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Rai, i dubbi di Meloni sul fedelissimo dg Rossi, travolto dai disastri dei “Fratelli”

Giampaolo Rossi

 (ansa)
Frenata della premier sulla nomina ad Ad di Viale Mazzini: “Che state a fa?”. Fazzolari e Arianna fanno scudo ai dirigenti nella bufera
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È l’indiscrezione che a Palazzo Chigi non avrebbero mai voluto leggere: se dopo Fazio, Amadeus, Berlinguer e Annunziata pure Fiorello trasmigrerà altrove, la disfatta del servizio pubblico sarà competa. Una batosta tale da far venire voglia, stavolta per davvero, di ribaltare il tavolo: ripensare ad assetti stabiliti da tempo, ma ormai indifendibili alla luce dei pasticci rosolati alla fiamma di Viale Mazzini.

Si racconta difatti che Giorgia Meloni sia molto infastidita, non più così convinta di affidare il timone al predestinato: quel Giampaolo Rossi — intellettuale organico alla destra ora di governo, allevato come lei nella grotta missina di Colle Oppio — che ha sempre sognato l’incoronazione a capo supremo della tv di Stato e da oltre un anno aspet…

È l’indiscrezione che a Palazzo Chigi non avrebbero mai voluto leggere: se dopo Fazio, Amadeus, Berlinguer e Annunziata pure Fiorello trasmigrerà altrove, la disfatta del servizio pubblico sarà competa. Una batosta tale da far venire voglia, stavolta per davvero, di ribaltare il tavolo: ripensare ad assetti stabiliti da tempo, ma ormai indifendibili alla luce dei pasticci rosolati alla fiamma di Viale Mazzini.

Si racconta difatti che Giorgia Meloni sia molto infastidita, non più così convinta di affidare il timone al predestinato: quel Giampaolo Rossi — intellettuale organico alla destra ora di governo, allevato come lei nella grotta missina di Colle Oppio — che ha sempre sognato l’incoronazione a capo supremo della tv di Stato e da oltre un anno aspetta l’ascensore per salire al piano dell’ad. Insistono, i bene informati, che non sia un caso se l’elezione dei quattro consiglieri Rai di nomina parlamentare non sia stata ancora inserita nel calendario d’aula, a dispetto di un Cda scaduto già da un mese e mezzo: l’ingorgo di decreti e fiducie usato come pretesto per rinviare la designazione dei nuovi vertici. Riassumibile nel brutale «ma che state a fa’?» rivolto a cena, una decina di giorni fa, dalla premier al direttore generale.

Certo, pure Salvini ci sta mettendo del suo: la guerriglia contro il patto siglato da FdI e FI per spartirsi le poltrone più pregiate — amministratore delegato e presidente, a cui punta anche la Lega — di sicuro non aiuta. Ma chi è vicino al dossier assicura che il vero motivo dello stallo sia in realtà ascrivibile al vento gelido che spira dal cuore dell’esecutivo sui fedelissimi piazzati in vetta per smontare l’egemonia della sinistra e invece rimasti impantanati in una sequela imbarazzante di flop e figuracce. In cui, per sovrappiù, è stata spesso coinvolta la presidente del Consiglio in persona, costretta a metterci la faccia per rimediare agli errori dei suoi. Per giunta titolari di un altro primato al contrario: farsi superare negli ascolti da Mediaset, la principale concorrente, come mai era accaduto nella storia catodica del Paese.

È questa la colpa capitale attribuita Rossi, detto “il profeta”: aver assegnato le caselle strategiche dell’azienda a una pletora di “fratelli”, selezionati in base all’affiliazione partitica e a sodalizi personali, anziché alle effettive capacità manageriali. Seconde file catapultate in posti di comando senza averne la competenza. Che ora rischiano di affondarlo. Pregiudicandone la fama di grande esperto dei media.

«È un allenatore di serie B che si è ritrovato a giocare in Champions League», dicono ora di lui nei corridoi di Viale Mazzini, subodorandone il declino. Convinto di guidare una squadra di fuoriclasse che si è invece rivelata una squadraccia. Capitano, il direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, salito sul palco di Atreju per rivendicare la sua appartenenza, ideatore del talk del martedì sera affidato a Nunzia De Girolamo e chiuso per mancanza di share, censore del monologo antifascista di Antonio Scurati, che ci ha procurato una magra internazionale. E tuttavia inamovibile. A Rossi a un certo punto era pure venuta la tentazione di spostarlo, ma Corsini è andato da Arianna Meloni, la sorella, e si è fatto blindare.

Sulla fascia, ecco invece il direttore del Day Time Angelo Mellone, portato in Rai da Gianfranco Fini, che si dice in azienda non ci sia mai, è sempre in giro con i suoi spettacoli di prosa e di poesia, promotore di programmi che sono gigantesche sagre di paese: «Vogliamo raccontare l’Italia provinciale, dei dialetti e delle tradizioni», il motto che ne tradisce la matrice. Centravanti, l’ineffabile direttore di Rainews Paolo Petrecca, quello della mancata copertura delle elezioni francesi per trasmettere il Festival delle Città identitarie, ieri “sfiduciato” dalla maggioranza dei suoi redattori. Senza dimenticare il miracolo dei fischi trasformati in applausi per il ministro Sangiuliano. E altre varie amenità. «Con questi non vinceremo mai» disse Nanni Moretti dei leader di sinistra. Ma il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari non vuol sentire ragioni: «Rossi non si tocca», avrebbe ribadito ieri. Anche perché, la sconsolata constatazione, «non abbiamo alternative».

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