Enrico Letta: “In Gran Bretagna sconfitto chi vuole soltanto distruggere. La sinistra in Italia trovi la sua strada”
di Stefano CappelliniEnrico Letta risponde al telefono da un aeroporto. È appena stato in Portogallo per una iniziativa dell'Istituto Jacques Delors, che presiede. L’Europa e l’europeismo sono per lui un credo quasi religioso, non può stupire che consideri il risultato delle elezioni politiche in Gran Bretagna un balsamo su una ferita comunque insanabile: la Brexit. “Il voto di oggi - dice a Repubblica - punisce i responsabili di quella che fu una gigantesca cavolata che abbiamo pagato tutti. Gli inglesi, noi europei, la comunità internazionale. Non a caso la vittoria di Donald Trump arrivò pochi mesi dopo il voto sulla uscita della Gran Bretagna dalla Ue”.
Letta, il dubbio è questo: l’esito di queste elezioni inglesi è figlio di fattori e vicende nazionali o dice anche al resto dell’Europa che l’avanzata delle destre non è ineluttabile?
"Come la Brexit ha anticipato una tendenza mondiale, quella della distruzione, io spero che la vittoria di Keir Starmer sia l’anticipo di una nuova tendenza alla costruzi…
Enrico Letta risponde al telefono da un aeroporto. È appena stato in Portogallo per una iniziativa dell'Istituto Jacques Delors, che presiede. L’Europa e l’europeismo sono per lui un credo quasi religioso, non può stupire che consideri il risultato delle elezioni politiche in Gran Bretagna un balsamo su una ferita comunque insanabile: la Brexit. “Il voto di oggi - dice a Repubblica - punisce i responsabili di quella che fu una gigantesca cavolata che abbiamo pagato tutti. Gli inglesi, noi europei, la comunità internazionale. Non a caso la vittoria di Donald Trump arrivò pochi mesi dopo il voto sulla uscita della Gran Bretagna dalla Ue”.
Letta, il dubbio è questo: l’esito di queste elezioni inglesi è figlio di fattori e vicende nazionali o dice anche al resto dell’Europa che l’avanzata delle destre non è ineluttabile?
"Come la Brexit ha anticipato una tendenza mondiale, quella della distruzione, io spero che la vittoria di Keir Starmer sia l’anticipo di una nuova tendenza alla costruzione. Penso che gli elettori inglesi abbiano fatto mea culpa e abbiano voluto chiudere così otto anni di autodistruzione”.
I successi di Le Pen in Francia, in attesa del responso dei ballottaggi, non autorizzano a essere ottimisti sul declino del populismo più aggressivo e antieuropeista.
“Vedremo come andrà il voto francese. La vittoria dei laburisti è una bella indicazione per tutti. Dice appunto che, per tornare a costruire, non è necessario passare dalla distruzione. Non dimentichiamo che il vero motore della Brexit fu l’immigrazione. E com’è ora su questo tema la situazione in Gran Bretagna? Molto peggio di prima”.
Anche ai francesi servirà passare dagli effetti di un governo lepenista prima di fare mea culpa?
“Mi pare ci siano molte differenze tra quello che è accaduto negli ultimi anni in Inghilterra e ciò che sta accadendo in Francia. Il lepenismo è un’onda lunga che viene da molto lontano e che ora è arrivata al redde rationem, cresciuta su problemi che non hanno avuto alcuna possibilità di sfogo. E quando i problemi non si affrontano, prima o poi le cose esplodono”.
La sorprendono le dimensioni della sconfitta dei Conservatori?
“Per nulla. Se quella subita dai Tories è la più pesante sanzione della storia democratica britannica, è perché la sanzione è proporzionata al disastro provocato. Un’intera classe dirigente è stata spazzata via. La Brexit è stata la causa di tutti i mali, ha avuto una capacità pazzesca di influenza. Ha indicato una via a tutti gli aspiranti distruttori sparsi nel mondo e, ciò che è peggio, ha mistificato l’esercizio della democrazia”.
In che senso? Uscire dalla Ue fu comunque una scelta degli elettori britannici.
“Non è stata una scelta pienamente democratica. Si trattava di un referendum consultivo e la parola Brexit, in sé, non voleva dire niente. Uscire da cosa? C’erano decine di possibili traduzioni concrete. La Norvegia, per esempio, non è nella Ue ma sta nel mercato unico europeo. Usare il referendum, passato peraltro a voto strettissimo, per portare la Gran Bretagna fuori da tutto è stata una forzatura politica”.
All’epoca anche un pezzo importante della destra italiana, compresi Matteo Salvini e Giorgia Meloni, cullava la suggestione di un’uscita dall’Europa o almeno dall’euro.
“Certo, non dimentico che, sull’onda di quel referendum, nacquero anche i movimenti Italexit, Frexit e via dicendo. Il brand, è inutile negarlo, funzionava, ma quando la democrazia si fa portare via il mestiere dalla comunicazione, è la fine della politica. Nel mio Rapporto sul mercato unico europeo, indico nella Brexit anche la causa principale della mancata integrazione dei mercati. Ha tolto di mezzo la capitale finanziaria del continente, la parte che avrebbe potuto trainare il processo. Gli unici a godere di questo suicidio sono stati i cinesi e Wall Street, che negli ultimi dieci anni è diventata immensamente più potente grazie al tracollo della finanza europea”.
Deluso dal fatto che Starmer abbia escluso un ritorno nella Ue?
“Non penso che ci possa essere un nuovo ingresso. Non è fattibile, troppo complicato, tornare indietro non si può. Resta invece aperto il discorso su come rilanciare alcuni dossier. Si parta dalla Difesa per riaprire un ragionamento comune. Che la Ue e il Regno unito si debbano guardare in cagnesco, come se Londra fosse una capitale nemica, è una cosa assurda. Questo è anche un interesse italiano fortissimo, vista la lunga storia di collaborazione nell’industria della difesa”.
L’importanza delle tornate elettorali internazionali di questi mesi può rilanciare il valore della democrazia minato da disaffezione e astensionismo?
“Ero a Parigi quando ci fu la Brexit e avevo tanti studenti inglesi, molti piangevano sia per il risultato sia perché non erano tornati a votare. Non avevano colto che quel voto avrebbe potuto determinare i loro stessi destini. La sacralità del voto, in queste circostanze, risalta ancora di più”.
Arriva da Londra una lezione anche per la sinistra italiana alle prese con le sue annose divisioni e gli infiniti dibattiti tra svolta a sinistra e corsa al centro?
“Alt. Fermiamo subito la tentazione stucchevole di usare pure queste elezioni per aprire un dibattito sul modello Starmer, che prenderebbe il posto del modello Tsipras, che aveva preso il posto del modello Zapatero, e del modello Blair e di un’altra mezza dozzina di modelli presi in prestito sull’onda elettorale del momento. Questa è una vittoria dei laburisti inglesi. Non mi infilo neanche per idea in un tipo di dibattito che ha già fatto fin troppi danni. Diciamo che è ora che la sinistra italiana pensi a sé stessa e a trovare da sola una propria strada, come sta facendo”.
Jeremy Corbyn, il predecessore di Starmer che aveva spostato molto a sinistra il Labour e perse rovinosamente le elezioni, è stato considerato un faro da molti in Italia.
“Corbyn porta la grande responabilità di essersi posizionato a favore della Brexit, senza alcuna forma di intelligenza nell’approccio alla questione. La sua gestione, da questo punto di vista, è stata un disastro totale”.
Resta il tema delle sbandate populiste o rossobrune di pezzi di sinistra, o presunta tale, e di come conciliare politicamente ed elettoralmente le due sinistre che convivono, spesso litigando, in molti Paesi europei.
“Un tema che non è nuovo. Francois Mitterand e Romano Prodi facevano il pieno di voti anche a sinistra perché riuscivano a incanalare tutto e tutti dentro pulsioni costruttive”.