La psicologa Vittoria Ferdinandi, 37 anni e due lauree, è sindaca di Perugia da poche settimane, la prima donna a ricoprire il ruolo nella storia del capoluogo umbro. La sua campagna elettorale era partita con 15 punti di svantaggio sul centrodestra che governava da dieci anni. L'ha sostenuta una coalizione larghissima (da Azione e a Rifondazione, per intenderci).
Intanto l’Umbria torna al voto in autunno, il modello di alleanza e di metodo di Perugia secondo lei è replicabile?
«Certo, ci sono tutte le condizioni perché sia così. Sono certa che la sintesi verrà trovata su un progetto di governo per una nuova idea di regione: per e non contro qualcuno. A guidare questo percorso ci sarà sicuramente una persona all’altezza delle sfide che ci aspettano dopo cinque anni in cui la destra ha dimenticato il valore della coesione sociale e ha messo in discussione diritti primari a partire da quello alla salute».
Invece la sua avventura com’è cominciata?
«Per prima cosa ho deciso di incontrare …
La psicologa Vittoria Ferdinandi, 37 anni e due lauree, è sindaca di Perugia da poche settimane, la prima donna a ricoprire il ruolo nella storia del capoluogo umbro. La sua campagna elettorale era partita con 15 punti di svantaggio sul centrodestra che governava da dieci anni. L'ha sostenuta una coalizione larghissima (da Azione e a Rifondazione, per intenderci).
Intanto l’Umbria torna al voto in autunno, il modello di alleanza e di metodo di Perugia secondo lei è replicabile?
«Certo, ci sono tutte le condizioni perché sia così. Sono certa che la sintesi verrà trovata su un progetto di governo per una nuova idea di regione: per e non contro qualcuno. A guidare questo percorso ci sarà sicuramente una persona all’altezza delle sfide che ci aspettano dopo cinque anni in cui la destra ha dimenticato il valore della coesione sociale e ha messo in discussione diritti primari a partire da quello alla salute».
Invece la sua avventura com’è cominciata?
«Per prima cosa ho deciso di incontrare immediatamente tutti i dirigenti e i dipendenti del Comune. Li considero un patrimonio. Sono rimasti spiazzati perché ho descritto il nostro rapporto come quello tra Sancho Panza e don Chisciotte: “Io rappresento l'utopia e voi la messa in pratica”, gli ho detto. Scopriamo strade nuove, apriamo recinti, azzardiamo. Per la formazione della giunta ho trovato grande libertà, nessun manuale Cencelli e qualche idea di ciò che vogliamo fare sin dalle deleghe: come quella alla pace e alla nonviolenza, o quella al benessere psicologico».
Che lezioni crede di aver imparato sul campo a livello locale e che possono essere utili al “fronte popolare” italiano?
«Per anni ho sentito parlare di una politica che doveva tornare tra la gente. Ma è proprio quel che va fatto, qui ci abbiamo provato e penso ci siamo riusciti finora. L'amministrazione e la politica sui territori rappresentano un gancio di realtà che spesso manca su quello nazionale. Serve una nuova cultura di governo e della negoziazione, come dice papa Francesco. Dovrebbe finire l'epoca delle divisioni, ma per questo serve progettare un orizzonte. Si riaccende la speranza ristabilendo con nettezza, nel merito e nel metodo, il confine tra destra e sinistra».
Per lei "sinistra" che cos'è?
«Per la destra l'altro è una minaccia e il trionfo è sempre individuale, idea che combacia perfettamente con il capitalismo. Per la sinistra l'altro è il campo della salvezza, perché nessuno si salva da solo. Il nazionalismo è di destra, l'internazionalismo di sinistra. La sinistra è dimensione collettiva, "compagno" viene dal latino "condividere il pane": ci si nutre in due dividendo ciò che si ha, ed è questa la chiave di ogni successo evolutivo. Da queste due concezioni, così diverse, discende tutto il resto».
Il valore della pace quanto conta?
«La ritengo imprescindibile, non esistono lavoro, educazione e diritti senza pace. Sono preoccupata di come la guerra stia diventando qualcosa di ineluttabile, invece di dire con chiarezza che la guerra fa schifo e non può essere pensata come soluzione. Rappresento un campo largo con posizioni diverse ma la città di Perugia, con le sue radici e il suo dna, da san Francesco ad Aldo Capitini, non può che giocare un ruolo centrale con Assisi, specie di fronte a un mondo in fiamme. Servono luoghi della grande cooperazione internazionale, luoghi dove si possa ricordare che si sta dalla parte dei popoli. E che spendere e aumentare risorse per il riarmo è una scelta profondamente sbagliata».
La politica romana cosa non capisce delle "periferie"?
«Nei palazzi manca la verità del contatto con il reale, un luogo dove è possibile tutto e il contrario di tutto. Bisognerebbe dire basta coi valzer, i balletti, le liturgie, i progetti calati dall'alto, ripensando la politica come un luogo orizzontale. La partecipazione è più faticosa del verticalismo, è vero, ma ne guadagnano intelligenza ed emozioni collettive».
Ha contatti con i leader nazionali?
«Pochissimo, ho un buon rapporto con Elly Schlein».
Qual è un politico che per lei rappresenta un modello da seguire?
«Enrico Berlinguer. Sa, ho chiuso la campagna elettorale nella piazza centrale di Perugia, da tanto tempo nessuno aveva coraggio di tornarci l'abbiamo riempita. Ho scoperto poi che quel giorno era lo stesso dell’ultimo comizio a Padova del segretario del Pci, nel 1984. Le sue ultime parole, con l'invito di andare nelle fabbriche, nelle scuole, strada per strada, sembrava perfetto per noi. Anzi, lo è ancora».
Senta ma alle scorse Europee cosa ha votato?
«Eh... (sorride, ndr) Ho votato bene».
La notte, da quando è sindaca, riesce a dormire?
«Dormo poco, ma dormo bene».