persa, la premier ha guardato al consenso interno. Più prosaicamente: se alla Francia garantiscono quello a cui aspirava l’Italia - e von der Leyen non concede l’apertura politica sperata da Ecr - meglio mostrarsi battaglieri contro l’Unione ed evitare di regalare a Matteo Salvini argomenti euroscettici.

Eppure, c’è dell’altro utile a spiegare la strategia portata avanti in un Consiglio drammatico per l’Italia. C’è intanto la scommessa della presidente del Consiglio su Trump. In occasione dell’ultimo G7 di Borgo Egnazia, Meloni – riferiscono – è rimasta assai colpita da come il presidente americano ha gestito i suoi interventi nel chiuso del summit. In particolare, raccontano le stesse fonti, quello del 14 giugno. Joe Biden avrebbe più volte interrotto l’intervento, apparendo agli altri leader presenti come confuso e poco chiaro nell’esposizione. Un dato che ha convinto la premier dell’ineluttabilità dell’uscita di Biden, la sua sponda vitale nei primi 20 mesi di governo.

E poi c’è la battaglia per la conquista della destra europea. La leadership sui sovranisti è a rischio a causa dell’avanzata di Marine Le Pen. Se c’è una cosa che Meloni non tollera, è apparire annacquata nel posizionamento politico: così sarebbe apparsa se avesse garantito un patto esplicito a Ursula, osteggiato dal resto dei nazionalisti. Già solo ragionare di un dialogo con von der Leyen ha messo in crisi nei giorni scorsi la tenuta dei Conservatori, con il Pis polacco (venti eurodeputati) vicino a un traumatico addio all’Ecr. E anche Orbán si è tirato fuori. Schierarsi all’opposizione della nuova Commissione significa non prestare il fianco destro, soprattutto in caso di vittoria dei lepenisti in Francia.

Infine: nella battaglia sul portafoglio nulla lascia presagire concessioni di rilievo. Semmai il contrario: Meloni adesso rischia di perdere anche qualche delega. Resta in campo il nome di Raffaele Fitto, che almeno è stimato a Bruxelles e da Ursula. Ma nessuno può escludere sorprese, a questo punto. Ecco perché la trattativa per i 25 voti di Fratelli d’Italia in vista del voto segreto del 18 luglio all’Europarlamento ci sarà, ma tutta in salita. Il rischio concreto è che si concluda come la mediazione nel Consiglio europeo: un buco nell’acqua, con Meloni travolta dai veti.

Chi rischia di uscire stritolato da questa partita è Antonio Tajani. Senza una tregua, la premier potrebbe chiedergli un atto di lealtà, inducendolo a far votare Forza Italia contro Ursula nel segreto dell’urna. E mettendolo dunque di fronte a una scelta: il governo italiano o la famiglia politica europea in cui milita da trent’anni? Un bivio che il ministro degli Esteri mai vorrebbe affrontare.

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