I cattolici orfani del Centro: “Per battere rabbia e paure la politica torni ad ascoltarci”
dal nostro inviato Iacopo ScaramuzziTRIESTE – Ci volevano i rivolgimenti della storia, e lo zampino di papa Francesco, per vedere Santa Romana Chiesa farsi baluardo della democrazia contro la minaccia delle destre e farlo, ironia della sorte, tra i palazzi signorili e le piazze asburgiche di Trieste. Qui si svolge la cinquantesima settimana sociale dei cattolici, appuntamento che va avanti fin dal 1927, quando era in vigore il non expedit papale alla partecipazione dei fedeli alla politica italiana. Il tema di quest’anno, partecipazione e democrazia, è stato scelto un paio di anni fa, ma il calendario ha voluto che cadesse quando al governo c’è Giorgia Meloni, in Francia e Germania avanza la destra, e alla Casa Bianca si riaffaccia lo spettro di Trump. «Al cuore della democrazia», il titolo della kermesse, suona allora come il desiderio di esorcizzare un rischio.
“Mattarella uno di noi”
La partecipazione di Sergio Mattarella ha risvegliato l’orgoglio cattodem. Lui sembrava a casa, gli oltre mille delegati — un terzo gio…
TRIESTE – Ci volevano i rivolgimenti della storia, e lo zampino di papa Francesco, per vedere Santa Romana Chiesa farsi baluardo della democrazia contro la minaccia delle destre e farlo, ironia della sorte, tra i palazzi signorili e le piazze asburgiche di Trieste. Qui si svolge la cinquantesima settimana sociale dei cattolici, appuntamento che va avanti fin dal 1927, quando era in vigore il non expedit papale alla partecipazione dei fedeli alla politica italiana. Il tema di quest’anno, partecipazione e democrazia, è stato scelto un paio di anni fa, ma il calendario ha voluto che cadesse quando al governo c’è Giorgia Meloni, in Francia e Germania avanza la destra, e alla Casa Bianca si riaffaccia lo spettro di Trump. «Al cuore della democrazia», il titolo della kermesse, suona allora come il desiderio di esorcizzare un rischio.
“Mattarella uno di noi”
La partecipazione di Sergio Mattarella ha risvegliato l’orgoglio cattodem. Lui sembrava a casa, gli oltre mille delegati — un terzo giovani, un terzo donne — lo hanno accolto come uno di loro. «È stato bravissimo perché si è messo dentro la storia delle settimane sociali», commenta il vescovo di Trieste Enrico Trevisi, «e ci ha aiutato a riconoscere come i cattolici devono portare avanti questa storia radicata nei principi della dottrina sociale della Chiesa: bene comune, giustizia, solidarietà, sussidiarietà, libertà, democrazia».
In tonaca sul lungomare
I cattolici, beninteso, sono tutt’altro che un monolite. A Trieste non mancano associazioni, movimenti, singoli delegati più conservatori. Cappello parasole blu, don Andrea Padovan cammina sul lungomare in tonaca lunga: «Ho letto con gusto su alcuni giornali che questa settimana sociale sarebbe una riunione di sinistrorsi», sorride, «ma noi non ci dobbiamo occupare di politica becera, bensì di applicare valori eterni».
Una Chiesa di minoranza
Tra i fedeli, come tra i vescovi, c’è chi vota a destra e chi vota a sinistra. L’imbarazzo, semmai, è che sepolta la Democrazia cristiana molti cattolici si sentono ospiti, non di rado poco ascoltati, di altri partiti. Quanto al Governo Meloni ha fatto due riforme, premierato e autonomia differenziata, che hanno suscitato le critiche acuminate dei vescovi. L’arcivescovo di Cosenza Gianni Checchinato ha bollato l’autonomia come «secessione dei ricchi». «L’appartenenza alla Chiesa di Dio non è sbandierare simboli e tradizioni, che magari non sono neanche così antiche, ma condividere la logica del Vangelo», dice in una pausa dei lavori: «Lì dove viene promosso il primo della classe e agli ultimi della classe si dice “arrangiatevi”, quella non è logica del Vangelo. E noi non non possiamo tacere. Consapevoli che ormai», aggiunge, «siamo minoranza. Ma anche gli apostoli erano dodici e hanno evangelizzato il mondo…».
Cattive risposte e domande vere
È la prospettiva di Trieste. In undici anni di pontificato Bergoglio, che chiude la manifestazione domenica mattina, ha posto con insistenza l’accento sui temi sociali. Percorrendo l’Italia in lungo e in largo il cardinale Matteo Zuppi, da parte sua, sta mettendo in rete tante realtà più o meno piccole del cattolicesimo di base. Le pulsioni nazionaliste, sovraniste, razziste sono quanto di più lontano da questa Chiesa, che però anziché demonizzare vuole superare le polarizzazioni. «Papa Francesco parla spesso della globalizzazione dell’indifferenza», dice Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione cattolica: «La Chiesa, come la politica, dovrebbero fare grande attenzione alla solitudine delle persone, all’esclusione sociale, alla marginalità, alla povertà, anche quella di un ceto medio che si sente un po’ abbandonato: tutti sentimenti che rappresentano il brodo di cultura di sentimenti di rabbia, paura e chiusura. Un mondo che ha accelerato alcuni processi, puntando sui meccanismi finanziari», dice l’economista siciliano, «ha creato grandi disuguaglianze. E questo non può lasciarci indifferenti».
La riunione dei 50 amministratori
Che da queste idee nasca una diversa presenza dei cattolici in politica è da vedere. La settimana sociale di Trieste, però, è diversa. Le associazioni e i movimenti cattolici hanno siglato, all’avvicinarsi dell’appuntamento, un documento congiunto per la pace, superando, caso più unico che raro, antiche gelosie e idiosincrasie. E un altro documento, dal taglio politico, potrebbe vedere la luce nelle giornate di Trieste. Oggi — altra novità non scontata — cinquanta amministratori locali che partecipano alla kermesse triestina si sono dati appuntamento per una riunione.
Un’organizzazione diffusa
Ma è la stessa modalità diffusa ad essere diversa dal passato. Anziché un convegno a porte chiuse, con una lunga serie di interventi di prelati e intellettuali, quella di Trieste è stata organizzata — tra il malumore di più di un vescovo — in parte (piccola) al centro congressi e in parte (grande) con dibattiti, spettacoli, stand sparsi tra le vie e le piazze di Trieste. Federica Romano è volontaria della fondazione Don Mario Operti, realtà della diocesi di Torino che aiuta migranti e persone fragili a trovare casa e lavoro, sfidando diffidenze e pregiudizi. «Secondo me alcune opinioni, alcuni slogan populisti, sono dettati dall’ignoranza», dice, «ma quando si ha una conoscenza più approfondita, si capiscono le culture, si fa conoscenza concreta delle persone, in pratica si cambia atteggiamento»