ROMA — Il duello è previsto per oggi, venerdì 26 luglio, durante il Consiglio dei ministri. Roberto Calderoli svolgerà un’informativa sull’attuazione dell’Autonomia differenziata. Al termine, Antonio Tajani potrebbe alzare la mano per dire, in sostanza: «Abbiamo un problema». Il vicepremier azzurro non ritiene accettabile che la riforma svuoti alcune competenze della Farnesina sul commercio estero, senza prima valutarne l’impatto: gli accordi tra Stati esteri e alcune Regioni potrebbero infatti danneggiarne altre. Una preoccupazione politica da leader di una Forza Italia sempre più radicata al Sud, quella di Tajani. Ma anche da ministro degli Esteri. L’ultima battaglia che in queste ore logora la maggioranza.
È una dinamica che non accenna a rallentare, duello dopo duello. Al centro dello scontro finisce sempre più spesso la sanità - e quindi l’Autonomia - imposta dalla Lega e accettata senza battere ciglio da Giogia Meloni. Su questo terreno lancia un segnale ad esempio Licia R…
ROMA — Il duello è previsto per oggi, venerdì 26 luglio, durante il Consiglio dei ministri. Roberto Calderoli svolgerà un’informativa sull’attuazione dell’Autonomia differenziata. Al termine, Antonio Tajani potrebbe alzare la mano per dire, in sostanza: «Abbiamo un problema». Il vicepremier azzurro non ritiene accettabile che la riforma svuoti alcune competenze della Farnesina sul commercio estero, senza prima valutarne l’impatto: gli accordi tra Stati esteri e alcune Regioni potrebbero infatti danneggiarne altre. Una preoccupazione politica da leader di una Forza Italia sempre più radicata al Sud, quella di Tajani. Ma anche da ministro degli Esteri. L’ultima battaglia che in queste ore logora la maggioranza.
È una dinamica che non accenna a rallentare, duello dopo duello. Al centro dello scontro finisce sempre più spesso la sanità - e quindi l’Autonomia - imposta dalla Lega e accettata senza battere ciglio da Giogia Meloni. Su questo terreno lancia un segnale ad esempio Licia Ronzulli, che spiega ad Agorà estate di considerare solo «un primo passo» - e non «risolutivo» - il decreto sulle liste d’attesa. Ma a far discutere è soprattutto il «macigno nello stagno», così lo chiama Roberto Occhiutto, che il governatore della Calabria lancia al mattino. L’azzurro, che è anche numero due di Tajani, avverte degli enormi rischi dell’Autonomia differenziata per le aree più fragili d’Italia. E chiede una «moratoria» che congeli la possibilità di siglare patti tra le Regioni e lo Stato sulle leggi non soggette ai Lep. Intese che invece i leghisti, capitanati da Luca Zaia, non vedono l’ora di sottoscrivere. «Non ho pregiudizi, ma la legge sull’Autonomia andava approfondita di più. Occorre un surplus di riflessione – sostiene Occhiuto durante la trasmissione Start – fino a quando non sarà superata la spesa storica».
È un colpo durissimo, scagliato contro il Carroccio e a tutela del Sud (per giunta nel giorno in cui diventa operativa la piattaforma per la raccolta on line delle firme dei cittadini a sostegno delle proposte referendarie). Ed è un terreno di scontro che allerta Palazzo Chigi. È infatti ormai chiaro che Forza Italia si prepara a cavalcare la battaglia contro la riforma del Carroccio, interpretando il malcontento del Mezzogiorno.
È come se la scossa di Pier Silvio Berlusconi al partito abbia spinto la leadership e i suoi quadri ad alzare il livello della pressione sul governo. Tajani, ad esempio, giudica positivamente le parole di Occhiuto, allargando il fronte. «È la richiesta del presidente di una regione del Sud, legittima. Io ho creato un osservatorio di Forza Italia su questo, quindi valuteremo l’evoluzione della situazione».
Ma non basta. Il ministro degli Esteri si espone sul problema del sovraffollamento degli istituti di pena, con una mossa che non piacerà a Fratelli d’Italia: «Abbiamo sollevato il problema delle carceri e annunceremo un’iniziativa insieme ai Radicali». Nel frattempo, però, è la Lega a reagire. Lo fa presentando una proposta di legge per tornare all’elezione diretta delle Province. La reazione di Palazzo Chigi è un richiamo a un iter diverso, pur concordando sull’esito del percorso: «Siamo tutti per far tornare le Province», è la premessa, ma «la sede naturale per farlo è il testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali».
E Meloni? Si ritrova in mezzo all’escalation. L’effetto è sempre più spesso la paralisi. Le scorie di questa tensione producono effetti inaspettati, come hanno potuto verificare i membri del Copasir presenti tre giorni fa all’audizione della premier davanti al Comitato. È in quella sede che è andato in scena un duro scontro tra la stessa Meloni e il deputato grillino Marco Pellegrini. Oggetto del contendere, riferiscono diverse fonti, sono gli sviluppi del conflitto in Ucraina e il peso della controinformazione russa.
La scintilla è quando il cinquestelle domanda dell’evoluzione del conflitto e aggiunge una lettura degli eventi che fa infuriare la presidente del Consiglio. A suo avviso, riferiscono le stesse fonti, non è vero - come a suo dire avrebbe più volte sostenuto Meloni - che Kiev sta resistendo all’avanzata di Mosca ed è ancora capace di sostenere lo scontro senza capitolare. Secondo Pellegrini, questa narrazione sarebbe frutto della controinformazione occidentale, che nasconderebbe un dato di realtà: gli ucraini stanno perdendo e la Russia sta conquistando territorio ed è avviata a vincere ovunque. È a quel punto che Meloni rompe il protocollo. Sostiene in modo molto ruvido che a suo avviso è ormai prassi dell’opposizione attribuirle concetti e parole non pronunciate. La leader alza il tono della voce. Ne nasce un aspro confronto. Quindi insinua un dubbio: la controinformazione - è il senso del ragionamento - si è semmai fatta spazio nel Movimento e ne guida ragionamenti e analisi. E al governo, aggiunge, risulta l’opposto di quanto affermato dal grillino. Alla fine gli animi si calmano. Fino al prossimo scontro.