Hanno tutti ragione / Meglio i lapsus che Trump. Forse è ancora Joe Biden il candidato che ha più possibilità di batterlo
di Stefano CappelliniQuesto è il numero di venerdì 12 luglio 2024 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui.
Joe Biden va sostituito o resta il candidato con maggiori possibilità di battere Donald Trump? Dopo il famigerato duello televisivo con Trump in cui Biden è inciampato più volte sulle sue afasie e amnesie da anziano, il fronte di chi chiede al presidente degli Stati uniti di abbandonare la corsa è cresciuto tanto. La spinta è mediatica – il giorno dopo la disfatta televisiva il New York Times ha pubblicato ben tre commenti per caldeggiare il cambio di candidato; è politica – sono ormai più di una dozzina i deputati dem al Congresso che hanno pubblicamente chiesto a Biden di ritirarsi; ed è sociale – l'appello di George Clooney, vecchio militante vicinissimo al clan Obama, è l'esempio più noto.
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Joe Biden va sostituito o resta il candidato con maggiori possibilità di battere Donald Trump? Dopo il famigerato duello televisivo con Trump in cui Biden è inciampato più volte sulle sue afasie e amnesie da anziano, il fronte di chi chiede al presidente degli Stati uniti di abbandonare la corsa è cresciuto tanto. La spinta è mediatica – il giorno dopo la disfatta televisiva il New York Times ha pubblicato ben tre commenti per caldeggiare il cambio di candidato; è politica – sono ormai più di una dozzina i deputati dem al Congresso che hanno pubblicamente chiesto a Biden di ritirarsi; ed è sociale – l'appello di George Clooney, vecchio militante vicinissimo al clan Obama, è l'esempio più noto.
Confesso di avere molti dubbi sul cambio di candidato e su questa crescente pressione su Biden affinché si ritiri. Capisco bene le ragioni di chi vorrebbe da lui un passo indietro: è un uomo di 81 anni e, a differenza di alcuni suoi coetanei, li dimostra tutti. È evidente da tempo che non è nel pieno delle sue forze né fisiche né mentali. Non solo, a Biden può essere imputato il torto di aver costruito tutto il tragitto della sua presidenza per soffocare la possibilità di una successione dopo il primo mandato. Se oggi non c'è un piano B, non è per un accidente del destino. Tuttavia questo è il quadro, comunque ci si sia arrivati, e la domanda cui rispondere è: siamo sicuri che altri candidati abbiano più chance? Una risposta certa non esiste, temo. Intanto, però, si può rispondere a quest'altra domanda: Biden è ancora capace – intendo clinicamente – di affrontare una campagna elettorale? La conferenza stampa che ha tenuto dopo il vertice Nato suggerisce una risposta positiva. Certo, si è reso protagonista di due lapsus: ha chiamato Zelensky president Putin e ha citato Kamala Harris come vicepresident Trump. È successo, e probabilmente riaccadrà, come a tutti gli anziani. Ma in nessun momento dell’ora abbondante di conferenza stampa, affrontata a braccio davanti a giornalisti di diverse nazionalità, Biden ha dato l’impressione di non essere presente a sé stesso. Ogni tanto il suo eloquio perde scorrevolezza, ma il presidente ha dimostrato di non essere in bambola, tutt’altro. I passaggi sulla politica estera, dall’Ucraina al Medio Oriente, sono stati chiari e condivisibili, senza contare il fatto che il suo avversario nella corsa alla presidenza faticherebbe a indicare sul mappamondo la metà dei Paesi che Biden ha citato.
Certo un candidato più giovane e pimpante non incorrerebbe nei suoi frequenti inciampi, però nessuna malattia neurologica o inconveniente clinico impedisce a Biden di restare in corsa. Questo è quello che racconta la sua conferenza stampa. Nella quale, peraltro, il presidente ha detto due cose molto importanti in vista della convention democratica. La prima è stata rispondendo a una domanda su cosa sia cambiato rispetto a una sua vecchia dichiarazione di intenti, quella di voler essere un tramite la vecchia e la nuova generazione di leader democratici. “È cambiata la gravità della situazione che ho ereditato”, ha risposto, difficile dargli torto, e ha dato a intendere che questa non è una fase adatta alle sperimentazioni, che l’esperienza può ancora giocare un ruolo fondamentale. Non c’è democratico, inteso come amante della democrazia, non del partito, che non guardi con angoscia alla possibilità che Trump ritorni alla Casa Bianca. Ciò di cui è capace Trump lo si è sperimentato nei suoi quattro anni di presidenza, e nella coda simil golpista che li ha chiusi. Con una aggravante: allora non c’erano due guerre in corso come quelle in Ucraina e a Gaza. Le presidenziali americane sono un bivio storico e politico, poche altre volte nella storia una contesa elettorale ha avuto un peso simile. Quindi Biden ha spiegato che non è insensibile all’argomento di chi chiede che a sfidare Trump sia il candidato con maggiori possibilità di successo, e che controlla costantemente i sondaggi, e che si ritirerebbe solo davanti all’incontestabile evidenza che i numeri lo diano per spacciato. “Ma finora non è mai successo”, ha aggiunto, e anche qui non è possibile dargli torto. Sebbene Trump sia passato avanti nei sondaggi sul voto popolare complessivo e soprattutto nella corsa in alcuni Stati chiave, tutti i principali istituti americani concordano nel considerare la sfida con Trump ancora aperta.
Poi c’è la grana della sostituzione, che si porta appresso due giganteschi ostacoli. Uno è la gestione del cambio in corsa. Biden, come è ormai evidente, non intende farsi da parte. Per dare un'idea della sua determinazione, è sufficiente l'aneddoto che nello staff di Obama si racconta per inquadrare il carattere di Biden. Quando i più stretti collaboratori di Obama lo convocarono per annunciargli che sarebbe stato scelto come vicepresidente, Biden passò l'ora abbondante di colloquio a spiegare loro perché sarebbe stato il miglior candidato possibile. L'uomo è questo, tosto e anche testardo, e sulla leggenda del saper tornare su dopo essere stato giù ha costruito le fondamenta del suo personaggio. Biden sta comprando tempo, sa che ogni giorno che passa rende più improbabile e difficile la sua sostituzione. Una sfiducia formalizzata dai big del Partito democratico, per trasformare la convention in una destituzione di fatto, avrebbe un impatto devastante sulla campagna dem. Senza contare il problema connesso: sostituire Biden con chi? La vicepresidente Kamala Harris è stata forse uno dei pochi punti deboli della presidenza Biden. A giudicare dalle sue performance in questi anni c’è da dubitare che la freschezza anagrafica di Harris la preserverebbe da incidenti nei duelli con Trump e in generale nel rapporto con l’opinione pubblica. Michelle Obama è un sogno irrealizzabile. Al momento non c’è solo un indizio, a cominciare dai sondaggi, che induca a considerare una scelta vincente puntare su uno dei due governatori dem – quello della California Gavin Newsom e quella del Michigan Gretchen Withmer – che al momento sono chiacchierati come possibili sostituti.
Infine, c’è l’aspetto narrativo e psicologico della vicenda. Ogni elezione racconta una storia, e nella patria di Hollywood questo è vero da prima che lo fosse nel resto del mondo. Bisognerebbe farsi un’idea chiara su quale storia potrebbero preferire gli elettori americani che non vogliono Trump alla Casa Bianca. Se quella la cui trama passa per la disillusione di un candidato destituito e dal possibile, ma non certo, entusiasmo per il suo rimpiazzo, o se la trama di un uomo anziano che riesce, forse, magari, non è detto, a trasformare le sue debolezze in un punto di forza e a sfidare Trump lasciando passare un messaggio: ti ho già battuto e posso farlo di nuovo, anche da vecchio, anche non al meglio della forma, perché sono più competente, più onesto, più intelligente, più uomo. Per gli spin doctor di Biden è un'impresa difficilissima: non nascondere le debolezze ma trasformarle in un tratto distintivo della campagna, insufflare nelle coscienze degli americani la tentazione di dimostrare che Trump può perdere proprio da “Rimbabiden”, come lo chiamano i fascistelli mediatici italiani, che un anziano con le sue fragilità vale ancora cento volte più di un avventuriero che non ha bisogno del Gerovital. Non è una scommessa che si può vincere facilmente, ma forse è meno azzardata del salto nel buio di un candidato alternativo. Lo scenario che consentirebbe a Trump di fregiarsi del titolo di rottamatore dei Democratici, come già lo è stato
dei Repubblicani, prima ancora di cominciare la campagna elettorale.