Martina Oppelli: “Perdo il mio corpo giorno dopo giorno. Fatemi scegliere”
di Enrico FerroMartina Oppelli
«Ma secondo voi, io come mangio? Come bevo? Come mi lavo? Come vado in bagno? Come assumo i farmaci? Io non sopravvivo senza una persona vicina. Certo, non sono macchine, sono persone». Martina Oppelli, 49 anni, architetta di Trieste affetta da sclerosi multipla, si rivolge ai legislatori. «Venite a vedere come vivo, prima di negarmi la libertà di scegliere». Ecco un’altra storia di diritti negati, di politica che si gira dall’altra parte e di aziende sanitarie ideologicamente intransigenti. Circa un anno fa questa donna in sedia a rotelle, che non riesce a muovere più nemmeno le dita delle mani, aveva chiesto all’Asl universitaria Giuliano Isontina la possibilità di accedere al fine vita. Dopo otto mesi si è vista rispondere con un diniego. Dopo una battaglia giudiziaria, ieri il Tribunale di Trieste ha affermato il diritto di Martina Oppelli a una rivalutazione delle sue condizioni.
«Ma secondo voi, io come mangio? Come bevo? Come mi lavo? Come vado in bagno? Come assumo i farmaci? Io non sopravvivo senza una persona vicina. Certo, non sono macchine, sono persone». Martina Oppelli, 49 anni, architetta di Trieste affetta da sclerosi multipla, si rivolge ai legislatori. «Venite a vedere come vivo, prima di negarmi la libertà di scegliere». Ecco un’altra storia di diritti negati, di politica che si gira dall’altra parte e di aziende sanitarie ideologicamente intransigenti. Circa un anno fa questa donna in sedia a rotelle, che non riesce a muovere più nemmeno le dita delle mani, aveva chiesto all’Asl universitaria Giuliano Isontina la possibilità di accedere al fine vita. Dopo otto mesi si è vista rispondere con un diniego. Dopo una battaglia giudiziaria, ieri il Tribunale di Trieste ha affermato il diritto di Martina Oppelli a una rivalutazione delle sue condizioni.
È soddisfatta per questa prima battaglia vinta?
«Non è una battaglia e non è una vittoria. È un percorso, che sono decisa a compiere con l’aiuto dell’associazione Luca Coscioni».
Qual è la sua storia?
«Un quarto di secolo di incurabilità: metà della mia vita è stata dominata dalla malattia. Avevo 28 anni, mi ero da poco laureata a Venezia e avrei voluto vivere lì ma lì non ci sono potuta rimanere. Come potrebbe una nelle mie condizioni sopravvivere a una città di ponti e calli?».
E ora?
«Assisto giorno dopo giorno alla perdita del mio corpo, pezzo dopo pezzo. Mi rimane la mente e per ora anche il sorriso».
Quando e come mai ha deciso di chiedere il suicidio assistito?
«Il 6 aprile 2023, era il giovedì santo. Io sono cattolica. Stavo guardando la messa del Papa in televisione, parlava delle schiave. E io mi sentii la più grande delle schiave. Passai i tre giorni successivi a informarmi e compilare richieste. Ho firmato i moduli reggendo la penna con la bocca».
L’Azienda sanitaria le aveva negato il trattamento, tanto che lei si era detta disponibile ad andare in Svizzera.
«La sentenza della Consulta garantisce il suicidio medicalmente assistito in presenza di quattro requisiti: una patologia irreversibile; una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale; una patologia che crea sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili; una persona che sia in grado di esprimere un consenso libero e consapevole. Dicono che nel mio caso non vi sia un sostegno vitale».
E invece?
«Da sola non posso mangiare, bere, non posso muovermi. Se mi sbilancio con la testa in avanti, non riesco a raddrizzarmi. Ho bisogno di una persona accanto 24 ore al giorno. Non è sostegno vitale questo?».
È l’istanza che l’associazione Coscioni ha portato davanti alla Consulta il 19 giugno scorso.
«Io non sono riuscita ad andare, ma in Umbria c’è una donna che è nella mia stessa condizione: si chiama Laura Santi. Lei è stata sentita, ora stiamo aspettando che la Corte costituzionale si pronunci».
Che appello lancerebbe ora?
«Il Parlamento deve sbrigarsi a legiferare. Servono leggi adeguate, perché può capitare di trovarsi in queste condizioni. E io non lo auguro a nessuno».