Diritti sociali, sicurezza patriottismo e princìpi: la formula vincente dei progressisti inglesi
di Enrico FranceschiniLONDRA — La formula vincente del Labour di Keir Starmer è il risultato di un lavoro durato cinque anni, dall’indomani della batosta subita dal suo predecessore Jeremy Corbyn alle elezioni del 2019. Si compone di tre parti. La prima sono i diritti sociali da difendere e ampliare: nel campo del lavoro, della sanità, dell’istruzione e dell’assistenza. In una parola, l’impegno a battersi per il welfare state, colpito dai tagli dell’austerity in 14 anni di governi conservatori, fondato da un altro premier laburista, Clement Attlee, dopo la Seconda guerra mondiale, quando il Regno Unito uscì in miseria dalla vittoria sul nazismo.
Il secondo elemento è la sicurezza nazionale: la decisione di schierarsi risolutamente con l’Occidente per proteggere le democrazie liberali nello scontro con le autocrazie. Non a caso, l’unico punto di intesa fra Starmer leader dell’opposizione e Rishi Sunak premier conservatore era proprio il sostegno all’Ucraina davanti all’invasione russa. Una posizione pi…
LONDRA — La formula vincente del Labour di Keir Starmer è il risultato di un lavoro durato cinque anni, dall’indomani della batosta subita dal suo predecessore Jeremy Corbyn alle elezioni del 2019. Si compone di tre parti. La prima sono i diritti sociali da difendere e ampliare: nel campo del lavoro, della sanità, dell’istruzione e dell’assistenza. In una parola, l’impegno a battersi per il welfare state, colpito dai tagli dell’austerity in 14 anni di governi conservatori, fondato da un altro premier laburista, Clement Attlee, dopo la Seconda guerra mondiale, quando il Regno Unito uscì in miseria dalla vittoria sul nazismo.
Il secondo elemento è la sicurezza nazionale: la decisione di schierarsi risolutamente con l’Occidente per proteggere le democrazie liberali nello scontro con le autocrazie. Non a caso, l’unico punto di intesa fra Starmer leader dell’opposizione e Rishi Sunak premier conservatore era proprio il sostegno all’Ucraina davanti all’invasione russa. Una posizione più netta di quella di Corbyn, che era prigioniero di un antiamericanismo ideologico e considerava la Nato un aggressore espansionista. Come corollario della sicurezza nazionale, Starmer ha abbracciato il patriottismo, molto sentito dai ceti popolari britannici, che hanno grande rispetto per le forze armate, e che invece Corbyn confondeva con il nazionalismo: anche questo è servito a recuperare voti nella Red Belt, l’ex-cintura industriale del nord-est dell’Inghilterra. E in parallelo Starmer ha espresso rispetto per la monarchia come simbolo identitario, mentre Corbyn rifiutava perfino di cantare in pubblico “Dio salvi la Regina” (ora il Re), le parole dell’inno nazionale.
La terza componente è la battaglia sui principi, a cominciare dalla condanna dell’antisemitismo, che Corbyn aveva tollerato o a cui aveva più o meno consapevolmente contribuito: l’atteggiamento che è stato alla base della sua espulsione del partito. Cresciuto nella classe operaia, avvocato dei diritti umani, procuratore capo d’Inghilterra al lavoro insieme alle forze dell’ordine, Keir Starmer è la somma di questi tre fattori, con i quali ha fatto del Labour un moderno partito progressista capace di prendere voti pure al centro; che rigetta il vecchio “tassa e spendi” socialista ma vuole creare “ricchezza per tutti”; né blairiano né antiblariano, perché il futuro non si scrive con le etichette del passato.