Carini, le lacrime dopo il ritiro: “Non volevano che combattessi, sul ring mi sono arresa da guerriera”
dal nostro inviato Giuliano FoschiniAngela Carini in ginocchio sul ring
PARIGI - Le hanno detto: non combattere. Non salire. Protesta. «Tutto il mondo della boxe non voleva che salissi su quel ring. Ma io, invece, volevo esserci. Ho combattuto come potevo ma a anche i guerrieri alle volte devono arrendersi. Mentre ero lì, con i guanti e il casco, mi è venuta un’immagine nella testa: quando sapevano che la battaglia era persa, i soldati lanciavano la spada nella terra. Ho fatto anche io così. Mi sono arresa». Nelle ultime 48 ore tutti hanno sentito il bisogno di dire la propria, e di utilizzarla volta per volta a proprio piacimento, sulla storia di Angela Carini e Imane Khelif: una vicenda facile e insieme complessa. Facile se si ragiona per via “binaria”, diciamo così: Imane è una donna? Certo che lo è. Lo è sempre stata e i documenti depositati al Cio sono inequivocabili. Più complessa, invece è la vicenda che riguarda la competizione delle atlete iperandrogine nello sport: questione medica ed etica che, dopo lunghi dibattiti, il Cio ha risolto con delle…
PARIGI - Le hanno detto: non combattere. Non salire. Protesta. «Tutto il mondo della boxe non voleva che salissi su quel ring. Ma io, invece, volevo esserci. Ho combattuto come potevo ma a anche i guerrieri alle volte devono arrendersi. Mentre ero lì, con i guanti e il casco, mi è venuta un’immagine nella testa: quando sapevano che la battaglia era persa, i soldati lanciavano la spada nella terra. Ho fatto anche io così. Mi sono arresa». Nelle ultime 48 ore tutti hanno sentito il bisogno di dire la propria, e di utilizzarla volta per volta a proprio piacimento, sulla storia di Angela Carini e Imane Khelif: una vicenda facile e insieme complessa. Facile se si ragiona per via “binaria”, diciamo così: Imane è una donna? Certo che lo è. Lo è sempre stata e i documenti depositati al Cio sono inequivocabili. Più complessa, invece è la vicenda che riguarda la competizione delle atlete iperandrogine nello sport: questione medica ed etica che, dopo lunghi dibattiti, il Cio ha risolto con delle regole. «Che qui sono state pienamente rispettate», ha scritto ieri sera il Cio in un report durissimo contro le polemiche sollevate in Italia.
Parigi 2024, Carini e la scelta di ritirarsi contro Khelif
Si diceva: tutti hanno detto la propria. Ma non sarà il caso di sentire cosa pensano Imane e Angela? «Mi dispiace, spero di vincere una medaglia» dice l’atleta algerina, ha gli occhi lucidi, «la stanno offendendo, non è giusto», dice il suo allenatore mentre la porta via.
«Non è giusto», ha ripetuto Angela sul ring, l’avete vista tutti inginocchiata, le mani al cielo, verso il papà che non c’è più. Angela singhiozza: «Io non sono nessuno per giudicare, non potete chiedere a me risposte complesse che attengono ai regolamenti e a chi li deve fare rispettare. Io sono salita sul ring perché volevo combattere. E volevo vincere. Poi ho preso quel pugno, sul naso, mi ha fatto tanto male. No, non ho avuto paura come qualcuno ha detto: questo è il mio mestiere, combatto, i colpi sono la mia vita». Imane non doveva combattere? «E chi sono io per dirlo?». Interviene il commissario tecnico, Emanuele Renzini, un altro a cui è utile chiedere cosa ne pensa. «Imane non è un uomo, lo sappiamo. Ma ha livelli di testosterone molto alti però. I corpi hanno una memoria muscolare, anche quando transitano da un genere all’altro. Nella boxe femminile i rischi sono bassi, c’è il caschetto, ci sono i guantoni antichoc. Angela voleva combattere mentre tutta l’Italia pugilistica le ha chiesto di non combattere. È salita sul ring. Ma certo è possibile che tutta questa polemica l’abbia condizionata».
Dicono: è stata la politica a chiedere questa fine che ieri ha sconvolto tutti nel villaggio olimpico. Khelif ha combattuto per tutta la preparazione pre olimpiadi. È vero, è stata squalificata ai mondiali ma tutti nell’ambiente conoscono i modi dell’Iba, la federazione nelle mani dell’amico di Vladimir Putin. E soprattutto la conflittualità aperta con il Cio. Perché all’improvviso Khelif è diventata un caso mondiale? Diteci: avete avuto pressioni dalla politica per non combattere? «Noi non abbiamo sentito nessuno, ci siamo chiusi nella nostra bolla», giura il commissario tecnico. «Ma certo, bastava aprire i social…». Angela: «Io volevo combattere e ho combattuto. E non volevo perdere». La guardia era bassa quando ha preso quel pugno. «Non me l’aspettavo, è stato forte, le mie amiche italiane che si sono allenate con lei mi avevano detto che fosse una pugile brava, lo sapevo. Quando ho preso quel pugno così forte ho guardato mio fratello in tribuna, ho capito che non volevo continuare». Angela è diventata un caso internazionale. È più famosa di tutte le nostre medaglie d’oro, alle 20 era nelle case di tutti gli italiani, al Tg1: «Sì, ho parlato con la presidente Giorgia Meloni, è stato come una mamma che incontra una figlia. Mi ha detto di non mollare».
Giorgia Meloni con la boxeur italiana, Angela Carini
Molla, Angela? «E perché mai dovrei? Perché mi sono arresa? Questo fa di me una donna migliore, più forte». Angela, non ha salutato la sua avversaria. «Perché ero arrabbiata, le chiedo scusa, è stato brutto, non succederà più. Ma non ce l’avevo con lei, era rabbia».
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Khelif è additata da mostro, dicono che oggi sia stata molto male. Angela piange, ma poi la voce si fa più chiara. «Questa ragazza non ha colpe. Chi siamo noi per giudicare Imane, per dire che cosa è giusto e cosa è sbagliato? Che colpa ha Imam? Nessuna». Ecco, la giornata può finire così. Con Angela.