Marilisa D’Amico: “Autonomia e premierato indeboliranno i diritti delle donne, attenzione ad aborto e il tempo pieno”
di Clotilde VeltriMarilisa D’Amico è una costituzionalista che si occupa di diritti delle donne. Ha scritto, tra gli altri, “Una parità ambigua” (Raffaello Cortina) che racconta la divaricazione tra il dettato della Carta e la realtà del Paese. In questa intervista spiega perché, a suo avviso, le riforme del centrodestra sull’Autonomia differenziata e sul Premierato indeboliranno ulteriormente la parità di genere.
Partiamo dall’Autonomia. Già sono noti i dubbi sulle diseguaglianze che il ddl Calderoli porterà con sé. Ma lei sostiene una ricaduta femminile. Perché?
"Premetto che non sono contraria per principio all’Autonomia, sono allieva di Valerio Onida che negli anni ’70 aveva intuito il potenziale delle Regioni per alimentare la democrazia partecipativa dal basso. Ciò detto le modalità con cui è stata realizzata la riforma non sono condivisibili".
Si spieghi meglio.
“Il problema sono i Lep, ovvero i livelli essenziali delle prestazioni, che avrebbero dovuto accompagnare il ddl e sono rimasti nel cas…
Marilisa D’Amico è una costituzionalista che si occupa di diritti delle donne. Ha scritto, tra gli altri, “Una parità ambigua” (Raffaello Cortina) che racconta la divaricazione tra il dettato della Carta e la realtà del Paese. In questa intervista spiega perché, a suo avviso, le riforme del centrodestra sull’Autonomia differenziata e sul Premierato indeboliranno ulteriormente la parità di genere.
Partiamo dall’Autonomia. Già sono noti i dubbi sulle diseguaglianze che il ddl Calderoli porterà con sé. Ma lei sostiene una ricaduta femminile. Perché?
"Premetto che non sono contraria per principio all’Autonomia, sono allieva di Valerio Onida che negli anni ’70 aveva intuito il potenziale delle Regioni per alimentare la democrazia partecipativa dal basso. Ciò detto le modalità con cui è stata realizzata la riforma non sono condivisibili".
Si spieghi meglio.
“Il problema sono i Lep, ovvero i livelli essenziali delle prestazioni, che avrebbero dovuto accompagnare il ddl e sono rimasti nel cassetto. Senza i Lep non verrà garantita l’uniformità dei diritti essenziali tra i diversi territori prevista in Costituzione. Ricordiamo che la riforma assegna alle Regioni il potere legislativo su ben 23 materie molto diverse, dalla sanità all’istruzione”.
Quello che lei descrive è un problema noto, perché sollevare una questione femminile?
"Perché l’Autonomia spalanca le porte a nuovi tentativi di cancellare diritti già acquisiti. L’esempio più significativo è l’aborto. Nel 2007 il governatore lombardo Formigoni tentò di riscrivere, rendendola più restrittiva, la 194 grazie al fatto che la legge conferiva alle Regioni una competenza organizzativa. Tale stravolgimento venne impugnato e alla fine sia il Tar, sia il Consiglio di Stato stabilirono che la 194 è una legge a contenuto costituzionalmente vincolato e quindi devono essere tutelati quei livelli minimi di prestazione che Formigoni voleva cancellare. Domani con l’applicazione dell’Autonomia e in assenza dei Lep, una legge come la 194 potrà essere cambiata a piacere”.
Un altro ambito demandato alle Regioni è l’istruzione.
"Esatto. Se ogni Regione potrà farsi la scuola che vuole, là dove il tasso di occupazione femminile è minore, magari si preferiranno scuole senza il ‘tempo pieno’, privando ancora di più le donne con figli della possibilità di accesso alle professioni”.
Insomma, secondo lei l’Autonomia non farà che alimentare le diseguaglianze già esistenti.
"In Italia le donne hanno i diritti più fragili, non sulla carta – la Costituzione è netta in questo senso - ma la nostra è una parità ancora parziale e perennemente minacciata. E il problema è anche maggiore per quelle di noi che sono più deboli. Penso alle donne con difficoltà economiche, alle straniere, alle donne con disabilità: sono tutte figure che verranno penalizzate dalla riforma”.
Veniamo al Premierato. Sembra un controsenso dire che danneggia le donne visto che l’attuale premier, sponsor della riforma, è una donna.
"Avere una donna a capo del governo non è garanzia di diritti estesi a tutte. Il Premierato così come concepito indebolisce i corpi intermedi fondamentali in una democrazia rappresentativa come la nostra. Consegna nelle mani di un’unica persona governo e parlamento. Quest’ultimo finirà nell’angolo, il presidente della Repubblica verrà esautorato. E tutto questo avrà un riflesso sui diritti delle donne perché si tratta di una riforma rigida”.
In che senso rigida?
"Se la premier – i cui poteri di controllo sulle altre istituzioni saranno elevatissimi - incarnerà un partito conservatore, che non crede nella parità e nelle politiche femminili, avremo inevitabilmente una contrazione di diritti. Verranno meno i contrappesi della nostra democrazia e i garanti ‘esterni’ previsti in Costituzione. Il capo dello Stato, con il tempo e alla luce di una riforma elettorale che ancora manca, sarà espressione della maggioranza politica e anche i cinque giudici da lui nominati. Non voglio essere catastrofista, ma con una norma così rigida rischieremo di avere una Corte costituzionale condizionata politicamente”.
E questo cosa comporterà?
"Oggi in Italia l’uguaglianza non è garantita solo dal legislativo, ma anche dal giudice costituzionale che può farla emergere là dove il parlamento non riesce. Certo, la Corte ha i suoi tempi, tempi spesso lunghi, ma nella storia dei diritti delle donne ha avuto un ruolo cruciale. Il primo esempio che mi viene in mente è quello del cognome materno, una sentenza rivoluzionaria arrivata nel 2022 a sessant’anni dalla prima, del 13 maggio 1960, che aprì i concorsi pubblici – riservati ai soli uomini - alle donne. Se domani avremo una Corte costituzionale non indipendente, anche riforme che il legislativo o il governo non volessero approvare, rimarranno nei cassetti. E secondo lei chi ne farà le spese?”.