BRUXELLES — Tanta meraviglia e un bel po’ di sconcerto. La lettera spedita da Giorgia Meloni alla presidente della Commissione sul Rapporto riguardante lo Stato di diritto in Italia è stata letta in questo modo dagli uffici di Palazzo Berlaymont. Una reazione iniziale e informale cui seguirà (forse già oggi) una risposta ufficiale.
Ma la premessa non lascia spazio a interpretazioni: «La metodologia seguita per il Rapporto sullo Stato di diritto, è quella consolidata». Altro che “fake news” o “disinformazione”. Per la Commissione, quel Report è corretto e i punti sollevati sul nostro Paese non sono smentiti nemmeno dopo la missiva di protesta di Meloni.
Lo sconcerto, quindi, è stato d…
BRUXELLES — Tanta meraviglia e un bel po’ di sconcerto. La lettera spedita da Giorgia Meloni alla presidente della Commissione sul Rapporto riguardante lo Stato di diritto in Italia è stata letta in questo modo dagli uffici di Palazzo Berlaymont. Una reazione iniziale e informale cui seguirà (forse già oggi) una risposta ufficiale.
Ma la premessa non lascia spazio a interpretazioni: «La metodologia seguita per il Rapporto sullo Stato di diritto, è quella consolidata». Altro che “fake news” o “disinformazione”. Per la Commissione, quel Report è corretto e i punti sollevati sul nostro Paese non sono smentiti nemmeno dopo la missiva di protesta di Meloni.
Lo sconcerto, quindi, è stato dettato essenzialmente da tre motivi, due procedurali e uno sostanziale. Il primo riguarda la scelta di inviare una lettera di quel tipo a commento di un Rapporto i cui contenuti erano noti da tempo all’esecutivo italiano. Sostanzialmente viene giudicata una modalità del tutto irrituale. Rispondere con il mezzo postale alla presidenza senza utilizzare le vie istituzionali richieste dal Rapporto.
Il secondo è connesso alla tempistica. Palazzo Chigi, mentre la premier stava partendo o era addirittura già partita per la Cina, ha trasmesso il documento alla Rappresentanza italiana presso la Ue, nella persona dell’Ambasciatore Vincenzo Celeste. Il quale domenica pomeriggio — come prevede la prassi in questi casi — ha immediatamente inoltrato la lettera al capo di gabinetto di Ursula von der Leyen, Bjorn Seibert. Contestualmente, però, la presidenza del consiglio ha reso pubblico il testo. Circostanza che non è stata affatto gradita da Bruxelles. Perché, nei fatti, nello svolgimento di tutti questi passaggi la presidente della Commissione ha letto la missiva dopo che era stata consegnata alle agenzie di stampa.
Non a caso, ancora ieri mattina, non tutti gli uffici alle dirette dipendenze di Von der Leyen avevano ricevuto il documento. A Palazzo Berlaymont, insomma, per qualche ora sembrava trattarsi di una lettera-fantasma. Solo nel tardi pomeriggio ne è stato confermato il ricevimento.
Nel merito, poi, il fastidio è ancora maggiore. I portavoce della Commissione hanno infatti rilevato che il Rapporto sullo Stato di diritto, come tutti i rapporti elaborati dalla Commissione, si basa «su una varietà di fonti», quindi anche quelle contestate dal governo italiano, dagli europarlamentari di Fratelli d’Italia e dai giornali italiani di destra. «Come sapete — hanno spiegato — la relazione annuale sullo Stato di diritto segue una metodologia consolidata ed è il risultato di un processo inclusivo con gli Stati membri e con gli stakeholders».
Una risposta secca. Un modo per dire che la Commissione conferma il contenuto del Rapporto e non condivide per niente le critiche mosse dalla presidente del Consiglio. Anzi, sempre gli uffici dell’esecutivo europeo ricordano che «alle autorità nazionali è stata data l’opportunità di fornire aggiornamenti fattuali» prima della stesura definitiva del Report. Un rilievo che punta a sottolineare una circostanza fondamentale: l’Italia ha avuto la possibilità di inviare dei chiarimenti durante l’elaborazione del documento e quindi o non si è provveduto in questa direzione oppure sono stati insufficienti.
Infine c’è una questione anche legata ai rapporti tra Roma e la presidente della Commissione. Il Rapporto in un primo momento doveva essere pubblicato a giugno. Per evitare polemiche proprio su questioni potenzialmente corrosive per il gabinetto italiano, ne è stata rinviata la diffusione a fine luglio. E ora Meloni protesta pure.
Soprattutto lo fa dopo le buone relazioni intrattenute nell’ultimo anno e mezzo ricevendo in cambio il voto contrario di Fratelli d’Italia nel Parlamento europeo al “bis di Ursula”. Le relazioni tra Palazzo Chigi e Palazzo Berlaymont non stanno proprio migliorando.