Silvia Costa: “Non è stato un problema essere bella, ma De Mita non riusciva a guardarmi in faccia. A 75 anni potrei risposarmi”
di Concetto VecchioSilvia Costa, quando lei è entrata in Parlamento per la Dc, c’erano ancora Nilde Iotti e Tina Anselmi.
“Nilde Iotti una volta mi si avvicinò per chiedermi come mi trovassi in Parlamento e nel mio gruppo”.
Intendeva nel rapporto col potere maschile?“
Aveva vissuto sulla propria pelle il maschilismo di partito, e credo fosse curiosa di sapere se era ancora difficile per una donna”.
Si confidò?
“Le dissi che la fatica per una donna è doppia: essere e dover dimostrare di essere”.
Come reagì Iotti?
“Mi incoraggiò a mantenere alta l’autostima. A non mollare”.
Coglieva un pregiudizio nell’essere molto bella?
“Non ho mai creduto di esserlo. Una volta chiesero ad Andreotti se apprezzava in me i pregi estetici o l’intelligenza. Rispose che non vedeva opposizione tra le due cose”.
Che mondo era per una donna l’Italia politica degli anni Ottanta?
“I cronisti ci chiedevano come facessimo a conciliare la vita parlamentare con quella personale. E io rispondevo: perché non fate la stessa domanda ai d…
Silvia Costa, quando lei è entrata in Parlamento per la Dc, c’erano ancora Nilde Iotti e Tina Anselmi.
“Nilde Iotti una volta mi si avvicinò per chiedermi come mi trovassi in Parlamento e nel mio gruppo”.
Intendeva nel rapporto col potere maschile?“
Aveva vissuto sulla propria pelle il maschilismo di partito, e credo fosse curiosa di sapere se era ancora difficile per una donna”.
Si confidò?
“Le dissi che la fatica per una donna è doppia: essere e dover dimostrare di essere”.
Come reagì Iotti?
“Mi incoraggiò a mantenere alta l’autostima. A non mollare”.
Coglieva un pregiudizio nell’essere molto bella?
“Non ho mai creduto di esserlo. Una volta chiesero ad Andreotti se apprezzava in me i pregi estetici o l’intelligenza. Rispose che non vedeva opposizione tra le due cose”.
Che mondo era per una donna l’Italia politica degli anni Ottanta?
“I cronisti ci chiedevano come facessimo a conciliare la vita parlamentare con quella personale. E io rispondevo: perché non fate la stessa domanda ai deputati maschi con quattro figli?”
Le donne erano escluse dai vertici?
“Raramente entravano nei caminetti, i vertici riservati dei big. Generalmente non occupavano ruoli apicali di partito. Io divenni a 33 anni responsabile della Spes, l’ufficio che curava la comunicazione e le campagne elettorali: ed era la prima volta per una donna nella Dc”.
Per emergere serviva un gran carattere?
“Un giorno, una deputata cattolica di Trento, Lucia Fronza, si presentò alla Camera col suo bel pancione, e Beniamino Andreatta la provocò: “Perché ti sei messa in politica?”
E Fronza?
“Per pura ambizione”, rispose. Andreatta apprezzò. Divennero molto amici”.
Il mensile Class nel 1994 fece un sondaggio tra 41 deputati per scegliere la parlamentare più sexy. Oggi verrebbe giustamente giù il mondo.
“Ma guardi che lo trovammo intollerabile già allora”.
Non si sono fatti passi avanti?
“In parte, ma con perduranti contraddizioni. Ci sono altre forme di pregiudizi e offese e grandi violenze fisiche e psicologiche, come quelle sui social o il body shaming”.
Cosa la colpisce?
“Il ridurre la donna a un aspetto soltanto. A questo si aggiunge il mito di una eterna giovinezza, uno stato interiorizzato da troppe, anche dalle giovanissime che si fanno regalare il ritocco a diciotto anni”.
Cosa vi coglie?
“Un’incapacità ad accettarsi. Trovo bellissima la frase di Anna Magnani. ‘Non toglietemi le rughe: ci ho messo tanti anni per farmele’”.
In che famiglia è cresciuta?
“Mio padre, Beppe Costa, era un avvocato penalista, nato a Tripoli e cresciuto a Firenze. Liberale antifascista e anticomunista è stato tra i pionieri della Rai. Mamma, Elvira, donna intelligente e credente, si era sposata a 21 anni, dedicandosi alla famiglia”.
Avrebbe voluto fare anche altro?
“Era una maestra, ma avrebbe voluto studiare medicina. Non ce lo faceva mai pesare. Io sono la primogenita di altri due fratelli: Laura e Stefano".
Come entra in politica?
“Devo a mia madre lo slancio nell’occuparmi degli altri e a mio padre la passione per le battaglie ideali e la giustizia”.
Che studi ha fatto?
“Mi iscrivo a Lettere nel 1969, quattro anni dopo mi laureo con Renzo De Felice, con una tesi sulla Cil, il sindacato cristiano poi fatto fuori dal fascismo”.
Com’era De Felice, lo storico del fascismo?
“Un intellettuale aperto, un laico illuminato. M’incoraggiò a fare una tesi che considerava originale e pionieristica”.
Sì, ma la politica?
“Ci arrivo. Volevo fare la giornalista, sono diventata professionista nel 1981, lavorando al Popolo , ma dopo la laurea, insieme ad alcuni amici, entrammo in contatto con Bartolo Ciccardini, giovane parlamentare dc che allora dirigeva il settimanale La Discussione e che mi fece collaborare insieme ad un gruppo di altri laureati”.
Quindi la porta d’ingresso è il giornalismo?
“Sì, da lì m’impegno nel movimento femminile della Dc. Una scuola politica formidabile, con grandi protagoniste: Tina Anselmi, Franca Falcucci, Paola Gaiotti, Rosa Russo Iervolino, Maria Elettra Martini, Mariapia Garavaglia, Giusy Servodio, Patrizia Toia”.
Quando viene eletta per la prima volta?
“Nel 1976 il nuovo segretario nazionale Benigno Zaccagnini decise di candidare giovani e donne alle amministrative. Venni candidata al consiglio comunale di Roma”.
E come andò?
“Presi quasi ventimila voti. La Dc ottenne 28 consiglieri, ma finì all’opposizione perché i socialisti fecero la giunta con i comunisti. E Argan divenne sindaco”.
Quindi comincia dall’opposizione?
“Fu un’esperienza molto formativa. Roma per me venticinquenne di famiglia borghese finiva alla Tiburtina. Scoprii la vastità e le esigenze delle periferie e delle borgate. E conobbi monsignor Di Liegro, fautore di una chiesa impegnata sul territorio”.
Com’era la Roma negli anni Settanta?
“In crescita tumultuosa. Ogni anno si aggiungeva una città grande come Perugia”.
Che ricordi ha del terrorismo?
“Si conviveva con la paura. Una notte, tornando dal consiglio comunale, venni seguita da un’auto con a bordo una coppia. A un certo punto mi puntarono contro i fari. Spaventata mi fermai davanti alla caserma dei carabinieri del Gianicolo”.
Se ne andarono?
“Sì, ma qualche giorno dopo gambizzarono il mio compagno di partito Publio Fiori, recentemente scomparso. Chiedemmo protezione. In questura ci spiegarono che c’erano poche volanti. Il clima era quello”.
Deve a Ciriaco De Mita l’ingresso in Parlamento?
“Sì, ero in lista alle elezioni del giugno 1983, ma entrai alla Camera solo due anni dopo”.
Come mai?
“Per i brogli. Ci ritrovammo in quattro in un fazzoletto di 200 voti: io, Giancarlo Abete, Mario D’Urso e Benito Cazora. Entrò Cazora, ma poi ci fu un’inchiesta sulle schede truccate”.
Arresti?
“Sì, ventisette persone. Molti scrutatori avevano truccato le preferenze”.
L’Italia selvaggia di allora.
“Andai da De Mita e gli comunicai che intendevo presentare un ricorso con le prove che avevo. Fu d’accordo all’istante. Si scoprì con il riconteggio che ero stata eletta io, con 350 voti di vantaggio. Era il giugno 1985”.
Com’era De Mita?
“Ci siamo studiati a lungo. Dialettizzava tutto. La mia stima per lui è cresciuta dopo la sconfitta elettorale del 1983. Iniziò a girare l’Italia parlando del popolarismo di Sturzo e aprì il partito ad esterni di rango. Con noi parlamentari donne aveva una certa timidezza”.
Cioè?
“Quando entravi nella sua stanza tendeva a non alzare lo sguardo dalla lettura mentre gli parlavi. Un giorno glielo feci notare indispettita. E lui: ‘Mi concentro meglio se non ti guardo’”.
Lo intimidiva?
“Era una sua forma di pudore e di rispetto. Raramente ho visto un uomo più innamorato della moglie di De Mita”.
Quanti anni è stata in Parlamento?
“Dieci. Poi sono stato presidente della Commissione nazionale parità, ho fatto battaglie per le donne di cui sono fiera. Ora, dopo essere stata nel Parlamento europeo, sono nella direzione Pd”.
E’ vero che venne perseguitata da uno stalker?
“Sì, mi aspettava fuori dal Parlamento, mi seguiva fino a casa. Lo denunciai. Un povero squilibrato. Anni dopo lo incontrai al cinema che staccava i biglietti. Facemmo finta di non conoscerci”.
Berlusconi l’ha conosciuto?
“Un grande affabulatore ma un po’ pescecane. M’incrociò negli anni Ottanta in piazza del Gesù e mi disse: ‘Quando avrò il mio primo tg la voglio alla conduzione’”.
Cosa pensa di Elly Schlein?
“L’ho avuta come collega a Bruxelles. Intelligente e preparata. Ma veniamo da culture politiche diverse”.
Voi cattolici del Pd siete critici.
“Sì, temo una esasperazione della cultura individualistica dei diritti. Vedo che sta unendo la coalizione, ma non colgo lo stesso sforzo pluralistico nel partito”.
Non vede i cattolici?
“C’è un’incapacità nel cogliere i fermenti che si stanno muovendo nel cattolicesimo, rinunciando così a un contributo prezioso”.
Senza i cattolici non c’è il Pd?
“Senza non è fedele alle ragioni per cui è nato”
Non è anche colpa vostra?
“Anche. Ma non vedo lo sforzo ad aprire degli spazi e interlocuzioni per un riconoscimento del cattolicesimo democratico”.
Che idea si è fatta di Giorgia Meloni?
“Ha capacità di leadership indubbie. Ma sull’antifascismo era più audace Fini. E in Europa ha isolato l’Italia. Il voto contro von der Leyen è molto grave”.
Il governo l’ha avvicendata da Commissario per il recupero del carcere di Ventotene.
“Spero che portino avanti il progetto di fare del carcere, una volta ristrutturato, quella Scuola di alti pensieri che abbiamo dedicato a David Sassoli”.
Ne dubita?
“Avevo chiesto un incontro a Meloni e Sangiuliano per spiegare cosa era stato fatto. Niente. Ho scritto una lettera a entrambi. Niente. Nessun passaggio di consegne garbato”.
Cosa consiglia a una giovane donna?
“Di avere un progetto di vita che contempli la realizzazione professionale e affettiva, ma anche l’impegno civico”.
L’uno non esclude l’altro, no?
“Sì, spesso si dimentica, nello slancio della carriera, che avere dei legami non significa essere meno liberi, anzi. Perché la persona si realizza nella relazione con l’altro”.
Coltivare la pienezza di vita?
“E di non aspettare i 40 anni per fare un figlio”.
Beh, non sempre la società te lo consente.
“Creare le condizioni spetta soprattutto alla politica e alle istituzioni”.
Che differenze vede con la sua generazione?
“Noi eravamo più attrezzate ad accettare le sconfitte. Oggi molte conquiste sembrano scontate, e quando le giovani donne scoprono che non è così si ritrovano deluse e tradite”.
E lei è contenta del suo privato?
“Sono stata sposata con un diplomatico svizzero, ma molti anni fa è finita. Ho perso un figlio, ed è stato doloroso. Ho un fidanzato. E forse un giorno ci sposeremo. Non è mai troppo tardi”.