Meloni da Tripoli: “I migranti illegali sono nemici di quelli legali”. Ma la premier tace sulle condizioni dei centri di detenzione in Libia
di Leonardo MartinelliAccolta come una star al Trans-Mediterranean Migration Forum di Tripoli, Giorgia Meloni ha ribadito le sue verità sul tema migratorio. «I migranti illegali sono nemici di quelli legali», ha detto, precisando che «negli ultimi anni in Italia non abbiamo potuto consentire di venire a molti migranti legali, perché ne avevamo troppi irregolari». E ha sciorinato ancora gli altri capisaldi del Meloni-pensiero sulla questione, del tipo che «la prima linea di intervento è la lotta al traffico di essere umani». E il solito occhiolino a uno pseudo anti-colonialismo, ormai consueto a tutti i neopopulisti occidentali: «Non penso che (ndr, verso i paesi di origine dei migranti) l’approccio caritatevole sia quello giusto, certamente quello predatorio è sbagliato. La giusta via è una cooperazione da pari a pari, strategica, portando in Africa investimenti che risolvano problemi per entrambi le parti». Vedi il Piano Mattei.
Accolta come una star al Trans-Mediterranean Migration Forum di Tripoli, Giorgia Meloni ha ribadito le sue verità sul tema migratorio. «I migranti illegali sono nemici di quelli legali», ha detto, precisando che «negli ultimi anni in Italia non abbiamo potuto consentire di venire a molti migranti legali, perché ne avevamo troppi irregolari». E ha sciorinato ancora gli altri capisaldi del Meloni-pensiero sulla questione, del tipo che «la prima linea di intervento è la lotta al traffico di essere umani». E il solito occhiolino a uno pseudo anti-colonialismo, ormai consueto a tutti i neopopulisti occidentali: «Non penso che (ndr, verso i paesi di origine dei migranti) l’approccio caritatevole sia quello giusto, certamente quello predatorio è sbagliato. La giusta via è una cooperazione da pari a pari, strategica, portando in Africa investimenti che risolvano problemi per entrambi le parti». Vedi il Piano Mattei.
La premier italiana si è espressa sul palco accanto ad Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh, primo ministro a Tripoli di un governo riconosciuto dall’Onu, a differenza del regime del maresciallo Khalifa Haftar, che, invece, domina l’Est (la Cirenaica) e il Sud (il Fezzan), ma è oggi, con il sostegno militare dei russi, l’uomo forte (a differenza di Dbeibeh, fragilissimo) della Libia. Dbeibeh l’ha incalzata sottolineando che «noi abbiamo una responsabilità morale» nei confronti di queste popolazioni che «attraversano il deserto e il mare», rischiando la vita. Per il premier della Tripolitania «occorre una nuova strategia con progetti di sviluppo» nei paesi di origine dei migranti, così da frenare i flussi.
Al di là di tutte queste belle parole, però, né da parte di Meloni, né di Dbeibeh è giunto il minimo accenno alle condizioni di vita dei numerosissimi migranti che stazionano in Libia, con la speranza di raggiungere Lampedusa. Molti di loro sono chiusi in centri di detenzione (alcuni anche a pochi chilometri dal palazzo dove Meloni ha parlato), ufficiali o, peggio ancora, gestiti dalle milizie che localmente sono i veri padroni, soprattutto nell’Ovest, del territorio. Lì vengono torturati e minacciati, con la richiesta di soldi alle loro famiglie di origine, che li mandano via Western Union, perché i propri cari siano finalmente liberati.
Di tutto questo Meloni non parla mai nelle sue trasferte dai suoi amici nordafricani, neanche nella Tunisia di Kais Saied, dove le condizioni di vita dei migranti si sono deteriorate enormemente nell’ultimo anno. Nei centri finiscono anche parte dei migranti intercettati in mare dalla guardia costiera sulla base di un accordo controverso che l’Ue ha rinnovato con Dbeibeh nel 2023 per due anni supplementari. Bruxelles paga Tripoli per bloccare le partenze e tenersi i migranti, che, ovviamente, aumentano. Proprio pochi giorni fa Imad Trabelsi, ministro degli Interni del governo di Tripoli, ha denunciato il fatto che in tutta la Libia vivano almeno 2,5 milioni di stranieri (dei quali, tra il 70 e l’80% illegali), perlopiù in arrivo dall’Africa subsahariana, ma perfino dall’India e dal Bangladesh in un paese che conta appena poco più di sette milioni di abitanti. È sicuramente un appello per strappare più soldi dall’Europa… Sarà il prezzo da pagare perché il numero di migranti diretti verso l’Italia continui a ridursi e che Meloni se ne possa vantare.
Secondo i dati del nostro ministero degli Interni, dal Mediterraneo centrale sono arrivati fino al 16 luglio 30.348 migranti, in calo del 61% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. In particolare, sono stati 17.659 gli sbarchi dalla Libia (-39%) e 11.001 dalla Tunisia (-75,74%). Poi, come vivano (o sopravvivano) i migranti trattenuti nei due paesi, non sembra importare niente a nessuno, anche al Forum oggi di Tripoli. Alla fine, chissenefrega. E intanto, come sottolinea Claudia Gazzini, esperta di questioni libiche all’International Crisis Group, «con Giorgia Meloni, l’Italia naviga a vista in Libia, come gli altri paesi. Si cerca di mantenere buoni rapporti con i due lati. Si riconosce Dbeibeh e si fanno affari con lui, ma si ammette anche che Haftar domina l’Est e, se bisogna accordarsi con lui, lo si fa. È la linea della realpolitik». « È un equilibrio incerto - continua - Ma questa politica di dialogo con le due parti e di concludere accordi con entrambi non fa che consolidare la divisione libica. Non si realizza una politica coerente, mirata a portare avanti un processo di unificazione del paese. L’Italia non è sola su questa strada, lo fanno tutti i paesi europei». L’importante è che si frenino le partenze dei migranti e che si possa accedere al petrolio libico (un settore ormai in piena ripresa). Il resto non conta. È la realpolitik.