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Monsignor Castellucci: “La Chiesa è neutrale ma critica le riforme del governo. Attenti a sfilacciare la democrazia”

Il vicepresidente della Cei per il Nord: “Il premierato? Evitiamo l’uomo forte al potere. I dubbi sull’Autonomia non vengono solo dal Sud”. E sul sinodo: "Alla Chiesa italiana serve una dieta. Coinvolgere di più i laici, i consigli pastorali non possono essere solo consultivi"
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TRIESTE – Bisogna “evitare l’uomo forte al potere”. E scongiurare che “chi ha meno risorse e possibilità già adesso ne abbia ancora meno”. Monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena – Nonantola – Carpi, è vicepresidente della Conferenza episcopale italiana per il nord e presidente del comitato nazionale del Cammino sinodale. Da Trieste, dove partecipa alla settimana sociale dei cattolici, spiega i motivi di preoccupazione che la Cei nutre per le riforme del premierato e dell’autonomia differenziata, e mette in guardia dal rischio di “sfilacciare la democrazia”.

I cattolici vogliono tornare in politica?

“I cattolici devono tornare in politica: non c’è l’idea di ricostituire un partito cattolico, i tentativi che sono stati fatti sono finiti in una bolla di sapone. C’è però il desiderio di portare nella politica, cioè nel lavoro per il bene comune, l’apporto che viene dalla nostra fede. I grandi principi della dignità della persona umana, della sussidiarietà e della solidarietà, a…

TRIESTE – Bisogna “evitare l’uomo forte al potere”. E scongiurare che “chi ha meno risorse e possibilità già adesso ne abbia ancora meno”. Monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena – Nonantola – Carpi, è vicepresidente della Conferenza episcopale italiana per il nord e presidente del comitato nazionale del Cammino sinodale. Da Trieste, dove partecipa alla settimana sociale dei cattolici, spiega i motivi di preoccupazione che la Cei nutre per le riforme del premierato e dell’autonomia differenziata, e mette in guardia dal rischio di “sfilacciare la democrazia”.

I cattolici vogliono tornare in politica?

“I cattolici devono tornare in politica: non c’è l’idea di ricostituire un partito cattolico, i tentativi che sono stati fatti sono finiti in una bolla di sapone. C’è però il desiderio di portare nella politica, cioè nel lavoro per il bene comune, l’apporto che viene dalla nostra fede. I grandi principi della dignità della persona umana, della sussidiarietà e della solidarietà, acquisiti anche al di là della Chiesa, hanno però nella tradizione cattolica fondamenti, tradizioni e anche prassi importanti. C’è il desiderio dei cattolici di incidere nella politica”.

Con il discorso di apertura il presidente Mattarella è sembrato ridare un certo orgoglio al filone del cattolicesimo democratico

“Certamente il presidente Mattarella è un riferimento per la sua rettitudine, la sua formazione e la sua serietà. Mi pare sia riconosciuto da tutti ma naturalmente è un orgoglio reciproco pensare di avere un presidente così, cattolico e cattolico democratico. C’è stata una grandissima sintonia tra il discorso del presidente e il discorso del cardinale Zuppi nel valorizzare la democrazia come processo: uno dei problemi che ha caratterizzato purtroppo la storia del Novecento è quello di sfilacciare la democrazia, lasciare che perda dei pezzi, pensando che sia una struttura che una volta acquisita non crolli più, e invece, lo abbiamo visto col fascismo e col nazismo, il desiderio dell’uomo forte al potere, il calo di partecipazione, il pressapochismo propagandistico hanno pian piano portato via sangue alla democrazia, non erano aspetti ornamentali. Questo è importante richiamarlo sempre”.

La riforma del premierato vi preoccupa?

“Come Chiesa italiana partecipiamo al dibattito pubblico come uno dei soggetti, senza la pretesa di essere direttivi, e teniamo d’occhio le leggi che vengono fatte, sia a livello centrale sia anche a livello locale, come è successo, su tutt’altro campo, in merito alle normative regionali sul fine vita. Quando interveniamo c’è sempre chi dice che sono invasioni di campo, ma quando si toccano dei valori è necessario dare un’opinione. Sul premierato c’è un po’ di attenzione perché si vorrebbe evitare una eccessiva sottolineatura del leader, che a volte coagula e quasi assorbe speranze, progetti, attese che dovrebbero invece essere maturate da una comunità. Si vuole evitare l’uomo forte al potere”.

Anche sull’autonomia differenziata vi siete espressi con una critica netta

“Non si contesta il concetto, che è in Costituzione, ma si vuole porre l’attenzione sul fatto che è necessario sempre tenere in equilibrio i due principi della sussidiarietà e della solidarietà, per evitare da una parte un assistenzialismo che favorisce la mancanza di iniziativa, dall’altra però un efficientismo che premia chi già ha gli strumenti. Bisognerebbe evitare, come dice la nota che la Cei ha approvato nelle scorse settimane, che chi ha meno risorse e possibilità già adesso ne abbia ancora meno, soprattutto nel campo della sanità che è una delle competenze maggiori delle regioni. Sappiamo come spesso il Sud si trovi svantaggiato. Questa è la preoccupazione dei vescovi, sia del sud che del nord: la nota è stata condivisa da tutti”.

Qui a Trieste Zuppi è tornato ad auspicare una riforma della legge elettorale per “avvicinare le persone al gusto del bene comune”: l’astensionismo dipende dalla norma attuale?

“E’ un’ipotesi plausibile che bisognerebbe verificare con le statistiche, ma penso che ci siano leggi elettorali che favoriscono di più la partecipazione, soprattutto quando c’è la possibilità di conoscere e valutare non tanto le sigle ma i candidati. Non saprei dare una valutazione tecnica, ma certamente il fenomeno dell’astensionismo va studiato perché è uno degli indicatori della salute della democrazia. E direi che è patologico che alle ultime elezioni meno della metà degli italiani siano andati a votare. Io sono cresciuto in una famiglia di cultura socialista, votare era considerato un dovere, oltre che un diritto: non andare a votare richiedeva motivazioni molto solide in casa. Se si perde la partecipazione si perde la colonna vertebrale della democrazia. Non so chi, in queste condizioni, possa dire: “Abbiamo vinto””.

Faccio l’avvocato del diavolo: qualcuno dice che adesso i vescovi si occupano di premierato, autonomia e legge elettorale e non di bioetica…

“Ci si occupa anche di bioetica, basta vedere gli interventi degli episcopati del Triveneto, della Lombardia, dell’Emilia Romagna quando è emersa la questione del fine vita. La Chiesa non è né di destra né di sinistra, ma sul principio della dignità umana cerca di intervenire per svegliare le coscienze laddove rischiano di assopirsi”.

La Cei non è all’opposizione di questo governo?

“Come sempre ci sono elementi che vengono apprezzati e elementi sui quali si metta in guardia, ma è stato così anche con gli altri governi. Non è che con governi di sinistra la Cei abbia taciuto: l’accordo con la Libia fatto dal ministro Minniti e da un governo di sinistra è stato molto criticato dalla Cei. Non si critica un governo perché è di destra o di sinistra, si cerca di essere attenti a come il governo si muove e poi si interviene, come cittadini”.

Guardando oltre l’Italia: in Francia avanza Marine Le Pen, in Germania Alternative fuer Deutschland, negli Stati Uniti si riaffaccia l’ipotesi di Trump alla Casa Bianca, un’onda di nazionalismi, sovranismi e populismi che esprimono anche un malessere di pezzi di società che si sentono escludi, manifestato però con rabbia e paure

“Mi sembra che viviamo un accumulo di crisi: siamo ancora nell’onda della crisi economica, siamo dentro la crisi climatica, dentro quella migratoria, ci sono ancora colpi di coda della crisi pandemica, se non altro a livello di paure che sono entrate nel cuore delle persone, siamo in una evidente crisi geopolitica, con tanti focolai di guerra: tutte crisi che si assommano alle crisi personali e sociali sempre presenti. E che fanno crescere la paura, la propensione ad aggrapparsi a qualcosa che può sembrare solido, mentre una democrazia partecipativa sembra comportare una serie di mediazioni che non risolvono nell’immediato le crisi. Ci sono dunque motivi oggettivi: ma quando le paure vengono alimentate ad arte, lì ci sono dei calcoli, e si arriva facilmente alla deriva attuale dei sovranismi”.

E’ dura a morire nell’opinione pubblica l’idea che i cattolici non siano per forza al centro: eppure papa Francesco, che oggi chiude la settimana sociale, ha mostrato ampiamente che la fede cristiana più che moderazione comporta radicalità evangelica

“Quando a me capita in un dibattito di affermare sia la dignità della vita umana dal concepimento sia la dignità della vita dei migranti mi dicono: sei democristiano, vuoi tenere insieme tutto! Ma io penso che la radicalità sia proprio questo: non è prendere una parte sola ma assumere integralmente l’affermazione della dignità della persona e tutto quello che ne consegue. Principi che possono essere in tensione tra loro perché magari portati avanti da gruppi politici opposti per la Chiesa sono lo stesso principio. Come disse una volta il cardinale Bassetti, la Chiesa afferma sia il valore della vita nel grembo sia quello della vita nel barcone e non vede in questo una contraddizione. Se nelle nostre diocesi i cattolici tra loro non riescono a dialogare, i cattolici della vita che ce l’hanno con quelli della pace, quelli che difendono il creato ce l’hanno con quelli che difendono la famiglia, c’è qualcosa che non funziona. La radicalità cristiana è assumere il principio della dignità umana e portarlo fino in fondo. Credo che una delle misure della profezia della Chiesa, in particolare di papa Francesco, sia una certa impopolarità: quando si prende posizioni non ci si può attendere di essere applauditi: magari in un momento ti applaude una parte, in un momento l’altra, ma questa non deve essere una preoccupazione”.

A proposito di democrazia e partecipazione, tema della Settimana sociale di Trieste, come va la partecipazione sinodale all’interno della Chiesa?

“Si sta arrivando al dunque sia nel sinodo universale, che ad ottobre svolgerà la sua assemblea, sia nel cammino sinodale italiano, che vivrà due assemblee, a novembre e ad aprile prossimi. Mi sembra che ci siano attese buone e alcuni nodi da affrontare, sui quali poi il Papa stesso dovrà intervenire, per esempio la questione femminile nella Chiesa, la relazione con le persone che vivono situazioni di ferite famigliari e personali, il grande tema delle povertà che a volte si affronta in maniera emergenziale più che progettuale, e poi l’annoso tema della corresponsabilità dei laici nella guida delle comunità cristiane, parrocchie e diocesi. Ci sono organismi di partecipazione come i consigli pastorali che non possono essere solo consultivi. Questi sono i nodi che stanno emergendo. C’è una consapevolezza comune che alla Chiesa italiana serve uno snellimento, una dieta: abbiamo tante strutture, strutture materiali, che sono state e in buona parte ancora sono un aiuto per le persone ma in parte vanno ripensate, forse alienate o comunque riconvertite, ma anche strutture burocratiche, amministrative, pastorali, mentali. Non basta dire “si è sempre fatto così”. Penso che su questi come su altri esempi dobbiamo arrivare a qualche orientamento e decisione”.

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