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“Ascoltiamo il discorso di von der Leyen”. Meloni non decide e FdI si spacca sul voto

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La premier rinvia ancora l’annuncio. Il sottosegretario Fazzolari capeggia il partito del “no”. Incerta la delega di Fitto
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OXFORD – Agli eurodeputati di FdI ieri sera è arrivata questa comunicazione: la linea “del presidente”, cioè di Giorgia Meloni, sulla fiducia a Ursula von der Leyen arriverà solo stamattina. Vale a dire soltanto dopo che la presidente uscente della Commissione, a caccia di riconferma, avrà consegnato ed esposto il suo discorso programmatico nell’emiciclo di Strasburgo. Perché, così ragiona la premier nelle conversazioni di queste ore, «va capito se apre troppo ai Verdi: per noi sarebbe un problema e in caso vincerebbe la coerenza». Cioè il no. La voglia di strappo. Naturalmente Meloni, tra ieri notte e stamattina, continuerà a sentirsi con un drappello di fedelissimi. A partire da chi maneggia i dossier brussellesi: Raffaele Fitto, Carlo Fidanza, Nicola Procaccini. Ma anche coi colonnelli di Roma. Che però, come capita di rado, non consegnano alla leader giudizi univoci. Anzi.

Secondo alcune fonti del partito, l’ala che fa capo al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari suggerir…

OXFORD – Agli eurodeputati di FdI ieri sera è arrivata questa comunicazione: la linea “del presidente”, cioè di Giorgia Meloni, sulla fiducia a Ursula von der Leyen arriverà solo stamattina. Vale a dire soltanto dopo che la presidente uscente della Commissione, a caccia di riconferma, avrà consegnato ed esposto il suo discorso programmatico nell’emiciclo di Strasburgo. Perché, così ragiona la premier nelle conversazioni di queste ore, «va capito se apre troppo ai Verdi: per noi sarebbe un problema e in caso vincerebbe la coerenza». Cioè il no. La voglia di strappo. Naturalmente Meloni, tra ieri notte e stamattina, continuerà a sentirsi con un drappello di fedelissimi. A partire da chi maneggia i dossier brussellesi: Raffaele Fitto, Carlo Fidanza, Nicola Procaccini. Ma anche coi colonnelli di Roma. Che però, come capita di rado, non consegnano alla leader giudizi univoci. Anzi.

Secondo alcune fonti del partito, l’ala che fa capo al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari suggerirebbe a Meloni di tenere il punto, dunque di procedere con uno strappo: votare no. Mentre c’è una fronda, nutrita, che la spinge a trattare con la popolare tedesca fino all’ultimo minuto utile, per approdare a un sì. Un’area che comprenderebbe lo stesso Fitto, ma anche ministri di rango come Guido Crosetto. O il viceministro agli Esteri, Edmondo Cirielli.

Il punto è che la trattativa con “VdL”, com’è stata ribattezzata Ursula nelle chat dei Fratelli, parrebbe essersi incagliata. È il motivo per cui, nonostante il filo con Meloni non si sia mai interrotto, tra messaggini e rapide chiamate informali, ancora né Palazzo Chigi né Bruxelles hanno confermato “la” telefonata. Cioè quella del chiarimento. Dell’accordo. Dove si è inceppata la discussione? Sulla vicepresidenza esecutiva della Commissione. Richiesta di Meloni, che von der Leyen non sarebbe disposta, fino a ieri notte, a concedere. Dunque l’Italia potrebbe spuntare una delega importante come il Bilancio, col Pnrr, i miliardi della Coesione e magari anche la Sburocratizzazione, delega ad hoc chiesta da Meloni e già annunciata da von der Leyen ad Ecr. Ma senza i galloni di vice esecutivo. «Meloni non darà nessun voto gratis, ogni voto italiano sarà difeso con le unghie e i denti», è la linea ufficiale diramata ieri dal ministro ai Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani.

Ieri si sono riuniti i 24 eurodeputati di FdI, ma senza fumata bianca. Stesso discorso per il vertice tra i capidelegazione dei Conservatori, che peraltro voteranno in ordine sparso: chi sì, chi no, a seconda della nazionalità. C’è un altro fattore che rende la notte di Meloni più fosca, qui in Gran Bretagna, dov’è atterrata ieri sera, direttamente da Tripoli, per partecipare stamattina al summit della Comunità politica europea, presieduto da sir Keir Starmer, neo-premier laburista. È la reazione della Lega. Perché se Salvini da un lato si mostra conciliante, al solito: «Nessuna ripercussione sul governo», a prescindere da come voterà FdI. «La Lega voterà contro e lo ribadiamo. Un appello a Meloni? No, ognuno è libero di scegliere in base alla sua sensibilità». Dall’altro i falchi di via Bellerio già iniziano a provocare i Fratelli. A Palazzo Chigi il sospetto è che la manovra sia concordata tra i leghisti, per depistare. Così, mentre il capogruppo al Senato del Carroccio, Max Romeo, dichiara che nessuno «punterà il dito su Meloni» se alla fine sosterrà Ursula, dall’altro il vice di Salvini, Andrea Crippa, sempre ieri si chiedeva: «Chi avrà il coraggio di votare la von der Leyen?». Soffiando sulla sentenza della Corte Ue contro la Commissione per la trasparenza sui vaccini anti-Covid. Anche Claudio Borghi ieri, postando un articolo di Repubblica che raccontava la «tentazione di Meloni» a votare sì, aggiungeva: «Chi tenta è sempre il diavolo». Ursula come Belzebù. Il clima è questo.

Comunque vada oggi, per Meloni il nome in pole per la commissione sembra continuare ad essere Fitto. Il ministro leghista all’Economia, Giancarlo Giorgetti, altro “aperturista” sul bis di von der Leyen, ieri lo diceva dritto: «È il nostro candidato, è il cavallo che sta correndo. Facciamo il tifo per il cavallo». Appoggio ribadito dal vicepremier forzista Antonio Tajani, un altro che da settimane prova a spingere Meloni verso il sì. «Ovviamente FI la sosterrà». Tajani ieri già ragionava su un eventuale rimpiazzo di Fitto al governo: «Parleremo col presidente del Consiglio per capire chi prenderà il suo posto e come redistribuire le deleghe. La decisione spetta a Meloni». Ma la scelta più importante, davvero cruciale, è su “VdL”. E all’ultima mano di carte, dopo che la tedesca ha già incassato il sì dei Verdi, la premier arriva con una sensazione spiacevole: il rischio di essere ininfluente.

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