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La ricerca contro il cancro in Italia: pochi fondi e molti miracoli

(ansa)

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Nel nostro Paese la sopravvivenza media dei malati di tumore è superiore alla media europea. Ma per gli scienziati ottenere risorse è ancora molto complesso tra burocrazia e trasferimento tecnologico
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La ricerca biomedica nel nostro Paese è caratterizzata da aspetti apparentemente contrastanti. A fronte di debolezze strutturali - finanziamenti nettamente inferiori rispetto ai nostri competitori internazionali e meccanismi fondamentali di sostegno trascurati in modo cronico - i nostri ricercatori fanno miracoli.

Basti pensare a due esempi. Il primo è la sopravvivenza media dei malati di cancro, che in Italia è pari, se non spesso superiore, alla media europea. E se restringiamo l’analisi al Nord Europa, che investe molto di più in assistenza e ricerca, il nostro Servizio Sanitario Nazionale assicura livelli di sopravvivenza del tutto confrontabili. Uno dei motivi alla radice di questo miracolo italiano, insieme all’eccellenza dell’assistenza clinica, è la qualità della ricerca in campo oncologico.

Il secondo esempio è la capacità dei nostri giovani di competere per il livello di finanziamento più alto e difficile in Europa, l’Erc Starting e Consolidator Grant. Una sorta d…

La ricerca biomedica nel nostro Paese è caratterizzata da aspetti apparentemente contrastanti. A fronte di debolezze strutturali - finanziamenti nettamente inferiori rispetto ai nostri competitori internazionali e meccanismi fondamentali di sostegno trascurati in modo cronico - i nostri ricercatori fanno miracoli.

Basti pensare a due esempi. Il primo è la sopravvivenza media dei malati di cancro, che in Italia è pari, se non spesso superiore, alla media europea. E se restringiamo l’analisi al Nord Europa, che investe molto di più in assistenza e ricerca, il nostro Servizio Sanitario Nazionale assicura livelli di sopravvivenza del tutto confrontabili. Uno dei motivi alla radice di questo miracolo italiano, insieme all’eccellenza dell’assistenza clinica, è la qualità della ricerca in campo oncologico.

Il secondo esempio è la capacità dei nostri giovani di competere per il livello di finanziamento più alto e difficile in Europa, l’Erc Starting e Consolidator Grant. Una sorta di “Olimpiade” della Ricerca in cui i nostri ragazzi si classificano ai primi posti pur a fronte di un finanziamento alla Ricerca di meno della metà rispetto ai competitors tedeschi o francesi. È un po’ come se Marcell Jacobs corresse la finale dei 100 metri con un handicap di 50 metri: se arrivasse secondo, sarebbe considerato un miracolo.

Alla luce di queste contraddizioni, è bene riflettere su alcuni punti deboli del sistema di ricerca del Paese.

Innanzitutto i finanziamenti. In realtà la momentanea sovrabbondanza di fondi legati al Pnrr preoccupa i ricercatori per l’effetto paradossale di “bomba d’acqua”: l’investimento in ricerca – come ha chiesto qualche tempo fa un gruppo di scienziati di cui ho fatto parte, guidati dal fisico Edoardo Amaldi – va programmato a medio-lungo termine avendo cura dei meccanismi propri del settore, come la necessità di sportelli affidabili e di grant individuali. La mancanza di sportelli affidabili di finanziamento per la ricerca fondamentale, che è motore di innovazione, rappresenta infatti un problema: significa non poter avere la certezza che ogni anno vi siano bandi che coprono l’intero spettro della ricerca, e le cui proposte vengano valutate secondo standard internazionali di qualità, flessibilità e reportistica. Il ministero della Salute rappresenta una sorgente affidabile, ma certamente migliorabile in un contesto di programmazione a medio-lungo termine. E non possiamo non tener conto anche della scomparsa dei grant individuali, in cui cioè viene valutato e finanziato il singolo ricercatore, alla base di ogni sistema di Ricerca di alta qualità. A questi si associano poi il finanziamento a Reti, come quelli del ministero della Salute con strutture pubbliche e private.

Un secondo punto debole del sistema sono i “lacci e lacciuoli” che lo caratterizzano a molti livelli: impedimenti burocratici che costano tempo, attenzione e risorse, senza nulla aggiungere. Charities e fondazioni private suppliscono a molti limiti del sistema, ma di per sé non sono sufficienti a renderlo attrattivo per i cervelli, italiani o stranieri che siano. Proprio la scarsa attrattività offre un parametro per valutare l’efficacia degli interventi: spesso, ad esempio, i nostri ricercatori portano all’estero i finanziamenti vinti a livello europeo, e i giovani di altri Paesi non vengono in Italia.

Un’ulteriore debolezza del sistema di ricerca, biomedica e non, è il trasferimento tecnologico. In molte università, ad esempio in Germania o in Inghilterra, vengono sottolineati i risultati delle cosiddette unicorn companies, compagnie di biotecnologie che hanno avuto successo scientifico ed economico. La copertura brevettuale e il trasferimento tecnologico rappresentano un grande beneficio scientifico ed economico per il sistema pubblico e per le strutture di ricerca pubbliche e private: basti pensare a BioNTech, all’Università di Mainz e a quella di Lovanio, che hanno messo a frutto in modo magistrale l’imprenditorialità accademica.

Tuttavia ci sono anche elementi di ottimismo e speranza, che traggo dal mio stesso vissuto: la generosità dei cittadini che finanziano le charities o donano il proprio 5x1000, la qualità e la curiosità dei giovani, la nostra capacità di fare ricerca nelle condizioni più difficili e, non ultimo, il Servizio Sanitario Nazionale fatto da ospedali pubblici e privati accreditati, che sempre più deve essere una grande piattaforma di studio e sperimentazione clinica al servizio della comunità.

Per il futuro, l’innovazione sarà – insieme alla qualità misurata attraverso indicatori, all’efficienza e all’appropriatezza diagnostica e terapeutica – un pilastro fondamentale per la sopravvivenza e la sostenibilità sia del sistema di ricerca sia del Servizio Sanitario Nazionale: la sfida cui rispondere in modo bipartisan sarà sostenere i nostri medici e ricercatori perché siano capaci di coniugare ricerca di frontiera tecnologica di alto profilo e bisogni dei più deboli.

L’autore è medico, direttore scientifico dell’Humanitas e presidente della Fondazione Humanitas per la ricerca

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