Nel settore della Difesa le parole magiche sono sempre nascoste negli acronimi e quello più importante di tutti è DPP, sigla che indica il Documento di Programmazione Pluriennale. La sua presentazione è imminente e nei palazzi romani c’è una gara per accaparrarsi indiscrezioni e bozze: conterrà infatti l’elenco dello shopping bellico approvato dal ministro Guido Crosetto da qui al 2026, una vera cascata di miliardi che supererà ogni primato toccando subito l’1,6 del Pil. Si era previsto che nel 2025 le risorse globali per le forze armate messe a disposizione da tre dicasteri avrebbero raggiunto 31 miliardi, ora non si esclude che sfiorino i 34 miliardi. Solo le tabelle del DPP daranno però la misura esatta della spesa supplementare per potenziare Esercito, Aeronautica e Marina: il metro del riarmo del nostro Paese.
TANK E CACCIA, MA TUTTO HI-TECH. Ci sono programmi epocali, come quello che farà rinascere le brigate corazzate rottamate alla fine della Guerra Fredda: l’obiettivo è schie…
Nel settore della Difesa le parole magiche sono sempre nascoste negli acronimi e quello più importante di tutti è DPP, sigla che indica il Documento di Programmazione Pluriennale. La sua presentazione è imminente e nei palazzi romani c’è una gara per accaparrarsi indiscrezioni e bozze: conterrà infatti l’elenco dello shopping bellico approvato dal ministro Guido Crosetto da qui al 2026, una vera cascata di miliardi che supererà ogni primato toccando subito l’1,6 del Pil. Si era previsto che nel 2025 le risorse globali per le forze armate messe a disposizione da tre dicasteri avrebbero raggiunto 31 miliardi, ora non si esclude che sfiorino i 34 miliardi. Solo le tabelle del DPP daranno però la misura esatta della spesa supplementare per potenziare Esercito, Aeronautica e Marina: il metro del riarmo del nostro Paese.
TANK E CACCIA, MA TUTTO HI-TECH. Ci sono programmi epocali, come quello che farà rinascere le brigate corazzate rottamate alla fine della Guerra Fredda: l’obiettivo è schierare circa 400 tank pesanti, tra Ariete aggiornati e Panther “digitali”, e mille cingolati da combattimento Lynx con un esborso superiore a 23 miliardi. Altri contratti sono entrati in scena all’improvviso, come i 24 caccia Super-Eurofighter ordinati la scorsa settimana: saranno di fatto aerei innovativi, tanto da guidare squadriglie di droni futuribili e lanciare missili cruise a lungo raggio ma il prezzo salirà a sette miliardi. Alcune decisioni prese dal governo di Giuseppe Conte in epoca di pace con l’investimento di una decina di miliardi si sono rivelate tecnicamente lungimiranti: l’acquisto di una decina di velivoli radar e da contromisure elettroniche, diventati ora protagonisti delle battaglie nei cieli. O i quattro sottomarini U212 NFS per vigilare sulle arterie nei fondali e i missili contraerei commissionati sotto Draghi per dare uno scudo alla Penisola che era rimasta priva di protezioni. In pratica, si tratta di mettere in campo gli elementi per affrontare un conflitto su larga scala: una prospettiva dimenticata dalla caduta del Muro di Berlino, che aveva inaugurato una stagione di pace e di tagli alla Difesa: nel 2015 nel bilancio c’erano 8,5 miliardi in meno rispetto a oggi.
METODO POLLICINO. Attenzione però, quella italiana più che una corsa agli armamenti è una marcia piuttosto lenta. L’acquisto dei mezzi corazzati avverrà in 12 anni e prima bisognerà metterli a punto; stessa cosa per gli intercettori Eurofighter o l’antiaerea. Inoltre gran parte di queste iniziative non hanno copertura finanziaria: vengono stanziate manciate di milioni ogni anno, come le briciole di Pollicino, e poi si scrive che il grosso andrà reperito più avanti. E’ una sorta di cambiale di Stato. Intanto parte la progettazione e l’azienda incassa l’ordine: se i fondi non si trovano, allora si prolungano le scadenze e si diluiscono le rate. Con il rischio che il ritardo faccia entrare in servizio sistemi ormai superati dall’evoluzione bellica e tecnologica: nel passato ci sono stati casi clamorosi di autoblindo arrivate ai reparti per venire subito mandate in pensione. L’altro aspetto è l’impossibilità di definire sul lungo periodo quanti miliardi siano destinati agli armamenti: il M5S stima che solo quelli approvati finora dall’esecutivo Meloni inghiottiranno 33 miliardi.
IL TRIPLICE COMPROMESSO. Ogni programma infatti nasce dalla mediazione tra almeno tre esigenze: quella militare, quella economica e quella industriale. Trovare l’equilibrio non è facile. Si tende sempre a privilegiare la progettazione e la costruzione di sistemi made in Italy, in modo da tutelare la crescita tecnologica e l’occupazione: l’azienda leader è Leonardo seguita da Fincantieri, entrambe a controllo statale, che alimentano una filiera di fornitori dinamici. Questo però inevitabilmente fa lievitare i costi e i tempi, perché inventare da zero un aereo o un tank implica esborsi superiori che comprarne all’estero uno già pronto. Quando si trova un buon rapporto tra Stati maggiori, industria e risorse il risultato in genere viene esportato, garantendo ricche commesse e tanti posti di lavoro: è accaduto con il fuoristrada Lince, con le fregate Fremm e con l’elicottero H101. E c’è una novità tutta da decifrare: nell’ultimo mese sembra essere calato il gelo tra il governo e i produttori statunitensi. E’ stato appena cancellata la commessa per le cisterne volanti dalla Boeing mentre l’ordine per i Super-Eurofighter allontana la prospettiva di comprare altri F35 dalla Lockheed. Il capitolo più ambizioso è il fantascientifico caccia di sesta generazione GCAP Tempest, sviluppato alla pari con Gran Bretagna e Giappone: varato dal governo giallo-verde di Conte, sostenuto da Draghi e spinto da Meloni, potrebbe richiedere più di venti miliardi.
FORZA BIFRONTE. Il riarmo italiano deve fare i conti con due scenari principali, evidenziati negli “Indirizzi strategici” appena pubblicati da Crosetto. Da una parte gli impegni Nato, che chiedono di farci carico di un ruolo maggiore nella protezione dell’Europa schierando due brigate corazzate, più aerei e più navi. Dall’altro la tutela dell’interesse nazionale, con la “priorità politica” di creare una potente forza da sbarco autonoma con la nave anfibia Trieste - la più grande del Dopoguerra -, caccia F35B a decollo verticale di Marina e Aeronautica, truppe del San Marco e dei Lagunari, mezzi blindati e cingolati, missili cruise. Questa task force potrà anche giocare un ruolo nelle tensioni dell’Indopacifico, come testimonia la spedizione tra Asia e Oceania del gruppo d’assalto guidato dalla portaerei Cavour. Secondo le direttive del ministro, questa forza d’intervento rapido dovrà essere pronta a agire nel Mediterraneo per otto mesi di fila nel 2025 e dal 2030 arrivare ovunque nel mondo.
PERSONALE E POLIGONI. In realtà l’elenco delle priorità evidenziato da Crosetto è sterminato e imporrebbe stanziamenti siderali. Velivoli antisommergibili, mini sottomarini, droni subacquei, navi cacciamine senza equipaggio, cannoni ruotati, sistemi di contromisure elettroniche, missili a lungo raggio e droni per tutte le forze armate, centrali di monitoraggio spaziali, schermi cyber, cannoni laser, comunicazioni quantistiche. L’urgenza degli Stati maggiori però non sono tanto i mezzi quanto il personale: servono più militari, più giovani e più addestrati. La Marina che sta affrontando una raffica di missioni all’estero e reputa fondamentali 5000 arruolamenti extra per evitare che gli equipaggi restino in mare senza sosta; l’Esercito ne chiede almeno 10 mila per formare i reparti pesanti. C’è poi il problema dei poligoni: quando i 1500 mezzi corazzati saranno pronti, dove si eserciteranno? Oggi i pochi tank e cannoni vanno ogni due anni a sparare in Oman; tra dieci anni serviranno vasti spazi in patria. Un argomento molto più visibile degli stanziamenti, multimiliardari ma diluiti nei decenni, e che per questo mobilita nei territori un’opposizione tenace.