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Paolo Gentiloni: “L’Occidente mai stato così fragile. Necessario un bis di Ursula”

Paolo Gentiloni, commissario europeo per gli affari economici e monetari

 

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Il commissario europeo interviene sulle prossime nomine della Commissione europea anche alla luce dell’attentato a Donald Trump
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Bruxelles - «Un evento drammatico. Per un soffio quell’attentato non è riuscito. Provo angoscia. Perché se in pubblico si nota per la prima volta da tempo uno spirito unitario – “abbassare i toni” – sui social invece è un proliferare di falsità, minacce, linguaggi estremi». Paolo Gentiloni vede nelle conseguenze del tentativo di uccidere Donald Trump un’ulteriore prova di «fragilità» dell’Occidente e delle democrazie. E anche per questo considera fondamentale rieleggere giovedì prossimo Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea. «Il voto di dopodomani – spiega – è il più importante nella storia del Parlamento europeo». Anche perché confermerà che i sovranismi non hanno vinto e resteranno fuori dal centro di comando dell’Unione.

Ma lei non crede che la violenza di Butler sia anche il frutto di quel che è accaduto quattro anni fa con la rivolta dei trumpiani a Washington? Non c’è qualcosa di distorto nel processo democratico se dopo l’attentato, lo stesso Trump invi…

Bruxelles - «Un evento drammatico. Per un soffio quell’attentato non è riuscito. Provo angoscia. Perché se in pubblico si nota per la prima volta da tempo uno spirito unitario – “abbassare i toni” – sui social invece è un proliferare di falsità, minacce, linguaggi estremi». Paolo Gentiloni vede nelle conseguenze del tentativo di uccidere Donald Trump un’ulteriore prova di «fragilità» dell’Occidente e delle democrazie. E anche per questo considera fondamentale rieleggere giovedì prossimo Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea. «Il voto di dopodomani – spiega – è il più importante nella storia del Parlamento europeo». Anche perché confermerà che i sovranismi non hanno vinto e resteranno fuori dal centro di comando dell’Unione.

Ma lei non crede che la violenza di Butler sia anche il frutto di quel che è accaduto quattro anni fa con la rivolta dei trumpiani a Washington? Non c’è qualcosa di distorto nel processo democratico se dopo l’attentato, lo stesso Trump invita i suoi sostenitori a combattere urlando “fight”?

«È soprattutto il frutto di una politica americana sempre più aggressiva e violenta, in un paese pieno di armi. I social media sono stati devastanti in questo, con il rischio di mettere in crisi il sistema Usa».

In crisi il sistema americano o quello occidentale?

«Il mondo non è mai stato così instabile e l’Occidente non è mai stato così fragile e esposto. L’attentato è stato un amplificatore di questa fragilità. Anche per questo serve un Ue forte».

Non sono stati i sovranismi in varie parti dell’Occidente a creare questo clima e acuire questa debolezza?

«Sono contrario a collegare responsabilità politiche a quel che è successo a Butler. Nessuno deve pensare che il tentativo di uccidere Trump sia frutto di questa o quella posizione politica».

E invece cosa serve?

«Una politica basata sulle idee e sul dialogo, non sull’aggressione verbale. Se entriamo nella logica delle reciproche accuse, su chi ha armato la mano dell’attentatore, si alimenta il clima che dobbiamo al contrario combattere. Vale anche per l’Europa, dove da Robert Fico alla Germania, ci sono episodi di violenza politica».

Però soprattutto a destra, ad esempio Salvini, ha usato questo argomento.

«Argomento sbagliato, a destra e a sinistra».

In questo quadro anche l’Ue sembra subire questo clima. Giovedì c’è il voto su Ursula von der Leyen. Va eletta?

«Il voto di giovedì, che era già il voto più importante nella storia del Parlamento europeo, diventa ancora più importante».

Perché il voto più importante nella storia?

«Per il lavoro svolto. Per come sono state affrontate due delle crisi più devastanti dal dopoguerra - la pandemia e la guerra provocata dalla Russia -, per gli eurobond, per come abbiamo cambiato il modello energetico. Dopo questi anni, insomma, Kissinger per parlare con l’Ue saprebbe a chi telefonare».

Scusi ma il bilancio della Commissione di cui lei fa parte che c’entra con l’idea del voto più importante della storia dell’Europarlamento?

«Perchè il ruolo della Commissione non è mai stato così importante. Aggiungo che il confronto politico prima era tra chi voleva rimanere nell’Ue e chi ne voleva uscire. Adesso è tra chi vuole “più Europa” e chi vuole “meno Europa”. Le vicende legate alla maggioranza nel Parlamento europeo in passato erano decisamente meno determinanti. L’attenzione era inferiore».

Non vede pure il rischio che, a causa della fase che viviamo, l’Unione entri in crisi?

«Sono stati compiuti enormi passi avanti nel processo di integrazione in questi cinque anni. Il mondo, però, cambia a velocità maggiore. E se l’Ue si fermasse, allora si rischierebbe una crisi».

Dalla sua descrizione emerge la sensazione che i sovranismi siano stati sconfitti. Le destre in effetti hanno avuto un avanzamento alle ultime elezioni ma non così consistente come hanno cercato di far credere. Alla fine appaiono ininfluenti.

«Un avanzamento significativo c’è stato ma limitato. E’ stata confermata la maggioranza dei tre partiti europeisti. È difficile che un insieme di minoranze aggrappate a contrapposti interessi nazionali possano guidare l’Unione. Per fare un esempio: l’estrema destra olandese ha interessi divergenti rispetto all’estrema destra italiana. Del resto il sovranismo vuole disgregare l’Ue, non guidarla».

Certo, però, un fattore di incertezza permane in Francia. L’instabilità in quel Paese può condizionare il cammino europeo?

«Può condizionarlo. E aggiunto alle difficoltà della coalizione tedesca può indebolire il ruolo tradizionale del motore franco-tedesco».

Quindi per questi motivi Ursula von der Leyen va rieletta?

«Merita il secondo mandato. Per il bilancio positivo di questi cinque anni, per come sono stati affrontati i due “cigni neri” della pandemia e della guerra. La Commissione avrebbe potuto mantenere una linea minimalista, persino in ragione dei trattati che sulla sanità non assegna alcuna competenza all’Ue e per il tabù del debito comune. Invece il ruolo della Commissione si è rafforzato. E poi per la chiarezza con cui Ursula ha confermato il perimetro della sua maggioranza».

Quindi va tenuta fuori tutta la destra dalla maggioranza? Compresa l’Ecr di Giorgia Meloni?

«Von der Leyen è stata chiara nel ribadire che la maggioranza strutturata è fatta da Ppe, Pse e Liberali. Altri apporti sono possibili ma con paletti ben precisi: europeismo, sostegno all’Ucraina e rispetto dello Stato di diritto».

Andando nel concreto: crede che debba chiedere i voti dei Verdi? E quelli di Fratelli d‘Italia?

«Non faccio il suggeritore. Von der Leyen è stata chiara sui confini e i contenuti della sua maggioranza».

Il Pd voterà a favore. Questo voto può essere la piattaforma su cui costruire l’alternativa in Italia?

«Il Pd è la componente maggiore di S&D. Esiste un accordo complessivo che ha portato anche all’elezione del socialista portoghese Costa alla presidenza del consiglio europeo. Non lo declinerei troppo in chiave italiana. In questo contesto globale di incertezza e fragilità serve in primo luogo una Commissione europea forte e stabile».

Lo dice pensando anche all’eventualità che Trump vinca le presidenziali di novembre?

«Senz’altro. Non possiamo ignorare il rischio che in Usa prevalgano posizioni che da un lato ridimensionano l’impegno nell’Alleanza Atlantica e dall’altro rendano ancora più complicata la competizione sotto il profilo commerciale, delle tariffe e dei dazi. Anche Biden ha difeso gli interessi economici americani, ma con Trump sarebbe tutto più difficile».

E se Ursula von der Leyen giovedi non ce la facesse, cosa accadrebbe?

«Non ci sono piani B. L’obiettivo è chiarissimo: dare un segnale di fermezza e stabilità. Adesso, in questo contesto, è ancora più importante».

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