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L’album di famiglia e i volti dal passato che legano le trame nere alla destra di governo

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La premier prende le distanze dalla sentenza ma da De Angelis a Signorelli esiste una radice comune tra FdI e i protagonisti degli anni ‘70
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Poteva cogliere l’occasione per recidere le radici con la destra che fu. Poteva fare un passo indietro. O almeno di lato. Ma l’autocoscienza è un’attività profonda, faticosa, tanto più se l’album della tua famiglia politica può crearti imbarazzo. E così, nel 44esimo anniversario della strage di Bologna, Giorgia Meloni ha preferito ribaltare il piano. Mettere ancora una volta l’ideologia davanti alla storia. Fino a far passare per potenziali attentatori (della sua «incolumità personale») i parenti delle vittime dell’attentato.

Giro di parole

«Il 2 agosto del 1980 il terrorismo, che le sentenze attribuiscono a esponenti di organizzazioni neofasciste, ha colpito con tutta la sua ferocia la Nazione». Così, con un giro di parole ormai caro alla sua causa, la premier ha pensato di chiudere la contesa su Bologna. Quelle parole — tutto ruota attorno a quel «attribuiscono» — sono servite all’inquilina di Palazzo Chigi per replicare all’affondo di Paolo Bolognesi, presidente del comitato che co…

Poteva cogliere l’occasione per recidere le radici con la destra che fu. Poteva fare un passo indietro. O almeno di lato. Ma l’autocoscienza è un’attività profonda, faticosa, tanto più se l’album della tua famiglia politica può crearti imbarazzo. E così, nel 44esimo anniversario della strage di Bologna, Giorgia Meloni ha preferito ribaltare il piano. Mettere ancora una volta l’ideologia davanti alla storia. Fino a far passare per potenziali attentatori (della sua «incolumità personale») i parenti delle vittime dell’attentato.

Giro di parole

«Il 2 agosto del 1980 il terrorismo, che le sentenze attribuiscono a esponenti di organizzazioni neofasciste, ha colpito con tutta la sua ferocia la Nazione». Così, con un giro di parole ormai caro alla sua causa, la premier ha pensato di chiudere la contesa su Bologna. Quelle parole — tutto ruota attorno a quel «attribuiscono» — sono servite all’inquilina di Palazzo Chigi per replicare all’affondo di Paolo Bolognesi, presidente del comitato che combatte nel ricordo degli 85 morti di Bologna e che ieri ha accusato la destra di governo di non aver mai rifiutato l’eredità di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Quella costruzione lessicale, complessa, serve a tenere la giusta distanza dalla verità messa fin qui nero su bianco a processo. Così vogliono le regole della grande famiglia dei Fratelli d’Italia. Ieri, utilizzando lo stesso giro di parole, lo ha confermato pure Ignazio La Russa. Attribuire. Per la serie «lo dicono loro», i giudici.

L’album meloniano

E sfogliando l’album meloniano, l’annuario della destra di governo, non è difficile rintracciare il bisogno dell’arzigogolo. Lì, in quel compendio, c’è la genesi delle intenzioni politiche di Meloni. E si trovano i capi di quel filo nero che parte da Bologna e arriva a Roma. A 44 anni dalla strage, si avviluppa attorno ai Palazzi per poi sciogliersi in dichiarazioni che, oltre a non trovare riscontro nella storia, non fanno i conti con il presente. Un qui e oggi di foto incollate sull’onda dell’entusiasmo elettorale e poi ingiallite in fretta.

Il ruolo di De Angelis

Nel libro delle nostalgie meloniane lo spazio non manca. Ma a saltare subito all’occhio è la parabola di Marcello De Angelis. Fedelissimo del governatore Francesco Rocca prima alla Croce Rossa e poi alla Regione Lazio, con una condanna definitiva per banda armata alle spalle, è il primo volto della destra istituzionale che viene in mente se il nome della premier torna a legarsi ai fatti di Bologna. De Angelis è il cognato di Luigi Ciavardini, ex terrorista nero condannato proprio per l’attentato del 1980. Ed è anche la prova che per perdere la poltrona ai tempi del governo dei fratelli bisogna davvero esagerare. Rocca, un anno fa, tollerò le tesi negazioniste su Bologna postate sui social dal braccio destro. Per la definitiva verifica di inopportunità della nomina, al governatore scelto da Arianna Meloni fu necessario scoprire i testi della band fascio-rock dell’ex estremista. A proposito, ieri lo stesso Rocca è tornato sulla questione con un post di ricordo della strage. Senza mai menzionare la parola «fascismo». Quella del 1980 per il presidente del Lazio fu una strage «terrorista». Stop.

La foto di Chiara Colosimo

Ma si diceva di Ciavardini, «Ciavarda» per gli amici. La storia recente dell’ex terrorista nero ha incrociato quella di altri due giovani meloniani. Nell’album, ancora in età da selfie, trova una pagina Paolo Signorelli junior. E c’è un paginone per Chiara Colosimo, prediletta della premier e cresciuta in Regione battagliando con l’ex giunta Zingaretti. Oggi guida la commissione Antimafia e, al pari dell’ex portavoce del ministro della Sovranità alimentare — e marito di Arianna Meloni — Francesco Lollobrigida, può dire di conoscere bene Ciavardini. Per Colosimo, perché di album si sta trattando, è stata una foto a parlare. Ecco la deputata con l’ex Nar, sorridente. Uno scatto liquidato così in un’intervista alla Stampa: «In effetti non è una posa istituzionale. Io quella foto non ce l’ho, forse l’hanno fatta dopo una sfilata di un’associazione che fa abiti cuciti dalle detenute. Ciavardini non è un mio amico».

Radici non recise

Una battuta, l’ultima, con tutta probabilità buona anche per Signorelli. Prima di lavorare per Lollobrigida e delle intercettazioni con l’ultrà-narcos Diabolik, il portavoce nipote dell’omonimo fondatore di Ordine Nuovo è passato per l’Asi, ente di promozione sportiva presieduto dal sottosegretario all’Ambiente, Claudio Barbaro, di cui Luigi Ciavardini è responsabile del settore attività in carcere. Già, il carcere. La location della foto con Chiara Colosimo. È lo scatto che chiude il cerchio e l’album. Non senza una pagina bonus. Perché Barbaro è lo stesso che, quando nel 2019 la polizia tornò a bussare alla porta della famiglia Signorelli per una nuova inchiesta sulla strage di Bologna, criticò apertamente la procura: «Al peggio non c’è mai fine». Lo hanno pensato, nel timore che la destra si preparasse a costruire una narrazione diversa da quella delle sentenze, anche i parenti delle vittime di Bologna: quando a inizio legislatura iniziò a circolare il nome di Chiara Colosimo per la presidenza dell’Antimafia, si opposero. Forse sapendo già che Giorgia Meloni non avrebbe mai colto l’occasione per recidere le sue radici più scure.

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