Non bastava la rissa interna alla maggioranza che sta paralizzando la Rai, incapace di darsi un nuovo Cda al posto di quello draghiano scaduto da oltre due mesi e in procinto di perdere pure la presidente, Marinella Soldi, che il 10 agosto traslocherà alla Bbc. A scombinare il piano di occupazione militare di Viale Mazzini — ritardato per l’assenza di un accordo sulle nomine, che sta facendo traballare la poltrona dell’ex missino Giampaolo Rossi, fedelissimo ad in pectore — ci si son messe pure le opposizioni, mai come stavolta unite per sabotare in commissione di Vigilanza gli assetti di vertice di un servizio pubblico che si vorrebbe asservito a Fratelli d’Italia.
Come un sol uomo
Non era mai accaduto che tutte le forze del centrosinistra, dal Pd al M5S, passando per Azione, Avs e Iv, si muovessero come un sol uomo per contrastare la presa totale della Tv di Stato da parte dei Meloni boys. I quali già da un anno si sono accaparrati il grosso — tra tg, generi e corporate — e ade…
Non bastava la rissa interna alla maggioranza che sta paralizzando la Rai, incapace di darsi un nuovo Cda al posto di quello draghiano scaduto da oltre due mesi e in procinto di perdere pure la presidente, Marinella Soldi, che il 10 agosto traslocherà alla Bbc. A scombinare il piano di occupazione militare di Viale Mazzini — ritardato per l’assenza di un accordo sulle nomine, che sta facendo traballare la poltrona dell’ex missino Giampaolo Rossi, fedelissimo ad in pectore — ci si son messe pure le opposizioni, mai come stavolta unite per sabotare in commissione di Vigilanza gli assetti di vertice di un servizio pubblico che si vorrebbe asservito a Fratelli d’Italia.
Come un sol uomo
Non era mai accaduto che tutte le forze del centrosinistra, dal Pd al M5S, passando per Azione, Avs e Iv, si muovessero come un sol uomo per contrastare la presa totale della Tv di Stato da parte dei Meloni boys. I quali già da un anno si sono accaparrati il grosso — tra tg, generi e corporate — e adesso sono pronti a completare l’opera. Anche se non è detto che ci riescano. Per insediare il nuovo presidente Rai, che il patto FdI-FI ha individuato nell’azzurra Simona Agnes (sponsorizzata da Gianni Letta), la ratifica in Vigilanza deve avvenire con un quorum dei due terzi, ovvero 28 voti su 42. Il centrodestra ne ha 24, che salgono a 25 aggiungendo Dieter Steger della Svp. Ne mancano quindi tre: se anche, come si vocifera, Mariastella Gelmini di Azione e Dafne Musolino di Iv ne approfittassero per abbandonare i rispettivi approdi e passare coi berlusconiani, il pallottoliere segnerebbe comunque meno 1. E nemmeno a dire che la maggioranza potrà contare sui franchi tiratori: le opposizioni sono già d’accordo, al momento giusto usciranno tutte dall’aula, per evitare tentazioni. A questo punto, Antonio Tajani l’ha già detto ai partner di coalizione, se cade una, cade pure l’altro, ossia Rossi, l’ad designato, verso cui peraltro il partito della premier inizia a nutrire un certo malumore.
Allarme rosso a Palazzo Chigi
È la ragione per la quale l’appello congiunto «a tutte le forze politiche» affinché, prima delle nomine, si avvii «una riforma organica della governance Rai» in linea con quanto previsto dal regolamento europeo sui media, ha fatto scattare l’allarme rosso a Palazzo Chigi. Una scelta che, nel testo coordinato dal dem Stefano Graziano, chiama in causa «il senso di responsabilità delle forze politiche e delle istituzioni» per «evitare l’ennesima lottizzazione e consentire al servizio pubblico di rilanciarsi». L’obiettivo del Media Freedom Act, si legge infatti nell’appello del centrosinistra, è «proteggere l’indipendenza dei media e dei giornalisti, vietando qualsiasi forma di ingerenza impropria da parte della politica o dell’economia nelle decisioni editoriali». Tanto più che, se pure si stabilisse di anteporre la nomina dei nuovi vertici, «entro il 2025 bisognerebbe comunque procedere a una revisione imposta proprio dalla normativa comunitaria».
Un pentolone in ebollizione
A ogni modo, qualunque strada proverà a imboccare, la premier si troverà davanti un percorso a ostacoli. E non solo per il muro alzato dalle opposizioni. La Rai, impaludata da incertezze e veti, è un pentolone in ebollizione: «Da settimane assistiamo a un ignobile mercato delle vacche per i ruoli apicali e per le direzioni. Si tratta sulle poltrone mentre il pavimento della casa sta per crollare», attacca il sindacato Usigrai. Nel frattempo Matteo Salvini non ha intenzione di deporre le armi finché non avrà ottenuto ciò che chiede: un direttore generale e la guida del DayTime o degli Approfondimenti (dove i meloniani Mellone e Corsini sono sotto accusa per bassi ascolti e programmi scadenti). Con un occhio puntato sulla Fiction, settore d’interesse della compagna produttrice Francesca Verdini.
Autunno di fuoco
Dal 10 settembre, poi, ogni giorno è buono per votare in Parlamento i quattro consiglieri Rai, ma manca sia una data certa, sia l’intesa in maggioranza. Il 23 i dipendenti (non giornalisti) scenderanno in sciopero, dopo aver bocciato l’accordo per il rinnovo del contratto. A fine ottobre si discuterà il ricorso al Tar per annullare la procedura di nomina del board. Mentre l’ad Roberto Sergio si ritroverà fra pochi giorni a sommare tre cariche insieme: capo-azienda, presidente e direttore della Radio, come mai s’era visto prima. Alla guida di un Cda scaduto e senza più poteri. Altro che Viale Mazzini, chiamatela Caporetto