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Spari durante i soccorsi, l’ong Mediterranea passa all’attacco: esposto in procura contro la Guardia costiera libica

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Presentato a Roma dopo tre mesi dall’intervento della motovedetta libica Fezzan. Alla procura europea si chiede di valutare se siano stati commessi reati di propria competenza, “considerato che le predette attività criminali vengono realizzate fruendo di fondi e finanziamenti europei”
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Pirateria, tentato sequestro di persona, minacce, violenza privata. A tre mesi dall’attacco della motovedetta libica Fezzan, che ha sparato contro l’equipaggio impegnato in un soccorso, l’ong Mediterranea passa all’attacco. Con un esposto alla procura di Roma ha chiesto ai magistrati di “identificare, perseguire e punire a norma di legge” marinai e ufficiali della Guardia costiera libica imbarcati sulla Fezzan, una delle prime motovedette donate dall’Italia, che il 4 aprile scorso hanno messo in pericolo i soccorritori della Mare Jonio e i naufraghi che stavano assistendo.

Alla procura europea, si chiede invece di valutare se siano stati commessi reati di propria competenza, “considerato che le predette attività criminali vengono realizzate fruendo di fondi e finanziamenti europei”.

Grana per il governo Meloni

Per la premier Meloni, che su quell’aggressione non ha mai proferito verbo, delegando al ministro Matteo Piantedosi la difesa d’ufficio della Guardia costiera libica, rischia di…

Pirateria, tentato sequestro di persona, minacce, violenza privata. A tre mesi dall’attacco della motovedetta libica Fezzan, che ha sparato contro l’equipaggio impegnato in un soccorso, l’ong Mediterranea passa all’attacco. Con un esposto alla procura di Roma ha chiesto ai magistrati di “identificare, perseguire e punire a norma di legge” marinai e ufficiali della Guardia costiera libica imbarcati sulla Fezzan, una delle prime motovedette donate dall’Italia, che il 4 aprile scorso hanno messo in pericolo i soccorritori della Mare Jonio e i naufraghi che stavano assistendo.

Alla procura europea, si chiede invece di valutare se siano stati commessi reati di propria competenza, “considerato che le predette attività criminali vengono realizzate fruendo di fondi e finanziamenti europei”.

Grana per il governo Meloni

Per la premier Meloni, che su quell’aggressione non ha mai proferito verbo, delegando al ministro Matteo Piantedosi la difesa d’ufficio della Guardia costiera libica, rischia di essere una grana non da poco sul lungo periodo, ma già oggi fonte di imbarazzo la denuncia presentata dal comandante di Mare Jonio, Giovanni Buscema, dal capomissione Dany Castiglione e dal medico di bordo, Vanessa Guidi. L’esposto, depositato oggi in procura a Roma dai legali Serena Romano e Fabio Lanfranca, per conoscenza è stato inviato anche al Tribunale di Tripoli, a poche ore dall’arrivo in Libia della premier, attesa al Trans-Mediterranean Migration Forum. Un dossier che scotta e rischia non solo di rendere quanto meno più scivolosa la richiesta di “maggiori sforzi per bloccare le partenze”, ma anche di far scricchiolare gli accordi Italia-Libia.

La denuncia è estremamente documentata, le violenze riferite con minuzia, le manovre rischiose della Fezzan e le minacce dirette agli equipaggi sui rhib, come al personale rimasto a bordo della nave altrettanto.

Ci sono foto, video, testimonianze, ma soprattutto il diario di bordo che attesta come “la caccia” sia continuata anche in zona di competenza maltese, dove la Guardia costiera libica non può rivendicare alcun coordinamento.

Minacce e spari anche in zona di competenza maltese

In realtà, si spiega in dettaglio, non avrebbe potuto imporlo neanche prima, quando Mare Jonio era già impegnata in un’operazione di soccorso. “In quanto nave battente bandiera italiana, OSC in acque internazionali, eravamo tenuti a ultimare l’operazione secondo gli obblighi imposti e le prerogative riconosciute dalla normativa internazionale in materia di soccorso in mare”. Ma nonostante questo, si spiega, i libici hanno continuato inutilmente a pretendere che l’equipaggio della nave ong abbandonasse i naufraghi, arrivando persino a minacciare mostrando le armi, sparare e tentare di speronare la nave dei soccorritori. Nel frattempo – hanno formalmente denunciato ufficiali e medico di Mare Jonio – a bordo della Fezzan continuavano le violenze.

Violenze e colpi di arma da fuoco contro naufraghi ed equipaggio

Un gruppo di naufraghi già intercettati e trattenuti a bordo della Fezzan veniva picchiato e frustato brutalmente con delle funi. Quando alcuni si sono lanciati in acqua nel tentativo di sottrarsi – si legge nell’esposto – è stato calato a mare un tender, un gommone veloce di supporto, con su due uomini vestiti di scuro che “in maniera totalmente incomprensibile, a tratti recuperavano le persone che si trovavano in acqua e a tratti le rilanciavano in mare”. E contro chi annaspava fra le onde, ancora violenze. “Alcune delle persone che si trovavano in acqua erano state colpite con i calci dei fucili e uno di essi, in seguito soccorso dalla Mare Jonio, ha riportato lesioni che sono state medicate dalla dottoressa Guidi”.

Poco dopo i libici hanno usato le armi. “In maniera totalmente inaspettata abbiamo sentito sparare una raffica di mitra. Ci voltavamo per capire cosa stesse accadendo e in quel momento constatavamo che una seconda raffica colpiva l’acqua a pelo, a meno di un metro di distanza dal tubolare sinistro del nostro gommone”. Inutilmente da ponte della Mare Jonio hanno tentato di mettersi in contatto con la Fezzan, più volte è stato chiesto il cessate il fuoco. Sono arrivate nuove raffiche di mitra – si spiega nell’esposto – e nuovi tentativi di speronamento, sia delle lance di soccorso, sia della nave madre.

“Fondi Ue usati per gravi violazioni dei diritti umani”

Quando sulla scena è arrivata una seconda motovedetta, la Mare Jonio ha messo la prua a nord. Ma i libici ci hanno inseguito, noncuranti del fatto che ci trovassimo in acque SAR maltesi”. A bordo, i naufraghi “versavano in uno stato di autentico terrore”.

Per capomissione e medico di bordo di Mare Jonio “Il grave attentato di cui siamo stati vittime conferma che la cosiddetta Guardia costiera libica, lungi dall’operare nel rispetto della normativa internazionale in tema di soccorso in mare e a tutela dei diritti umani, impiega i finanziamenti dell’Unione Europea e i mezzi di soccorso donati dal Governo italiano spingersi al di fuori del territorio libico e delle sue acque territoriali per effettuare operazioni illegali di cattura di profughi fuggiti dai centri di detenzione”. E sono disposti a tutto, incluso “sparare addosso a soccorritori e naufraghi inermi e mettere a repentaglio la vita di tutti”.

“La Libia non è Paese sicuro e la Guardia costiera libica non può effettuare soccorsi”

Non è successo solo alla Mare Jonio. Nel corso degli ultimi mesi anche gli equipaggi di Ocean Viking, Geo Barents, Sea Watch, Humanity sono stati più volte messi in pericolo dalla Guardia costiera libica.

E paradossalmente, tutte – inclusa Mare Jonio - hanno ricevuto un fermo per ordine del Viminale, che ha preso per buone le dichiarazioni della Guardia costiera libica. Bugie, hanno in seguito sentenziato i tribunali. Il giudice Antonio Albenzio del Tribunale di Crotone è andato oltre. Nel “liberare” Humanity1 ha affermato che era l’unica nave titolata ad effettuare un soccorso perché la Libia non è Paese sicuro, dunque non è titolata a farne. https://puntoitalia.online/cronaca/2024/04/20/news/humanity_giudice_fermo_libia-422640384/

Motivo? Non ha firmato la convenzione di Ginevra, report e denunce di agenzie governative e non governative documentano il circuito di violenze, torture, detenzione arbitraria a scopo di estorsione in cui vengono regolarmente immessi i naufraghi intercettati.

Mare Jonio: “I giudici italiani procedano”

“Abbiamo constatato – afferma l’equipaggio di Mare Jonio nell’esposto - come le persone a bordo del mezzo libico, lungi dall’essere soccorse e portate in un porto sicuro, siano state, con piena evidenza, private della loro libertà mentre si trovavano in acque internazionali, al di fuori della giurisdizione dello Stato libico e senza alcun provvedimento di autorità giurisdizionale.

Ecco perché adesso dal civile si passa al penale. L’equipaggio della Fezzan, sostengono i querelanti, ha commesso una serie di reati, tutti di carattere transnazionale, e l’Italia – si sottolinea nell’esposto – ha piena competenza per procedere.

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