Voli cancellati, treni stracolmi in ritardo e metro chiusa: le mie 12 ore per tornare da Fiumefreddo di Sicilia a Roma
di Concetto VecchioSono l’unico che oggi sale sul locale che conduce all’aeroporto di Catania, m’illudo mentre alle sette e trenta del mattino di Ferragosto metto piede nella stazioncina di Fiumefreddo di Sicilia.
Aduso a inveterate pedagogie familiari sulla necessità di aspettare “qualche minuto in più sui binari piuttosto che perdere il treno”, mi sono presentato con mezz’ora di anticipo. Il treno però è in ritardo di venti minuti.
Quando finalmente arriva si capisce il perché: è riempito a tal punto che quando le porte si schiudono quelli che vi premono contro precipitano sul binario.
“Non si entra più!” mi grida un tizio.
“Ho l’aereo!” provo a ribattere.
“Non farlu trasiri”, gli dà manforte un ragazzo.
“Non farlo entrare!”.
“Ho l’aereo pure io” dice una ragazza spuntata alle mie spalle.
Seguono imprecazioni in siciliano, maleparole, recriminazioni assortite.
“Siamo consumati, ora non parte più”, sospira una ragazzina.
Traboccante di centinaia di ragazzi catanesi reduci dai falò notturni in spiaggia …
Sono l’unico che oggi sale sul locale che conduce all’aeroporto di Catania, m’illudo mentre alle sette e trenta del mattino di Ferragosto metto piede nella stazioncina di Fiumefreddo di Sicilia.
Aduso a inveterate pedagogie familiari sulla necessità di aspettare “qualche minuto in più sui binari piuttosto che perdere il treno”, mi sono presentato con mezz’ora di anticipo. Il treno però è in ritardo di venti minuti.
Quando finalmente arriva si capisce il perché: è riempito a tal punto che quando le porte si schiudono quelli che vi premono contro precipitano sul binario.
“Non si entra più!” mi grida un tizio.
“Ho l’aereo!” provo a ribattere.
“Non farlu trasiri”, gli dà manforte un ragazzo.
“Non farlo entrare!”.
“Ho l’aereo pure io” dice una ragazza spuntata alle mie spalle.
Seguono imprecazioni in siciliano, maleparole, recriminazioni assortite.
“Siamo consumati, ora non parte più”, sospira una ragazzina.
Traboccante di centinaia di ragazzi catanesi reduci dai falò notturni in spiaggia il treno è molto ben oltre il limite della capienza. È un’esperienza.
Non so come facciamo a salire, io e la ragazza. Ci ritroviamo stipati come sardine, tenendo stretti la valigia e lo zaino. È la condizione dei molti che ogni giorno prendono la metro a Roma, o dei pendolari costretti ad andare al lavoro su treni locali senza aria condizionata e in perenne ritardo. Anche io prendo regolarmente il treno, su e giù per l’Italia, specie nell’Italia senza stazioni, ed è sempre la stessa storia.
Un’ora dura il viaggio per l’aeroporto, e un turista inglese che mi ansima sul collo comincia a sentirsi male in quella calura maleodorante.
“Non ci è abituato!” lo canzonano i ragazzi.
“Si sta squaddiannu”, dicono.
Si sta squagliando.
Ridono.
Li osservo con istintiva simpatia, furbi, svelti, già adulti, si chiamano tra loro mbari, compare.
Arrivati ad Acireale la ragazza diretta all’aeroporto mi dice che a Catania hanno annullato tutti i voli per la cenere lavica caduta nella notte. Controllo sulla mail: anche il mio Catania-Roma ha subito lo stesso destino. È di Fiumefreddo, insegna a Verona, e deve raggiungere Cagliari per una vacanza in Sardegna, molto più smart di me in quella bolgia ha già comprato un biglietto aereo Palermo-Cagliari, con scalo a Roma, per 80 euro. “Arriverò alle sei”, dice. (E da Catania a Palermo in bus sono quasi tre ore).
“Non vale più la pena partire da Catania”, aggiunge.
"Conviene atterrare a Palermo e poi prendere il bus” chiosa.
L’aeroporto Fontanarossa nel luglio del 2023 prese fuoco, migliaia di voli per settimane furono dirottati a Trapani o Palermo, un danno d’immagine, si disse, non deve più succedere. Molti giurarono che non sarebbero più venuti da queste parti.
Le racconto che io il 28 agosto dell’anno scorso mi sono ritrovato senza volo alle dieci di sera per un guasto al sistema radar, non c’erano più treni né aerei, rimediai dalla stazione di Catania un Flixbus a mezzanotte per la fortunosa rinuncia di uno dei viaggiatori, risalendo così l’Italia. E il 21 settembre successivo, in un viaggio di lavoro, un incendio scoppiò nei pressi dello scalo proprio quel pomeriggio: il volo mio e dei colleghi, fissato alle 18, partì all’una di notte alla volta di Roma.
“Queste sono state le mie ultime due volte da Catania”, le dico, ridendo.
“Questa è la Sicilia!” dice l’insegnante e quando si congeda mi augura “buona fortuna”.
Poi i telefoni dei ragazzi cominciano a squillare: sono le madri che li avvisano che stanno arrivando alla stazione di Ognina. Si baciano tra loro, con sincero affetto, è tutto un mbari.
Controllo i treni per Roma. Ce ne è uno, con appena due cambi, che parte da Catania alle 10,15, incredibilmente si può comprare, per 126 euro.
Scendo alla stazione di Catania, dove si è radunata una folla reduce dall’aeroporto, e che ora sogna un treno che li riporti in Continente.
Penso che mi è andata bene, quando risalgo nel vagone che mi riporta indietro, verso Messina. Osservo i miei compagni di viaggio. Nessuno si lamenta, nessuno impreca, c’è un’accettazione fatalistica delle cose, si è solo contenti di averla scampata anche se ci attende Ferragosto in treno.
“Beh, ti è andata bene”, mi dice infatti mio padre, quando lo informo che sto andando a prendere il traghetto per Villa San Giovanni. “La fortuna che oggi è Ferragosto e hai trovato posto”.
Difficile prendersela pure con l’Etna che erutta lava, cenere e lapilli, anche se una donna sommessamente fa trapelare un rimprovero alle autorità aeroportuali: “La verità è che sono disorganizzati, ogni volta si prendono una giornata per pulire le piste!”
Nessuno coglie. Siamo chini sugli smartphone. I voli annullati sono 110, i voli dirottati a Palermo già venti. La cenere dell’Etna da settimane tormenta i vacanzieri.
Un preparatore atletico di Reggio Emilia, di rientro dalle Eolie, mi racconta che voleva comprare un volo per l’indomani ma il prezzo era già lievitato a 600 euro. I suoi amici, ai primi di agosto, destinati a Catania, sono stati dirottati a Palermo, e da lì hanno dovuto ricomprare il biglietto del traghetto per Lipari. Ma pure lui lo dice senza malanimo, col sorriso, come di un’avventura da mettere in conto.
Gli racconto che sono stato due volte in Salento questa estate riportando ogni volta due ore di ritardo. E del resto chi va regolarmente in Puglia col Frecciarossa sa che dopo Benevento deve farsi il segno della croce.
Del resto moltissimi italiani, in questa estate feroce, sono incappati in ritardi mostruosi, e nell’alta velocità che smentisce se stessa e nei treni persi e nei voli annullati c’è la biografia della nazione. Ma l’Italia del malumore, quella che prova piacere a parlare dei propri vizi, sopporta con un’accettazione sorprendente. E’ un fatto nuovo.
“Semu consumati”, la buttano sull’ironia i ragazzi catanesi che ora saranno nei loro letti a ronfare.
Il treno risale l’Italia, le coste della Calabria, Sapri, Battipaglia, una famiglia americana non smette di stupirsi di fronte a tanta bellezza.
La vediamo noi, gli esodati di Fontanarossa?
Arrivo a Termini alle 19,20, “in perfetto orario”, come notiamo con compagnoneria.
Sono in viaggio da dodici ore, sarei potuto volare a New York, ma come dice mia madre, abituata alla pazienza dei suoi trasferimenti da emigrata in Svizzera negli anni Sessanta, “queste cose niente sono, dai”.
Mi metto in fila per un taxi e nell’attesa mi avvedo di una mail di Trenitalia: mi ha rimborsato 13 euro per i quattro ritardi accumulati nel Salento.
Solo che arriva una macchina ogni cinque minuti, e dopo venti minuti rinuncio, ho trenta turisti davanti a me. M’infilo nella metro. Arrivato giù in fondo, sulla banchina, scopro che la tratta per Battistini è chiusa. “Chiusa per lavori!”, mi precisa una guardia giurata. “Deve risalire in piazza dei Cinquecento e prendere un bus sostitutivo”. “Potevano scriverlo da qualche parte”, protesto finalmente anch’io, anche alcuni turisti finiti nella stessa trappola non si capacitano.
Mentre risaliamo (“questo niente è” mi ripeto sulle scale mobili) sento l’annuncio dell’altoparlante che ci informa che la metro A è parzialmente inagibile fino al 25 agosto.
Sono ormai le venti passate quando riemergo nell’ultima luce del giorno. E ho davanti il mio bel bus sostitutivo che mi porterà a casa.
Naturalmente è stracolmo.