Mosca fa il tifo per il collasso degli Usa: “Biden incita all’odio”
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiC’è un film che viene visto quasi come una profezia dagli analisti del Cremlino: Civil War con Kirsten Dunst. Conferma la loro speranza che, prima o poi, gli Stati Uniti si disintegreranno e la Russia vincerà la Guerra Fredda del 21° secolo. Per molti accoliti del presidente russo Vladimir Putin, l’attentato a Donald Trump è la prova che sono sulla strada giusta. Non stupisce che in tanti a Mosca ora citino la pellicola distopica hollywoodiana. Soltanto il giorno prima il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva profetizzato che, «in un modo o nell’altro, la storia si ripeterà», profilando un crollo dell’Occidente speculare alla caduta dell’Urss che chiuse il precedente confronto tra i blocchi. Ed ecco che ora la prospettiva vagheggiata non sembra più così lontana.
Nei commenti ufficiali, ovviamente, non c’è traccia della recondita speranza, semmai si svela un certo compiacimento. Dopo la rituale «condanna di qualsiasi manifestazione di violenza nel quadro della competizione politi…
C’è un film che viene visto quasi come una profezia dagli analisti del Cremlino: Civil War con Kirsten Dunst. Conferma la loro speranza che, prima o poi, gli Stati Uniti si disintegreranno e la Russia vincerà la Guerra Fredda del 21° secolo. Per molti accoliti del presidente russo Vladimir Putin, l’attentato a Donald Trump è la prova che sono sulla strada giusta. Non stupisce che in tanti a Mosca ora citino la pellicola distopica hollywoodiana. Soltanto il giorno prima il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva profetizzato che, «in un modo o nell’altro, la storia si ripeterà», profilando un crollo dell’Occidente speculare alla caduta dell’Urss che chiuse il precedente confronto tra i blocchi. Ed ecco che ora la prospettiva vagheggiata non sembra più così lontana.
Nei commenti ufficiali, ovviamente, non c’è traccia della recondita speranza, semmai si svela un certo compiacimento. Dopo la rituale «condanna di qualsiasi manifestazione di violenza nel quadro della competizione politica», persino l’irreggimentato Peskov non manca l’occasione per osservare che un simile evento era prevedibile vista «l’atmosfera» creata dall’amministrazione Biden. «Dopo numerosi tentativi di rimuovere il candidato Trump dall’arena politica utilizzando strumenti legali, tribunali, pubblici ministeri, tentativi di discredito politico, era ovvio che la sua vita fosse in pericolo», dice in una conferenza stampa telefonica, aggiungendo tuttavia di non credere che «il tentativo di eliminare Trump sia stato organizzato dall’attuale governo». La portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova invita invece Washington a fare un «inventario» delle sue «politiche di incitamento all’odio» e approfitta dell’attacco per criticare il sostegno americano a Kiev. «Forse sarebbe meglio usare questi soldi per finanziare la polizia americana e altri servizi che dovrebbero garantire la legge e l’ordine?», scrive su Telegram accusando gli Usa di sponsorizzare anche i preparativi di un attentato contro Putin ammessi sabato dal capo dell’intelligence ucraina Kyrylo Budanov. A parlare esplicitamente di un Paese «sull’orlo della guerra civile», è il presidente della Duma Vjacheslav Volodin sostenendo che Trump è finito nel mirino perché, come il premier slovacco Robert Fico scampato a un attentato, «è uno dei pochi politici occidentali a dire di non sponsorizzare azioni militari».
Presentatori tv e blogger danno largo spazio alla «profezia di Tucker Carlson», l’ex giornalista di Fox News vicino a Trump e alla Russia, che già un anno fa e poi il 31 maggio avrebbe ipotizzato un attentato alla vita del tycoon. Smontano la teoria complottista che lo stesso repubblicano sia dietro all’attentato. Per loro non ci sono dubbi: gli spari in Pennsylvania sono «conseguenza diretta del massiccio incitamento all’odio» e dell’«isteria anti-Trump». E se proprio un complotto c’è, il responsabile è il Deep State, lo Stato Profondo. Tentativo fallito, dicono: Trump ne uscirà vincitore, come il Neubityy Kennedy, il “Kennedy non ucciso”. Il politologo Sergej Markov paragona la sua foto col pugno alzato sotto la bandiera a stelle e strisce a quella dei soldati americani a Iwo Jima che ne fa il nuovo «eroe d’America».
Sui social, al solito, non manca chi, come il senatore Sergej Tsekov, sostiene la “traccia ucraina” tanto che sui missili destinati al fronte, i soldati russi scrivono “Per Trump”. O chi, come il miliardario Oleg Deripaska, punta il dito contro i democratici. Si tratta tuttavia di una trascurabile minoranza. In molti semmai credono che Thomas Matthew Crook diventerà il “nuovo Lee Harvey Oswald” e che presto spunteranno prove di suoi fantomatici contatti con i russi. A partire da Markov che prevede una «crescente tensione politica e un altro passo verso la guerra civile negli Stati Uniti. Ma un piccolo passo in un grande cammino». Il traguardo non lo dice, ma lo sottintende: la vittoria di Mosca.